Non ci sono più i semi di una volta. E invece sì

Leggere sulla stampa mainstream, ovvero quella più popolare, quella che leggono, più o meno tutti, sopra un argomento molto poco conosciuto come la biodiversità in agricoltura, un articolo ben documentato, asciutto senza essere noioso, che riporti gli autori importanti in gioco in Italia, non è scontato. Ed è successo. Venerdì, inserto della Repubblica, 25 agosto, vengo a saperlo perché Massimo Angelini lo inoltra anche alla mia associazione, Civiltà Contadina.

Riesco a procurarmi anche il numero originale, altra cosa dal Pdf, sapere in quale contesto è collocato un determinato servizio, quale rilievo abbia in quel numero, è importante.

Intanto si parla proprio di seedsavers, salvatori di semi. L’articolo è nato certamente durante il Mandillo dei semi di quest’anno, lo scambio che organizza il Consorzio della Patata Quarantina.

Da quel momento arrivano le foto. Riconosco Patrizio Mazzucchelli, di Teglio, artefice della rinascita del vero grano saraceno. Ecco il logo della Rete Semi Rurali, le interviste a Claudio Pozzi, presidente della RSR, a Massimo Angelini, non è più, per scelta, a capo del Consorzio ma si occupa di Pentagora, una casa editrice di cose rurali, egregia. Si cita Massimiliano Nunziata un appassionato seedsaver, cerco il suo profilo su Facebook, davvero notevoli le sue collezioni.

Mi è parso particolarmente riuscito l’incipit del servizio, l’autore,  Massimo Calandri, ha colto il nocciolo della questione: in contesti oramai, checchè ne dica il presidente Usa, assodati di sconvolgimenti climatici, avere una varietà di sementi antiche, non manipolate e nemmeno ibridate, costituisce una risorsa. E si citano i grani siciliani che pur in presenza di una estate siccitosa, sono stato sull’isola ed ho visto, mantengono le buone rese a fronte degli altri grani che, al contrario, non rendono affatto le promesse che le multinazionali dell’agribusiness millantano.

Un buon servizio alla causa della biodiversità, un elemento dal quale partire per aprire discussioni e riflessioni infinite. Buona lettura e… per una volta, ma davvero per una volta, il Carlin Petrini non dice la sua, su Repubblica esercita, di fatto, un monopolio, questa volta, miracolo, né Slow Food né lui appaiono. In Italia c’è un tappo informativo, se è “biodiversità” deve essere Slow Food, per fortuna, e questo ottimo servizio lo dimostra, non è così.

Buona lettura

GENOVA. Trenta quintali di grano tenero per ettaro coltivato in maniera non “convenzionale”, cioè con sementi e metodi antichi. Sulle colline sicule dell’Ennese, nonostante la siccità che ha dimezzato le rese – provocando danni all’agricoltura italiana per più di 2 miliardi di euro – un risultato del genere suona come un’impresa. Ma l’eco della raccolta appena conclusa è ovunque lo stesso, siano i campi della Valle d’Aosta o quelli delle Puglie, piemontesi o toscani. In un momento di eccezionale emergenza climatica come questo, i risultati premiano quelle poche migliaia di contadini ribelli («e felici», aggiungono loro) che da alcuni anni hanno scelto di riprendersi e custodire il patrimonio genetico della terra, rinnegando chimica e meccanica dell’industria sementiera. «Il tutto mentre l’agricoltura “convenzionale” è sempre più in crisi. E parliamo di quella in cui il contadino è costretto a comprarsi il seme dall’industria (e sono sempre quelle 4-5 qualità create in laboratorio per essere più redditizie), così come i concimi chimici, i nitrati, i macchinari sempre più performanti, gli anticrittogamici, i diserbanti; per poi consegnare il prodotto più o meno agli stessi soggetti che gli hanno venduto il seme insieme al resto e che fissano il prezzo» spiega Claudio Pozzi, presidente della Rete Semi Rurali, che da 10 anni raccoglie 40 associazioni diverse «per fare lobbying sui diritti dei contadini, e soprattutto tutelare il diritto alle sementi».

