Semi per Lampedusa

In occasione di “Seeds and chips” evento molto modaiolo svoltosi a Milano durante la prima settimana di maggio, il ministro per l’agricoltura Maurizio Martina ha offerto all’ex presidente americano Barack Obama dei semi provenienti da Lampedusa. Questi semi, quattro varietà antiche, favino nero, orzo, lenticchie e zucchine sono state raccolte dall’associazione Terra! Onlus che sull’isola da qualche anno ha allestito un orto sociale condiviso “P’orto di Lampedusa”.
Seeds and chips a Milano ha voluto essere una sorta di raccolta del testimone di Expo 2015 “Energie per la vita. Nutrire il pianeta” che sappiamo cosa è stato e che cosa ha rappresentato.
Della venuta di Barack Obama a Milano i giornali ci hanno raccontato della cena a pagamento, 850 da versare, per sentire il discorso di Obama. Sappiamo del dispiegamento di forze di polizia ingente, della passerella in centro, conosciamo il menu delle varie cene e pranzi, sappiamo di Renzi, ex capo del governo e di come questa Seeds and chips abbia avuto grande eco sui media.
Seeds and chips: semi e patatine. Vogliamo andare oltre, scavare sotto l’apparenza?
Barack Obama è stato il presidente Usa che ha fieramente dichiarato di aver lasciato il proprio paese più armato, fino ai denti, le sette potenze che seguono gli Usa, tutte insieme non eguagliano il budget speso per la difesa dagli Americani durante la presidenza Obama. Trump dice che gli Stati Uniti sono si sono indeboliti: mente sapendo di mentire.
Barack Obama, premio Nobel per la Pace. Quanto alla sua relazione col mondo dell’agricoltura, dobbiamo ricordare che Obama ha firmato il cosiddetto “Monsanto Act” ovvero la legge che annulla l’obbligatorietà negli Usa, sugli scaffali dei supermercati, delle etichette indicanti OGM o no nei prodotti alimentari. Significa che il consumatore non può più scegliere cosa mangiare, se non desidera ingerire derivati da sementi OGM, non sarà più in grado di leggerlo tra gli ingredienti.
Non siamo in grado di giudicare l’insieme delle politiche ambientali di questo presidente, il primo non bianco che gli Usa abbiamo mai avuto, gli riconosciamo, prima della sua uscita di scena di aver firmato il bando alle ricerche di idrocarburi nell’Artico e, subito Trump lo ha stracciato, anche uno stop all’oleodotto che minacciava le terre sacre dei Dakota.
Torniamo a Lampedusa. Ci torniamo in ogni senso, sull’isola, la scorsa estate, sono stato, ho partecipato a P’Orto, ho condiviso una settimana di incontri, di lavori, con i soci di Terra!Onlus.
Lampedusa è un simbolo potente, un faro sul mare. Tragedie umane derivate dall’esodo di centinaia di migliaia di persone dal sud verso il nord del mondo hanno fatto di questa isola un catalizzatore dell’attenzione dei media di tutto il mondo. Lampedusa è una piccola isola, più a sud di Tunisi, ha visto materializzarsi concretamente lo spostamento di popolazioni in fuga da guerre, persecuzioni, calamità ambientali e politiche. Lampedusa è, grosso modo, un rettangolo frastagliato, un bassopiano a picco sul mare, non ci sono alture di rilievo, un solo centro abitato, un porto, un aeroporto. Appena arrivati, in aereo, via mare, partendo dalla Lombardia richiede diversi giorni di viaggio, appare questa distesa di case in mezzo ad un paesaggio che presenta il verde solo nei canaloni che digradano verso la costa. L’agricoltura è scomparsa o quasi. L’isola è in preda alla desertificazione, la roccia madre appare viva, sempre più estesa. Muretti a secco dirupati, ovunque.
I resort e i bungalow, ville e villette per turisti sostituiscono le antiche masserie.
