Fare un orto a Milano

Fare un orto a Milano su una superficie di cinque o seicento metri, un orto che possa racchiudere in sé gli scopi di un orto e ne possa, implicitamente o esplicitamente contenere ed evidenziare degli altri. Fare un orto, scrivere di un orto senza aver visto il terreno, senza sapere da dove, rispetto a quel campo, nasce e tramonta il sole.

Dura. Bisogna, dunque, non immaginare un orto a Milano ma in una immaginaria, lontana pianura, laggiù, perduta in una nebbia che negli anni recenti è andata via via scemando comportando squilibri ecologici sui quali pochi riflettono. La fauna non trova spazi silenziosi ed ovattati dove nascondersi, la flora è più secca, venendo a mancare quella umidità che la nebbia alimentava.

Un orto a Milano io me lo immagino silenzioso. Una città dove tutti corrono, dove tutti sono alla rincorsa di qualcosa, il guadagno, il successo, la scalata sociale o semplicemente lottano per vivere, io, un orto me lo figuro all’opposto. Un luogo di contemplazione, di lavoro minimo e di tanta, tanta riflessione. Un orto a Milano, specie un orto così grande, deve contenere spazi dove celarsi alla vista degli altri e poter contemplare un merlo che becca un fico.

Quindi, quest’orto deve essere circondato da una siepe e non sia, per carità, una siepe monotona, di quelle solo tuie o solo laurocerasi. No. Già un libro, un manuale, bisognerà scrivere delle responsabilità che hanno avuto certi manuali di imbruttire il mondo, irrimediabilmente, uno, che ho tra le mani, dono di una signora nostra ammiratrice, “Come si crea e come si coltiva un orto” recita la copertina, Quinta edizione sedicesimo migliaio, Milano 1929 Società Editrice la stampa commerciale, suggerisce proprio, ecco da dove il danno che ha ucciso il paesaggio italiano, perché i libri fanno scuola e Milano fa più scuola di ogni altra città,  quindi,noi,in questo orto, collocheremo di ogni essenza tranne che tuie e laurocerasi. Invece allori, carpini e tassi, possono essere opportunamente potati e tenuti alti due o tre metri, ed in aggiunta pyrocantha, ibischi, cydonia oblonga, forsizie, maggiociondoli ed infinite altre.

Una siepe ci vuole perché costituisce quinta naturale e riparo dai venti, riparo per la piccola fauna, una riserva per il selvatico che noi vorremo e dovremo proteggere.

Ci vuole un laghetto, su seicento metri quadri di orto, cinquanta metri quadri di un bel laghetto profondo qualche metro, un metro e mezzo, di forma irregolare, un telo in plastica dura sul fondo o cemento impeciato, ciottoli per allocarvi piante acquatiche, ninfee, soprattutto, mazzasorda, e carpe, per eliminare le zanzare, sono sufficienti. Se avremo un piccolo stagno, nel nostro orto verranno naturalmente le rane ed i rospi, verranno a bere gli uccelli ed i piccoli roditori, e le bisce d’acqua, naturalmente.  Quando si pensa ad un orto bisogna figurarsene il disegno,  se abbiamo un appezzamento in pianura, regolare, poniamo, un grosso rettangolo, bisogna circondarlo di una siepe, siepe alternata di essenze sempreverdi, agrifogli, allori, tassi, ed essenze caduche, carpini, ibischi, biancospini. L’orto all’interno, può spezzare la monotonia con uno stagnetto di forma sinuosa.

Anche le coltivazioni potranno assumere un andamento curvilineo.  Si possono ricavare diversi spazi senza ricorrere alla monotonia di una squadra ma piuttosto, usando un compasso.

Il verziere, ovvero l’appezzamento delle verdure, a Milano, su tutte, lo zucchino di Milano.

Utilizzare il catalogo Ingegnoli, cercando le essenze lombarde. Gramsci, nelle sue Lettere dal carcere, raccomanda a sua moglie Tania Schucht di acquistare sementi di fiori in piazza Duomo dove Ingenioli, scrive così, ha una bottega, per rallegrare la vita e sentire meno la sua mancanza.

Ùn grande gruppo ha scritto “La rosa di Turi” sono i Radio Derwish, dedicata al grande pensatore.

Non può mancare una aiuola di fiori dal catalogo Ingegnoli e non può mancare una rosa per Gramsci. Milano risuona di poesia, di musica, di cultura. Manzoni era un grande appassionato di botanica, sua pianta preferita era la robinia, coltivava di persona e con perizia. Una delle pagine dei Promessi sposi più ricca e traboccante di erbe è quella dove descrive il prato in abbandono di una villa. Don Lisander vi descrive e il suo è entusiasmo e conoscenza profonda, decine di specie di infestanti. E’ un prato selvatico. Cinquanta metri quadri dedicato alle essenze spontanee di questa stessa grande pagina, non devono mancare.  Un segnale di attenzione verso la natura. Rispetto verso il selvatico che Manzoni stesso dimostrava di avere. Non possono mancare le officinali, tintorie , medicamentose e culinarie. Tra le quali lo zafferano vero e quello dei poveri.

Non può mancare una fila o cerchio di granturco di quelli lombardi, granturco rostrato o normale, multicolore e bianco, ne abbiamo tanti, non può mancare il grano saraceno.
Non possono mancare delle particelle dedicate alla zucca, mantovana o piacentina, zucche e zucchine, ve n’è una detta “di Milano” era nel catalogo Ingegnoli.

Non possono mancare le patate, le nostrane di montagna e la bianca di Como.
Non deve mancare una asparagiaia, il rosa di Mezzago, del quale esiste una De.Co veronelliana.
Non devono mancare i carciofi. I cavoli, le verze, senza le verze, un “verzèe” l’è minga un verzèe.
E tutto il resto delle buone verdure, lattughe, insalate, indivie,rapanelli, radicchio.
E l’agliaia, il fragoleto che accanto all’agliaia sta benissimo.
Dipenderà dal terreno ma anche le carote, il loro spazio. Poi le verdure annuali, le biennali e le perenni.
Un orto che sia bello, misto, vario, non scontato. Per un orto didattico occorreranno dei cartelli.
Compartimentare le aiuole, dargli un nome, progettare sentieri facilmente percorribili.

Su seicento metri quadri d’orto ci starebbero bene piccoli frutti, lamponi, fragole, ribes, uva spina, provare con i mirtilli ma la pianura è troppo calda. Di fragole esistono anche quelle a frutto bianco, più antiche. Lamponi ed uva spina, di ribes ve ne sono di rossi e di bianchi.

Prevedere una vigna.  Prevedere arbusti di frutta antica come il vero nespolo, il giuggiolo, un melograno. Dei legumi per arricchire il terreno d’azoto.

Ci vuole, in un angolo, una compostaia.

Ecco, io ci vedrei tutto questo in questa superficie. Nei miei ottocentocinquanta metri quadri d’orto, in numeri nemmeno tanto ridotti, ci sta quasi tutto meno lo stagno. Di uno stagno, bisogno non avendo, in quanto naturalmente confinante con un torrente.

Spero di aver fornito apporti interessanti. A disposizione per ulteriori consigli.

Teodoro Margarita

 

 

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