Questi giorni d’estate

Una sera mi è entrato un pipistrello in casa, le finestre spalancate per il caldo, il topolino volante sarà entrato per sbaglio, proprio accanto alla mia camera da letto, un faro della luce attira tanti insetti. Il piccolo volatile sarà stato a caccia. Senza panico, anzi, divertito, l’ho aiutato ad uscire.

Sono giorni lunghi, torno dall’orto verso le dieci, la luce mi accompagna ed eseguo i lavori necessari sino a tardi. Quanta bellezza e colori. Certo, tramonti e rondini, non sono il frutto del mio lavoro e nemmeno della mia volontà ma i fiori, quelli, si. Assolutamente. Gladioli e fresie, l’origano, le emerocallis, la melissa, le prime zinnie, i cosmos, quelli, li ho messi a dimora io o li ho favoriti con sostegni, appositi tutori o provveduto a riprodurli, liberandoli dalle infestanti o cercando per loro la posizione più opportuna. Sto coltivando intensamente questo mio podere di Cranno. Dal 2009, da quell’autunno, non c’è stata stagione che io non abbia seminato, spostato piante, messo a dimora, potato, sarchiato, raccolto, innovato, inventato qualcosa, scavato nuovi sentieri, sistemato parapetti, eseguito pulizie o innaffiato. Tutto quello che si vede è frutto di lavoro e passione. Io curo la terra. La terra cura me. Il tempo, il denaro, l’acqua, ogni fatica spesa per preservare, arricchire in maniera intensiva ed estensiva quanto si fa nella terra è tutto ben speso.

Se anche non arrivano risultati in termini di raccolte eccezionali, avremo comunque immesso positività nel nostro terreno. Un seme che non germoglia, è sostanza organica o cibo per animaletti.

Una pianta che fiorisce ma non giunge a fruttificare, ha comunque dato fiori ed abbellito il mondo nutrendo gli insetti pronubi. Ogni cosa posta nella terra ha un suo valore. Gli sbagli commessi, anche quelli, aiutano a capire ed a non ripeterli. Una volta mi è morto un albicocco che mi era stato regalato per non aver reciso le radici troppo lunghe, Essendo stato impossibile , c’era lo strato di roccia, scavare un foro abbastanza profondo, credetti, ingenuamente, di ovviare piegando la radice su se stessa. Hai voglia a dare acqua o ricoprire di nuovo terriccio. Quell’albicocco era destinato a seccare. Ora so. Meglio recidere, in questo modo, le radici si ricostituiscono esse stesse ma non si soffocano in giri tortuosi. Si impara.  Si impara dove è meglio seminare, dove è meglio lasciare riposare il terreno, dove è più utile il letame o la sostanza organica che riusciamo a trovare.

Un anno, particolarmente caldo ed umido,il sole faceva una capatina, era estate, al principio, e subito acquazzoni. Le voraci limacce a divorare ogni cosa. Provai la birra, si, funzionava, trovavo annegate a dozzine, ogni mattina, le fameliche, annegate nei vasetti eppure erano troppe. Feci ricorso alla cenere, anelli concentrici attorno alle piante. Funzionò. Mi ero procurato secchi e secchi di ceneri di pura legna da una pizzeria di amici, qui in paese. Non riuscendo ad attraversa i cumuli, le limacce non entravano nelle aiuole appena seminate e le piantine crescevano vigorose ed indisturbate. Avendone scritto su un social, un utente mi rimproverò affermando che così facendo il mio terreno si sarebbe eccessivamente acidificato. Nulla di più falso. A fine stagione i fiori, i pomodori e tutto quanto avevo piantato o seminato, avevano metabolizzato tutto.

Non v’era più traccia di grigio. Tutta la cenere assorbita. Così come, avendo avuto un’amica che lavorava presso la mensa scolastica, le chiesi di mettermi da parte le bucce di banana avanzate dai bambini. Ogni qualvolta servivano le banane,ella mi teneva da parte tutto facendomi trovare i sacchi con le bucce e residui di frutta sotto il faggio. Provvedevo regolarmente a portar via il tutto, a mano ed a piedi, senza problemi, saranno due chilometri fino a casa. Poi, spargevo sul terreno dell’orto, direttamente. Quel mare di giallo scompariva, le bucce diventavano nere, poi, non si trovavano più nemmeno i piccioli. L’orto mangiava tutto. Magari potessi avere ancora bucce di banana.