Lampedusa vive di turismo, decine di migliaia le presenze, concentrate in estate, l’agricoltura, una volta attività prevalente, assieme alla pesca dello sgombro, è relegata a fatto sporadico.
Il favino nero, l’orzo, i semi di zucchino e le lenticchie donati dal nostro ministro dell’agricoltura a Barack Obama, sono un simbolo, non una produzione di massa di Lampedusa.
Per esserci stato e per aver girato in lungo e in largo l’isola, non ci vuole molto, a piedi, qualche ora e il periplo è fatto, so che le lenticchie erano tipiche di Linosa, l’isoletta ancora più piccola che costituisce il comune, orzo, favino nero e la zucchina, immagino siano le belle zucchine tonde che ho trovato in vendita dai fruttivendoli, ma sono coltivate anche in Sicilia, regione alla quale appartiene Lampedusa. L’agricoltura messa da parte, lo spettacolo dei muretti a secco dirupati, delle vecchie coltivazioni abbandonate dappertutto, è il paesaggio dell’isola. Vista dal mare, un giro in barca, ne vale la pena, l’isola appare bellissima, spiagge splendide, massimamente quella detta “dei conigli” ma tutte le altre cale e calette ospitano una fauna avicola incredibile, il falco della regina, rondoni di mare tra le altre specie.
Abbiamo avvistato delfini, mare incredibile, laggiù. Veniamo alla terra. Nel pieno centro dell’abitato gli orti sociali gestiti da Terra!. Un piccolo appezzamento dove doveva sorgere un parcheggio, sono anche stati effettuati scavi archeologici ma i resti, fari e faretti erano tutti spaccati, abbandonati, vede queste porzioni coltivate. Salta all’occhio la differenza tra un modo di coltivare considerato “comune” ovvero le solite file di pomodori inquadrate a scacchiera ed un piccolo orto sinergico, con le sue pacciamature con paglia, le consociazioni tra aromatiche, fiori e verdure. Da una parte il deserto, combattuto con innaffiature continue e nel piccolo orticello curato dal permacultore Simone Palomba, il verde, il profumo della menta, il giallo svettante dei girasoli.
Non è per cattiva volontà che non si estende a tutto il complesso dell’orto quel saggio e poco idrovoro sistema. Lampedusa vive di acqua del desalinizzatore, tutti bevono acqua in bottiglia.
P’Orto è un progetto di orti sociali e gli utenti del Centro di Igiene Mentale sono i protagonisti.
Non discuto questo. I dirigenti e soci di Terra! Sono degli ecologisti convinti, persone che amano il pianeta, assolutamente sensibili. Che abbiamo procurato quelle quattro essenze ritrovate sull’isola e le abbiano fatte pervenire, per mezzo del nostro ministro a Barack Obama è cosa buona ed ottima.
Si tratta di porre le basi per una rinascita possibile dell’agricoltura sull’isola.
Essa, al momento, dipende in tutto e per tutto dal turismo e dalla pesca. Dalla Sicilia arrivano i generi alimentari che troviamo nei negozi. Non è sempre stato così. Lampedusa era una terra che viveva di mare e di agricoltura ed esportava prodotti di eccellenza. La storia ce la racconta il professor Taranto dell’Archivio storico lampedusano. La storia ce la ha raccontata il professore Tommaso Lamantia dell’Università di Palermo. Con lui abbiamo camminato per i canaloni digradanti verso il mare, ci ha parlato a lungo verso Cala Pulcino.
Lampedusa conosceva e, in parte, possiede ancora, una varietà di viti incredibile. Ogni marinaio, pescatore, marittimo imbarcato, riportava sull’isola vitigni ed anche sementi che trovava altrove.
Ogni uomo che dal mare traeva il suo vivere, era alla sua terra, per piccola che fosse, che pensava.
Lampedusa era conosciuta ai Greci, è stata trovata una moneta di piccolo conio, recante l’iscrizione “Lipadusa” è l’orgoglio dei lampedusani, indice di indipendenza e di tradizioni antiche, pluri- millenarie .
