Sapere di semi

Si impara, ci vuole molto tempo, pazienza, uno spirito d’osservazione tenace, quotidiano, ma, alla fine, si impara. Ci vuole tempo, volontà. Infine, con una certezza quasi assoluta si apprende a riconoscere quale forma abbiano le tue piantine allo stadio di mono o dicotiledoni.
Se vuoi coltivare il tuo orto, il tuo campo nel migliore dei modi, è necessario che ti impadronisci di un sapere che era comune ai contadini di un tempo ed adesso, si è perso.
Perché era normale riprodursi da sé le proprie sementi, poi, col mutare delle leggi del mercato, sono sempre meno coloro che si approvvigionano delle piantine da mettere a dimora senza far ricorso all’acquisto di piantine già grandicelle. Un salvatore di semi, un custode di antiche sementi deve, per forza di cose, possedere questa conoscenza. Ci sono i manuali, certo, ma nei manuali non ti possono illustrare la sottile differenza tra i cotiledoni, ovvero le prime foglioline del prezzemolo utile o della velenosa cicuta. Simili le piante da adulte, simili anche nel germinare.
Oggi 25 maggio 2017, sul Manifesto, uno studioso di cose rurali, ha scritto un articolo di rara concisione ed efficacia sulla cultura contadina, sul sapere vernacolare incredibile e diffuso che si è perso, Piero Bevilacqua, protagonista al Festival dei Sensi con “Corpi al lavoro, i contadini in un mondo di parole”. Sono riflessioni sue ma che erano già mie, già nostre, del mondo piccolo ma decisamente curioso, carico di memorie, del quale fanno parte i seedsavers. Tra i saperi orali e manuali perduti, questa conoscenza immediata, a colpo sicuro, di una essenza anziché di un’altra, questa, bisogna possederla. Nei manuali non può esserci, per forza di cose, tutto. Così, cominciando, parlo per me ma per quanti conosco è stato un processo simile, si impara dai più facili.
Impari a distinguere le due lunette iniziale delle labiate, il basilico, impari a riconoscere quando spunta. E non solo, impari a riconoscere e non avere paura di quella strana, azzurrina, tenue mucillagine che si forma sui piccoli semi dopo pochi giorni e che, svanendo, lascia il posto ai dicotiledoni che ti diventano familiari. Impari in un vasetto composto col terriccio del tuo podere, impari a non comprarlo più e ricostituire da te anche la tua terra per i vasi, a riconoscere ed estirpare le infestanti più diffuse, la parietaria, la celidonia, il romice, il senecio e sono infinite e dipende da dove abiti e dove coltivi e da cosa cresce all’intorno. Nei miei vasi spuntano frequentemente robinie, bagolari, frassini, ligustri, susine, impari a riconoscere e strappi, con due dita, fuori, con calma, badando a lasciare nel vasetto il terriccio, strappi solo l’infestante. Dopo tanti, per me dal 1982, quando ho cominciato ad imparare, anni, diventi esperto, si, diventi abile e riconosci senza sbagliare la gramigna dal grano o dal mais, l’orzo dall’ordeum murinum, quello selvatico, impari quali sono le infestanti presenti nel tuo terreno e muovi sicuro le mani, anzi, le dita.
Così, aspettando, pazientemente che germogli la specie giusta e non quelle indesiderate, ti rimangono nella mente, ma molto di più negli occhi, nella sensibilità delle dita quei preziosi saperi.
Impari e riconosci, poi, all’interno di una stessa specie, le differenti varietà.
I tagetes, per esempio, impari a riconoscere i dicotiledoni del più comune, il tagetes patula e poi quelli più rari, il tagetes minuta, il tagetes lucida. Impari, ed è un processo a ritroso nella memoria di un popolo che contadino era e facendo imparava e facendo ritrasmetteva conoscenze senza necessità di scrivere. Contadini che non avevano parola ma corpi, corpi che sapevano.
Non riconosci solo dalle forme ma dal tatto, la carnosità di un germoglio, alle volte, il suo odore.
Per risalire a questa sapienza, è importante partire da un vaso. Chi semina su larga scala, non impara nulla. Macchine depongono il seme, macchine diserbano, macchine regolano l’altezza, macchine raccolgono, mietono, trebbiano. Un professionista siffatto non ha nemmeno bisogno di riconoscerlo il cotiledone del mais. La sapienza rinasce facendo di persona. Si parte da un vivaio.
Un vivaio costituito da vasi di diversa foggia e dimensione per le differenti essenze. Impari dalla a alla zeta. Impari a tenere in mano il vasetto… scontato? Affatto, quando ho avuto il mio bravo orto didattico, non erano pochi i bambini che si lasciavano sfuggire il vasetto dalle mani, irrimediabilmente tutto perso, vasetto, terriccio e buona semente.
