Riprodurre da sé. Come gestire il proprio verde senza spendere nulla.

Esistono due modi, volendo stringere, per riprodurre da soli le proprie piante.
Partire dalla semente o dalle talee. Partendo dalla semente abbiamo delle piante certamente più vigorose, forti, non necessariamente uguali alla pianta madre, anzi, per le piante da frutto, per esempio, il seme ci garantisce un franco, ovvero il portainnesti sul quale intervenire successivamente. Esiste anche la possibilità di ritrovarsi, può accadere, di fronte ad una nuova varietà, in Brianza, per i peschi, ad esempio, era prassi comune e consolidata partire dal nocciolo per le pesche e se ne ottenevano di eccellenti. Tutta una tradizione popolare sul “persic da Nobil” si fondava su questo seminare i peschi. Negli Usa, è ancora celebre Jack Appleseeds, Giacomino Seme di mela, un simpatico personaggio che percorrendo il Nordamerica da est ad ovest e seminando ogni semino di mela che trovava diede vita ad innumerevoli varietà.


Voglio porre la vostra attenzione sulla riproduzione agamica, ovvero senza passare dai semi.
Semplice è ottenere talee. Quando cominciai ad occuparmi di orti, giardini, di campi, ascoltai una storia da un caro amico, adesso non c’è più. Mi raccontava di un tale, vivaista, che si offrì di potare gratis per la Società autostrade, gli oleandri spartitraffico. Lo fece e delle ottime diecimila marze di oleandro ottenute, ottenne diecimila nuove magnifiche piante da rivendere.
Gli oleandri, così come quasi tutte le piante esistenti al mondo, quasi, le palme da talea non si ottengono, possono essere riprodotti da talea. Esistono innumerevoli modi per fare talee.
Il criterio fondamentale è sempre quello di procedere, nella norma, quando la pianta non è in fiore, preferibilmente in autunno ed a luna calante. Ho le mie balze scoscese completamente ricoperte di lavande, salvie, rosmarino, sono tutte il prodotto, il tasso di riuscita pari quasi al cento per cento, di potature di piante, mie o di vicini ai quali le ho chieste. Infilate nel terreno con l’aiuto di un tondino di ferro, in autunno, innaffiate, se la pioggia non arrivava, e lasciate là. Di solito una talea radica entro quattro settimane. Un bel ramo lungo e vigoroso di rosmarino infilato per circa la metà in terra, garantisce una certa riuscita, a primavera si vedono i getti nuovi. Una pianta mostra di avere attecchito quando emette nuovi ricacci, quando produce nuovo fogliame, quando fiorisce.
Direttamente in terra, era anche difficile, data la ripidità del pendio, poter interrare delle piante dal vaso, troppo grande con il relativo pane di terra e radici, così la possibilità offertami dalla natura di infilzare, letteralmente, a dozzine e dozzine dei rametti delle aromatiche suddette, mi ha molto facilitato il compito. Una volta bene attecchite, quelle lavande, quelle salvie, quei rosmarini, con gli anni ho dovuto potarli, diradarli, e così ho avuto altro materiale, germoplasma, il nome giusto, da riprodurre. Nel caso in cui dobbiate fare alla svelta, vi siate cioè procurati delle talee importanti durante un viaggio, una escursione, vale il principio del piantare in vaso, tenendo umido e all’ombra fino a che non si sia bene riprodotta. Mi è capitato di tornare da viaggi all’estero, una volta dalla Francia, avevo trovato delle aromatiche interessanti, mi è bastato prenderne un rametto di pochi centimetri, tenerli bagnati in un bicchierino di plastica avvolti in un fazzolettino di carta.
Ora ho dell’assenzio di monte e del bellissimo abrotano ben vivi e vegeti, proprio il caso di dire, erano rametti minuscoli, portati a casa, prontamente riprodotti.
Gli uomini lo hanno sempre saputo. I legionari romani hanno provveduto a riprodurre la vite in tutta Europa, portandosene dietro in sacchi bagnati, le barbatelle. E così è stato fatto per le marze di innumerevoli qualità di frutta. Insegnare ai bambini a fare talee, a riprodurre le fragole da stoloni, a moltiplicare aglio, cipolla e tutti i bulbi da fiore, è una cosa che si può fare anche nelle scuole.
Comunque, le piante è giusto prenderle dove, nel posto ove si trovano, sono esposte a morte certa. E così ho preso aceri, platani, frassini, allori, oleandri, spuntati in mezzo alle massicciate delle ferrovie, negli interstizi dell’asfalto. Ho dei magnifici ibischi, adesso grandi ed in fiore la cui origine è il canale di scolo, i tombini di un supermercato vicino casa. Lì dentro continuano a puntarne da seme, da un filare di siepe di un condominio, evidentemente, il vento continua a portarvi la semente. Trova l’umidità ideale ed ecco che gli ibischi si riproducono. Io me li vado a prendere. Ibisco sinense, quello a fiore rosa, foglie caduche, di crescita rapida e resistente al gelo.
E questi sono nati da seme, quindi ancora più forti e vigorosi, le piante recuperate in giro, quando prelevate con una buona parte di radici, ottimamente crescono. Dei salici recuperati, degli aceri, dei ligustri, ne ho diffuso, regalato in giro a comporne dei boschetti. Una volta imparato, vi prende gusto. Salvare delle piante, vederle crescere, irrobustirsi, poi donarle a chi le sa apprezzare, è una soddisfazione che riempie. Questo nostro povero Paese non ha cultura botanica, il verde è trascurato.
Quando non oggetto di assassinio sistematico e radicale. Cosa sono, sennò, gli incendi che portano via centinaia di migliaia di ettari, se non un assassinio, un ecocidio programmato?
Sapendo che proprio le mafie del rimboschimento, spesso, sono alla base di questi incendi, saper fare da soli, riprodurre alla maniera dell’uomo che piantava gli alberi, si, il personaggio del grande, piccolo solo di pagine, di Jean Giono, è il massimo.