Sono eccellenti come i gusci d’uovo frantumati, i fondi di caffè, i gusci dei molluschi, le bucce degli agrumi. Da anni, poi, un vicino che ha una villa, lascia che il giardiniere che la cura mi porti i sacconi delle potature, dello sfalcio della sua erba. Da quando trovai il coraggio di chiederlo, e feci bene, per il giardiniere è una fatica in meno, non deve andare fino alla discarica o isola ecologica: molto più comodo lasciare tutto quell’organico a me. Ho proseguito e continuo tuttora a spargere dove serve quel residuo abbondante. Sono foglie, rametti, tralci e sarmenti di rampicanti: di tutto.

Una volta nei sacconi ho trovato tre azalee, erano state buttate con tanto di cartellino attaccato sopra.

Evidentemente apparivano morte. Ho provveduto ad interrarle.  Era il giorno dell’anniversario della morte di Che Guevara, ottobre del 2017. Erano azalee di varietà “Encore”. Adesso hanno fiorito, stanno crescendo e prosperano, per loro ho liberato dalle edere una bella parcella della mia aiuola sotto la vite. Sono semplicemente meravigliose. Divertente il fatto che queste sono azalee a fiore rosso, ne avevo salvata una dalla spazzatura, buttata accanto ad un cestino dei rifiuti in località Crevenna ad Erba, a fiore bianco. Per anni ed anni ha stentato. Davvero penato. Avevo pensato fosse per via della posizione, troppo ombreggiata, quindi la spostai diverse volte ma senza risultato.

Cosa c’era che non andava? Ero contrariato, fatto salvo sbagli come quello del povero albicocco, come già detto, morto per via dell’errore di valutazione sulle radici (quest’anno ne ho posto a dimora un altro: sta benissimo, è della varietà “cafona”, mi darà frutti succosi) mi considero abbastanza bravo…come mai quello scacco, quella miseria di pochi fiori?

Bisogna vederci chiaro, l’azalea era piccola, la prelevo, la guardo bene. Erano tre. Le radici aggrovigliate tra loro entravano in competizione, si soffocavano una con l’altra.

Le ho delicatamente separate. Tre azalee bianche. Sistemate a dimora distanti una dall’altra ma si possono vedere, adesso, finalmente, stanno emettendo nuove foglie nuovi rametti dopo anni di stenti. Io sono uno scrittore. Si, lo sono, mi piace farlo e , pare,sappia farlo.

Dal novembre scorso ho preso a scrivere, invitato dalla redazione, e collaboro alla rivista ecologista “L’Extraterrestre”, prima si chiamava Il gambero verde, che esce con Il quotidiano Il Manifesto ogni giovedì. Vi collaboro dal dicembre 2017, il primo servizio è apparso il 7 dicembre, poi ne sono seguiti molti altri. Scrivo e dai primi anni ottanta anche per altre realtà editoriali.

Eppure, ieri, domenica 8 luglio, quanta identica se non superiore gioia nel mettere a dimora una fioriera di quelle grandi, un capolavoro in vaso. Avevo seminato segale, cosmee, zinnie, tithonia, papaveri bianchi, balsamina, mirabilis jalapa, un profluvio tra cereali e fiori tutto assortito.

Bellissimo da vedere, la capace fioriera ospitava tutta questa meraviglia e tutto al suo interno cercava un suo spazio. Ogni essenza a lottare, cercare luce, nutrimento. Un gran consumo d’acqua, nonostante la grandezza della rotonda e bella fioriera. Così mi sono deciso ad interrare il tutto. Una volta a dimora, ogni essenza, libera dal poter cercare nel terreno il proprio spazio avrebbe trovato il proprio agio. Ho trascinato, era pesante,la fioriera fino al punto prescelto.

Problema, non riuscivo, da solo, a capovolgerla per poterla metterla dimora, io non sono uno scrittore di giardini ricco, faccio tutto con le mie mani, non ho di certo un aiutante.