Allora, ci vuole pazienza e non rimproverare, su, ricominciamo daccapo. Un vivaio, i vasi lunghi e rettangolari da geranio, quelli tondi, per i fiori ed una infinita serie di recipienti che si possono anche autoprodurre e riciclare. Alice Pasin, architetto paesaggista, quando tornò dall’Azerbaigian, portò bustine di sementi comprate al mercato: una emozione vedere come queste signore, babushke, nonne, avessero confezionato e cucito, a mano, quelle bustine in carta e scritto con la chiara grafia, in cirillico “Delfinium”, e raccontò di come, nei mercati locali, mercati popolari, usassero vendere piantine nelle latte del pomodoro o dell’olio o della prima cosa fosse un recipiente disponibile, basta forare sul fondo e pure i vasetti dello yogurt diventano vasi.
Normale, nella mia infanzia, incontrare vecchie vasche da bagno diventare fioriere o semenzai.
Un vivaio è il principio ed è giusto, vivaio è una bellissima parola, viene da “vita”, in francese si dice “pèpiniere” e non ha la stessa radice. Vivaio sembra essere il contrario di “mortaio”, nel vivaio allevi il principio della vita del tuo orto, nel vivaio impari a riconoscere i germogli.
Impari a proteggere il tuo vivaio, puoi costruirti la tua serra, in città, ma non solo, conosco persone che seminano nella sala da bagno, delle vetrate ampie aiutano, oppure nell’intercapedine delle finestre. Se si ha voglia, si trova lo spazio per seminare.
Ed impari, impari la differenza tra monocotiledoni e dicotiledoni. Impari a conoscere la luna, il tempo, le stagioni, impari oppure ti servi di un calendario biodinamico, ottimo quello di Maria Thun, Editrice Antroposofica, impari anche le stranezze e le fissazioni di questo calendario.
Da un decennio lo acquisto e mi chiedo, è invariabile, è così, fisso e stabilito, ogni Venerdì Santo, Sabato Santo, ogni anno è tratteggiato: non si può seminare nulla. Conoscenze astronomiche o superstizione religiosa? Mah, chi lo sa, chi lo può sapere, ma Catone nel suo De agricoltura, manuale molto preciso e ruvido, sbrigativo, oltre a consigliarti cosa e come coltivare, quale frutta secca mettere da parte per gli schiavi, ti elencava, pure, perché non si può mai sapere, anche una serie di scongiuri ed incantamenti. E si, i Romani antichi credevano che qualcuno potesse fare “volare” alla lettera, tutto il tuo raccolto, nel proprio campo e, dunque, bisognava pur conoscere lo scongiuro adatto. I Romani, quelli che hanno costruito strade sulle quali si circola ancora oggi e costruito ponti che l’Anas se li sogna. Ovvero, permane e permarrà sempre, lo stupore, la meraviglia. Per quanto si possa essere certi di riconoscere e di sapere, cosa accidenti stia spuntando nel proprio vaso, se non abbiamo comprato la sterile e morta terra del supermercato, certificata “sterile”, asettica, immune da ogni contaminazione, un elemento di perplessità, permane.
Per esempio, ho seminato, come da diversi anni, il sorgo rosso, pianta preziosa e importante.
Non germinava, io lo so che il sorgo è una graminacea, quindi monocotiledone. Ovvero, come per il mais, spunta un solo stelo che cresce e si sviluppa. Bene, ho seminato in aprile, una marea di sementi differenti, non voglio restare sprovvisto, quindi nei giorni di Pasqua, venerdi e sabato esclusi, come da calendario di Maria Thun, quindi anche il sorgo. Siamo a fine maggio, in un mese, nulla. Allora mi sono voluto illudere ed ho visto il sorgo sotto altra specie e forma.
Ho voluto credere sorgo ciò che sorgo non poteva essere e lo sapevo bene. Piantine, germogli dicotiledoni: sarà per caso questo? E via a spiare… osservare cosa venisse fuori. Finchè, questa mattina, in un vasetto tondo di quelli classici neri, eccolo per davvero. Il sorgo, il monocotiledone senza dubbio che si origina dal piccolo e lucido semino rosso.
Vado a cercare in rete: il sorgo va seminato dopo la prima metà di maggio, ha bisogno di caldo.
Solo in questi giorni, infatti, la temperatura si mantiene sopra i venti gradi e poco sotto i trenta.
Ovvero, ho sempre saputo come fosse il germoglio del sorgo ma non volevo aspettare troppo.
Infine, è arrivato, e come è germogliato in quel vasetto, sono certo, germoglierà ovunque.
Importante scrivere di queste cose. Non si trovano nei manuali di agronomia.
Essi sono fatti per una agricoltura su vasta scala e si suppone che all’agricoltore moderno, dotato di macchine, non importi nulla né della forma del cotiledone e tanto meno della luna o del calendario religioso della Maria Thun. La mia prima suocera che di certe cose si intendeva, seminava in grandi catini, le essenze per la casa, le aromatiche necessarie alla cucina meridionale, diceva che i semi sono come le stelle: porta male a contarli.
Vorrei essere presente a quel Festival dove Piero Bevilacqua, ho avuto modo di sentirlo al telefono, persona squisita, e mostrargli queste pagine. Sono la cultura contadina che io, laureato, provo a mettere per iscritto e per iscritto, queste cose, non stanno.
E’ importante fare da sé, partire dal vaso, dal vaso sul balcone e comunque da un vivaio.