Per questo c’è chi ha scelto un’altra strada, recuperando, anche con l’aiuto di università e istituti agrari, buona parte di un tesoro sciaguratamente dimenticato, rimosso, quasi perduto (le varietà di frumento erano quasi un migliaio, più
di un secolo fa) perché, appunto, giudicato poco redditizio. Qualità come il Gentil- rosso, l’Abbondanza, il Cotroneo, il Duro pugliese, lo Ianculidda, il Marzuolo Val Pusteria. Nomi evocativi, musicali. Da masticare piano, con gusto. Piave, Precoce Piemonte, Rieti. Virgilio, Timilia, Perciasacchi, Trigu cossu. Varietà ritrovate, studiate, sperimentate: adattate alle diverse condizioni di quell’arcobaleno di sapori che è il nostro Paese, e ai cambiamenti climatici. Una metamorfosi rivoluzionaria, nel nome della tradizione. «Il “convenzionale” in queste settimane ha ottenuto rese di grano paragonabili a quelle delle nostre vecchie varietà, ma con investimenti incredibilmente superiori, per non parlare dei danni al territorio e alla salute», conferma Pozzi.
Non si parla solo di grano: ma anche di fagioli, pomodori, zucchine, melanzane, cavoli, cipolle, peperoncini, insalate. Pozzi spiega che questo modo nuovo ed antico di dialogare con la terra, «di riappropriarsi di un patrimonio genetico interessante per l’agricoltura di basso impatto, di presidiare il territorio e mantenerlo in condizioni sane, di offrire cibo al posto di merce», sta ottenendo i suoi frutti anche dal punto di vista imprenditoriale. «Le aziende che per prime hanno puntato in questa direzione hanno creato occupazione sul territorio e poco alla volta sono state seguite da altre. Sono nati consorzi di rete, cooperative» continua il presidente della Rete semi rurali. Non è casuale se, con la siccità, chi ha seminato “naturalmente” sia riuscito in qualche modo a limitare i danni. «Ma il vero successo è un altro», sostiene Luca Ferrero, piemontese, presidente di Asci (Associazione di solidarietà alla campagna italiana). «È il dialogo, la condivisione, la creazione di relazioni tra i ricercatori che studiano, gli agricoltori che seminano, i mugnai e i fornai che trasformano il prodotto, il consumatore che a sua volta partecipa e si informa, consapevole del giusto prezzo per un cibo che ha valori nutrizionali veri». Ferrero sottolinea l’importanza della collaborazione con istituti ed università, i tanti progetti di osservazione – uno su tutti, con il Consiglio di ricerca in agricoltura di Bergamo. Racconta delle oltre 80 date durante l’anno, in cui migliaia di persone – contadini ma anche orticoltori, o semplici appassionati di giardinaggio, magari giusto qualche pianta sul balcone – si incontrano per scambiarsi semi auto- prodotti.

Una delle più note è il “Mandillo dei semi” di Ronco Scrivia, paese dell’entroterra genovese (mandillo in dialetto sta per fazzoletto: e dunque, scambiarsi i semi prodotti dalla propria terra, riporli in un mandillo per regalarli a un nuovo amico). In posti così puoi incontrare uno come Massimiliano Nunziata, cuoco torinese che cinque anni fa è tornato per caso a Salerno nel casale del nonno, e ha trovato dei vecchi fagioli in una cassetta di alluminio. «Li ho coltivati per sfida. Buonissimi. Magari non redditizi, lo so. Però veri». La sua è diventata una missione: si è messo in contatto via Facebook con alcuni gruppi e ad oggi ha raccolto un migliaio di differenti varietà. Che regala, in cambio di altre sementi. «Ho recuperato anche pomodori: magari non così polposi e rossi, con la forma perfetta che trovate nei supermercati. Ma con un sapore fantastico». Massimo Angelini, editore ligure specializzato in libri sulla terra e i suoi prodotti, è l’organizzatore dell’incontro di Ronco Scrivia, che si tiene a gennaio. Racconta che vent’anni fa erano dei fuorilegge. «Prima del Duemila, scambiarsi semi prodotti dalla propria terra era un delitto punito dal codice con un’ammenda salata». Cominciò una sorta di disobbedienza civile: il primo “scambio delle sementi”. Dieci anni fa il governo riconobbe la biodiversità italiana. «Da allora siamo passati dalle 5 o 6 varietà di frumento conosciute, a 110. Ed è solo l’inizio».

Articolo di Massimo Calandri con foto di Fabio Bussalino uscito sul Venerdì di Repubblica il 25 agosto 2017.  

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