Così, illuminazione. Esco dall’orto, vado sulla strada e chiedo aiuto al primo escursionista che trovo, qualche minuto ed ecco arrivare un ansante e robusto giovanotto. Laddove abito, Cranno, è meta di  gite per ciclisti in mountain bike o atleti che fanno jogging, si va verso il monte Cornizzolo in un percorso di boschi bellissimi,  così, trovare qualcuno, non è difficile, di domenica poi.

Si chiama  Giuseppe il bravo giovane, gli spiego la situazione. Dieci minuti ed in due abbiamo capovolto la grossa fioriera e provveduto alla sua messa a dimora. Nessun fiore danneggiato, non una spiga di bella segale tranciata. “Grazie, grazie infinite. Vuoi qualche pianta aromatica o delle fragole?” “No, grazie, è stato un piacere.” Ed ha proseguito il suo allenamento.

Tutto questo, coltivare, instaurare relazioni, pensare nella terra, vivere con la stagione presente mi cura. Sto bene, sono felice. Mi fa star bene il farlo, innanzitutto ed anche adesso, lo scriverne.

Avevo un articolo da preparare, già concordato col mio caporedattore, uscirà certamente nelle prossime settimane. Ieri sera, una settimana per la raccolta delle informazioni, qualche ora per la scrittura del pezzo, ho ultimato l’articolo. Sono stato contento e soddisfatto.

Sono soddisfatto anche quando pongo a dimora dei bei fiori, una composizione mirabile, un capolavoro autentico come quello di ieri. Provo una gioia infinita. Perchè ho cominciato con il procurami la semente. La segale mi viene dal mio amico Patrizio Mazzucchelli di Retia Biodiversità Alpine, i semi dei fiori sono miei, frutto di scambi in tutta Italia o di oculati acquisti.

La gioia del fare giardino è pari a quella dello scriverne. Quando scrivo non mi sciamano farfalle intorno,non ci sono merli spaventati e monelli che sono stati beccati a piluccare il mio ribes, ah, malandrini…buon appetito, fratellini. Tutta la meraviglia di un fiore di carciofo letteralmente popolato da una piccola fauna di api, bombi, scarabei, calabroni, una popolazione intera, un mondo che, pascolando, camminandosi sopra senza farsi alcun male e senza il minimo fastidio, in comune accordo, cerca il suo polline, abbondante dentro quelle corolle enormi, vere mammelle di polline, una mucca vegetale tranquilla che nutre chiunque le faccia visita. Nel pieno del giorno quando il sole picchia, questi grossi cuori di carciofo, ho fatto bene a non coglierli prima per mangiarli, contengono un villaggio felice. Io guardo dentro, i carciofi non sono paperini e sono alti, alti, alti e dunque mi basta stare quieto ed osservare e in quel colore, in quelle corolle popolate avverto la pace, la meraviglia dello stare al mondo in armonia e sorrido: qualcuno, ieri, uno scarabeo, evidentemente troppo satollo, si è proprio addormentato dentro. Mentre i bombi, le api, farfalle venivano a succhiare proprio le estremità delle antere, lui, beato, se la dormiva.

Ripassato a vedere, l’ho notato muoversi, una specie di bulldozer in mezzo agli altri. E nessuno che punga, che molesti gli altri, nemmeno le vespe. Si vede che il carciofo ha questo potere di annullare lo stress, contro il logorio della vita moderna, anche per gli insetti che nel carciofo si “papareano” come si dice in napoletano, si spaparanzano e godono, il sole, la morbidezza, la lieta vicinanza degli altri. Deve essere un luogo di tregua, un villaggio di danza popolare.  Ed è solo un pugno di viola intenso cuori di carciofo.

Ecco, tutto questo osservare, questo vivere nel giardino o orto o podere,non so come descriverlo, coltivo in un disordine che per la terra è ordine e lei ci capisce e decide se va bene o no, bietole e garofani, melissa e girasoli, camomilla ed assenzio, mais ed amaranto, in questo caos vivente, questa stella danzante che è un orto io sto bene così come sto bene adesso che ne scrivo.

Datevi all’orto. Vi curerete. Non importa poi senon ne scriverete. Mangerete la vostra lattuga, farete gustare ai vostri bimbi le fragoline. Farete “buh!” ai merli ladruncoli. Oppure lascerete che essi becchino le ciliege in alto del vostro albero. Fate l’orto. Sarete felici.

 

Teodoro Margarita, luglio 2018

 

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