Se per i bastardi incendiari, per i porci, e mi scusino i suini che giammai hanno dato fuoco ad una sola quercia, anzi, cibandosene delle ghiande, proprio il contrario, il fine è quello di fare soldi, in un modo o nell’altro, andando a spegnere o andando a sistemare le reti paramassi, o a rimboschire, appunto, imparare come dalla natura si può imparare a riprodurre senza spendere soldi ma solo tempo e cura, è vitale. L’odio verso chi brucia verso tutto il perverso sistema criminale lasciate che lo esprima. Se fossimo così in tanti ad amare le piante, a provare dolore ogni qualvolta vengono arse, vi assicuro che gli incendi non vi sarebbero. La verità è che gli Italiani mugugnano sulle spiagge se il vento gli spinge le ceneri addosso, viceversa pensano al gelato o al fritto misto.
Se un popolo avesse cultura del bosco, amore per le proprie piante, rispetto per i propri alberi, non saremmo a questo mortificante, disperato punto. Morto.
Ed invece, insegnare la gioia del riprodurre con le proprie mani ad un bambino, a mille bambini, è questa la base di una civiltà diversa. Dove il cittadino innamorato del proprio ambiente, del proprio paesaggio finisce per esprimere politici che pensano in modo diverso anche rispetto alla desertificazione incombente ed assumono criteri altri per gestire i nostri boschi.
Il povero Sergio Endrigo, dico “povero” perché lasciato alla fine dei suoi giorni a morire solo come un cane, aveva capito tutto. Lo aveva cantato con una chiarezza limpida. Per fare un bosco ci vuole un fiore. Per fare tutto ci vuole un fiore. Per fare la terra ci vuole un fiore. Per fare un albero ci vuole un fiore. E se quel fiore, e se quell’albero sei tu, con le tue mani, ad averlo seminato e piantato, stai certo che allora proverai dolore quando vedi bruciare a migliaia gli alberi.
Sergio Endrigo aveva una sensibilità rara. Troppo? Intanto quella canzone è rimasta e ci insegna molto. Capire ed unire la poesia, che in greco “poiesis” vuol dire creazione, alla capacità di fare delle nostre mani, può fare germogliare mille, diecimila volte tutte le foreste bruciate.
Purchè si abbandoni la logica che il profitto è al centro di tutto. Guardo le mie balze profumate, respiro la lavanda, il rosmarino, le salvie. Negli autunni scorsi ho passato qualche ora ad interrare dei rami, ho dato acqua, se serviva. Spesa: zero. Lo so. Quanto scrivo è sovversivo.
Sovversivo del Sistema che esige che una moltitudine di persone sia asservita e debba ringraziare chi la fa lavorare per imboschire e vivaisti debbono guadagnare. Lo so. E’ il Sistema. Mafioso intrinsecamente. Collegato alle logiche del denaro e del profitto. Eppure, le mie salvie son là, belle, le api vanno a fecondarle, le api. Non lo sanno. Sul Vesuvio ne sono morte cinquanta milioni, cinquanta milioni per gli incendi di questo luglio 2017. Immaginate una fila di cinquanta milioni di api morte. Quelle api che impollinano e permettono la fertilità e la vita. Vorrei che i bambini di Torre Annunziata, di Torre del Greco, di Somma Vesuviana potessero leggere questo scritto.
Ancor più vorrei andare in quelle scuole ed insegnare. “Bambini, lo sapete che per avere un alloro, per poterlo mettere a dimora sul Vesuvio e sostituire quelli arsi non c’è bisogno che di un fiore?”
Si, c’è bisogno solo del fiore dell’amore, della propria passione. Passione che aiuta a generare tutta la perizia e la competenza possibile e necessaria. Poi, noi non facciamo che seguire la vita.
Se seguiamo la vita, generiamo bellezza. Se diventiamo un popolo sapiente ed innamorato, se insegniamo a riprodurre da seme o da talea, se migliaia di persone imparano, le lobbies crimnali, poco alla volta, retrocedono. Affinchè ci siano meno ladri è conditio sine qua non che noi stessi non si rubi. Più gente s’innamora ed impara a generare alberi, più diventiamo, tutti quanti, liberi.
Teodoro Margarita

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