E’ vitale conoscere come sono fatte le pianticelle, non lasciare a biologi e genetisti, solo a loro, la conoscenza. Conoscenza sterile perché senza memoria, senza amore, senza costanza, senza uno stormo di anatre che ti distrae sorvolando il tuo podere all’improvviso, senza le farfalle, senza quel bruco che se ne sta là, perché mai, appeso sul muro, immobile ma immobile non è, a fare la sua muta. Conoscenza sterile perché nei laboratori non passano i bambini o Penelope, la curiosa ed affettuosa, e cacciatrice infallibile, micia dei vicini. I semi sono segni. Scrissi, ed avevo vent’anni,
“L’alfa alfa germoglia, le betulle sono delle piccole beta che spuntano tutte nell’infinita gamma dei segni” laddove l’alfa alfa è un’erba, e non tutti lo sanno. Mario Rigoni Stern, lo scrittore, ha detto che è il contadino il portatore della cultura più ricca e più completa. Aveva ragione, è il contadino, abitante del contado, ciò che circonda la città, come “paysan” in francese vuol dire abitante del paese, il territorio nel suo insieme. Eravamo tutti o quasi contadini, conoscevamo tutti le forme dei germogli. Non basta un ecologismo militante per riportarci alla Terra, la Terra bisogna averla sotto le unghie, bisogna metterci le mani dentro. Saper leggere, leggere di terra, serve. Esistono case editrici che hanno svolto un lavoro esemplare, piccole e preziose, Quaderni d’Ontignano, per esempio, riviste che hanno recuperato un sapere immenso, la AAM Terra Nuova che significava “Agricoltura, alimentazione, medicina”, adesso c’è Pentagora dell’amico Massimo Angelini.
Sono tanti i riferimenti bibliografici intorno alle cose della terra che parlano della terra e dei contadini con venerazione e rispetto, che rispettano il seme e la fatica, che conoscono le nuvole e sanno quali porteranno la grandine. Ma esisti tu, tu che hai deciso di coltivare e quindi di coltivarti.
Quanto a me, il primo riferimento scritto alla Terra, riferimento fantasioso, leggendario quindi degno di memoria ed assieme pratico quindi vivo, risale alle elementari, il sussidiario della Fabbri editori, si chiamava “Il perché delle cose”, vi leggevo che, forse, l’agricoltura è nata per un gioco di imitazione dei bambini che seppellendo dei semini, hanno poi scoperto che questi, meraviglia delle meraviglie, germogliavano. Questa cosa mi ha colpito, mi è rimasta dentro. Sono parole gravide di immaginazione. Le porto dentro come mi rimane dentro l’odore penetrante dei buoni pomodori, le piante, non i frutti, quando ci passavo in mezzo. Lo risento, quando crescono i miei. Mi torna alla mente quell’odore e rivedo mia madre che quei pomodori, certamente, aveva provveduto a “pastinare” ovvero a coltivare. Mi viene in mente questo e con orgoglio, tutta la sapienza antica dei nomi dialettali delle piante, l’”accio” che poi è l’apium, il sedano per i Romani e mi rendo conto che l’analfabetismo di mia madre, contadina, era un vivaio immenso, un patrimonio di conoscenze che, messo per iscritto, mi basterebbe per infiniti saggi. Per me, avere le mani nella terra, la bella terra marrone scuro, significa fare e pensare. Significa restare connesso col senso delle cose più pronde e che anche quando non scrivo, invece lo sto facendo. Si, quando riproduciamo i nostri buoni semi di varietà antiche, noi facciamo cultura, noi ci coltiviamo e coltiviamo un mondo umano connesso col suo passato, che sta vivendo nel presente e che è fiducioso nel futuro. E siamo meno tristi per chi ci ha generato e più non possiamo abbracciare. Esso, essi, tutti i contadini e le contadine che ci hanno preceduti, stanno con noi e con noi stanno, anch’essi, anche loro, connessi, intimamente collegati dalla tua mano, dai tuoi occhi nella terra ed anch’essi, confidano e sperano, fanno voti solenni a tutte le divinità del cielo e della terra, iperuraniche o ctonie, che tu possa vivere, che i tuoi semi possano germogliare, che chi ti sta leggendo, e leggere viene da raccogliere, possa provare come te questa gioia immensa. “Essi mi seppellirono, credendo di uccidermi. Ma essi non sapevano che io ero un seme” questo è un detto Mapuche, e mi appare come la immagine più bella per concludere, si fa per dire, il nostro ragionamento. Allora, anche tu, non hai cominciato a preparare il tuo vaso? Fai in tempo, la stagione, per i contadini del sud la “stagione” era l’estate, puoi seminare ancora basilico, fagiolini, attento al prezzemolo , è capriccioso, ci mette tanto tempo, come il sorgo rosso.
Abbi fede, anche quello, se lo semini, senza dubbio, come una bella pagina di poesia, come una canzone nuova, emetterà le sottili piccole ali e si innalzerà. Ricordati di lasciare andare a seme una bella piantina, il prossimo anno, non dovrai comprarlo.
Teodoro Margarita, salvatore di semi.

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