Storia di una martyinia

E’ qui, sul poggetto, anzi sono due ed infine tre, sono martynie proboscidee.
Sono piantine da fiore. Sono due grandi, in un bel vaso con sottovaso annesso. Stanno bene, hanno i tutori in legno, rametti, che impediscano che gli esuberanti e numerosi fiori possano ricadere e rompersi. Una piccolina l’ho travasata in un vasetto piccolo, provo a spedirla, tramite un amico, in Sicilia, a Camporeale, presso qualcuno che saprà amarla.


Siamo in tempi nei quali si usano le fotografie, una volta per descrivere una pianta o si scriveva oppure se ne faceva uno schizzo, ad acquerello. Possiedo un libretto di Fulco Pratesi, tra le essenze che dipinse, una mandragora. Nei pressi di Trapani, chissà se gli incendi di questa estate le avranno risparmiate. La martynia proboscidea, se gli antichi l’avessero conosciuta, ma, come non hanno potuto conoscere i pomodori e nemmeno i girasoli, non hanno potuto sognare, scoprire, immaginare paramorfismi strani e inconsueti, i nostri Greci e Romani, non hanno potuto tramandare leggende su di lei. Sulla mandragora, invece, si e quante. Ovidio avrebbe trovato parole alate, non le mie, povera martynia, scarne e rozze. Non c’è confronto. Ti dovrai accontentare. Io sono figlio e nipotino dei Lumi , mi hanno ucciso la fantasia con le leggi di Mendeleev, so cos’è il ciclo del carbonio e non mi puoi chiedere di immaginarti trasformata ninfa desiderata da un Dio. Vivo di questi tempi.


Martynia, se ti descrivo, se parlo e narro di te, è abbastanza. Le tue metamorfosi. La tua vita. Il tuo nascere e trasformarti, il tuo nascere, crescere, vivere, i tuoi colori, i tuoi steli, le foglie, i moscerini che tu assorbi, li mangi, sei una carnivora, carnivora gentile, i tuoi fiori bianchi e rosei, piccole orchidee, appaiono.
La martynia proboscidea l’ho trovata una decina d’anni fa, eravamo ad una fiera, un mercatino del biologico, a Milano. Un signore la decantava come pianta scaccia zanzare, come insetticida naturale. Il signore aveva una certa età. Mi convinse, bella, però. Cinquemila lire e fu mia.
Con gli anni ho scoperto il resto, il nome botanico, le caratteristiche, le origini.
Sono ancora grato a Massimo Acanfora, lui invitò Civiltà Contadina, la mia associazione, a quell’evento. Andammo io e la mia ex moglie, con nostro figlio, come sempre, in treno, portandoci dietro le sementi riprodotte da noi e le piantine nelle cassette, a fare pendant, in equilibrio. Viaggiare con i mezzi richiede perizia. In quell’occasione, una troupe di Rai Tre regionale riprese quel mercatino, non so per quale motivo e mi intervistò. Poi, mi dissero, non possedevo e non possiedo un televisore, andarono in onda alcuni minuti.
Doppiamente grato a Massimo, per quell’invito, quel servizio reso ai salvatori di semi e per questa bella martynia.


Da allora, ho scoperto l’originalità, le sue nascoste e orribili bellezze.
Questa pianticella, proviene dai tropici, sud degli Usa, e Caraibi, ha uno sviluppo particolare.
Intanto la semina è capricciosa. Vuole terreno sciolto ma ricco di materia organica.
Richiede il semino, nero ed ovoidale, schiacciato, di essere interrato per l’altezza sua giusto un centimetro nel terriccio. Necessita di caldo ed umidità. Una serra sarebbe l’ideale. Teme i ritorni di freddo. In questi anni mi è uscita un anno si ed un anno no. Avendo sempre conservato una riserva “strategica” di semi, quattro o cinque, non l’ho mai persa.
Non è una pianta rara, nella rete degli amici salvatori di semi l’ho trovata, non spesso ma l’ho trovata. Oltre ad essere coltivata in vaso, sta bene anche nell’orto e diventa forte e grande.
Così la trovai, stupendomene, coltivata fuori dal Museo della canapa a Castel Ponsone, in provincia di Cremona, ne trovai un filare, sostenuto da adeguati tutori, una serie di grosse martynie, mai viste così grandi e belle, quando dico “grandi” intendo alte poco più di mezzo metro.


La martynia compie la sua metamorfosi nel giro di una stagione, da giugno a settembre inoltrato passa dalla germinazione, caratteristiche le sue brattee iniziali, i dicotiledoni rossastri nella pagina inferiore, inconfondibili, e poi la crescita. Lo stelo, le foglie, verdine, poi i boccioli ed i fiori.
Dai fiori si sviluppano i baccelli, è la forma del baccello, quando è perfettamente pronto, a dare il nome alla pianticella. “Proboscidea” perché i baccelli, dapprima verdi, presentano una forma di proboscide oppure di zanne di elefante o mammut in miniatura.
Quando sono ben secche, le punte, acuminate, feriscono.
Il suo modo per aggrapparsi a qualche animale e poter percorrere più tragitto possibile onde poter spargere i semi più lontano? Mostrata, questa strana “proboscide” si presenta mostruosa.
I semini sono all’interno, adeguatamente protetti, per estrarli occorre una certa forza nel divaricare le “zanne” arricciate, proprio come quelle di un elefante.
Coltivo la martynia per la sua meravigliosa trasformazione, per il profumo e la bellezza dei suoi fiori. Mi piace stupire i visitatori del mio orto. E’ una pianta insolita.
Triste, quegli anni, pochi, per fortuna, che dei sei o sette semini piantati, nessuno è germinato.
Felice questa estate che con il suo calore intenso ha almeno fatto spuntare queste tre martynie.
Penso agli Antichi. Penso ad Ovidio. Non conoscevano le leggi della genetica, non sapevano che la Natura assume forme dovute solo a leggi di economia, che ciascun essere vivente elabora la propria forma, le proprie caratteristiche, crescita, profumi, colori, strategie di disseminazione, solo nella ferrea legge della necessità.


Ovidio non lo sapeva. Eppure, chissà cosa si sarebbero mai inventati per spiegare il perché dello stare al mondo della mia amica martynia, lo farò io? Proverò a scriverne una favola?
Non sarà bella come quella di Apollo e Dafne, non sarà come quella di Narciso o della Ninfa Eco, una storiella per bambini?
Ma si, mi ci proverò. Intanto, contribuisco a far conoscere martynia.
Tra poco, giù nell’orto, glielo dico: ho scritto di te, sei contenta?
Il venticello al vespro qui mi aiuterà. Dondoleranno le testoline dei fiori profumati e sembreranno dire di si. Raccontacelo. Facci sapere. Cosa hai scritto di noi. Ed in questi tempi bui, ove si assassinano alberi a milioni, questo loro profumo, mi sembrerà gratitudine sufficiente.
Ovidio avrebbe fatto meglio. Io sto invecchiando, non ho la vena del ventenne, ma ho, in più del ventenne, il senso di un dovere. Il dovere di scrivere e di coltivare. Non saranno gelose le cosmee, lo so. Su di loro, una poesia, ancora inedita. Uscirà, prima o poi. Usciranno tutti questi scritti sui fiori. Saluto i miei lettori giardinieri. Alla prossima, e vi saluta martynia.

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