Lampedusa è stata cantata da Ludovico Ariosto. Terra neutrale universalmente riconosciuta, nel corso della sua storia ha accolto genti di fede e provenienze diverse. Celebre la grotta, ora diventata santuario, nella quale un santo eremita permetteva si celebrassero fianco a fianco i culti cristiano e mussulmano. Lampedusa terra di accoglienza. Terra di dialogo. C’è un museo, svettano sul suo tetto, pennoni che recano flottanti i giubbotti di salvataggio arancioni dei migranti, ci sono associazioni e reti di accoglienza. A Lampedusa c’è un centro sociale, “A scavuza” a piedi scalzi, il centro sociale più meridionale d’Europa.

Vogliamo citare il nome di Giusi Nicolini? Superfluo, mica tanto, il sindaco, che, ricordiamo, succede ad un altro, leghista, Mara Maraventano, Nicolini, era presidente del locale circolo Legambiente.
Ho lavorato in quell’orto, vissuto una quindicina di giorni a Lampedusa, visitato anche Linosa.
Da salvatore di semi, da ecologista radicale e profondo, quello che mi ha impressionato è il processo di desertificazione. La sensazione di degrado verso la roccia non è una sensazione.
Se si abbandona l’agricoltura, se si permette la pratica di una pastorizia senza vincoli, l’alternativa al deserto, su questi spazi ristretti, non esiste. Nella caletta dove era ubicato il nostro camping, Cala Greca, un personaggio incredibile faceva il suo compito per arrestare questo degrado. Nicola, e va bene chiamarlo così, per sua iniziativa spontanea, sta, da anni, piantumando aloe, agavi, oleandri e palme per rimboschire quel luogo. Perché, nelle profonde incanalature lungo i solchi delle fiumare stagionali, c’è umidità. Persino in pieno luglio, svegliandosi presto, i rami delle tamerici erano gocciolanti dell’acqua che evaporando dal mare per l’escursione termica, si depone sulla vegetazione.
Lo stesso fenomeno accade a Procida, anche più copiosamente.
Sfruttare questo processo piantumando, le tamerici, con le loro profonde radici, una , durante lo scavo del canale di Suez fu trovata con radici profonde trenta metri, vanno benissimo, si arresta il deserto. Nicola, solitario custode della cala, quando i turisti vanno via, lui, resta, fa bene.
I ragazzi di Terra! Sono , possono rappresentare una inversione di tendenza nell’abbandono dei campi. Il loro orto, coltivato in mezzo al paese, diventare un esempio di ripartenza.
Nel corso del campo abbiamo incontrato esponenti dell’associazionismo più illuminato e consapevole, esponenti delle famose Ong adesso sotto accusa, abbiamo conosciuto Legambiente, il circolo dedicato ad una bambina, Esther Ada, profuga, l’isola è meta di artisti, cineasti, muralisti, Terranera, tra gli altri.
Gli occhi del mondo guardano a Lampedusa. Se da Lampedusa si dipartissero, si diffondessero buoni semi di essenze forti e resistenti, buone pratiche agricole , modello per la prossima Africa, se i migranti accolti fossero accolti in questo progetto, avremmo tutti da guadagnare.
Non scordiamo che un evento imprevisto, al momento attuale, con la dipendenza alimentare totale dalle importazioni, una tragedia, togliendo la risorsa turistica, scaraventerebbe l’isola nella crisi più nera. Lampedusa è piccola. Si potrebbe fare. Ricostruire i muretti a secco, ripiantumare le viti partendo dalle varietà antiche. Adesso come adesso, camminando a piedi, troppa immondizia dappertutto, e quanto facile, col concorso di tutti, una buona raccolta differenziata, anche dell’organico per produrre in loco, ottimo compost di cui l’isola ha disperato bisogno.
I soggetti attivi sono tanti, le intelligenze disponibili anche.
Ho spedito semi di sorgo rosso, cereale che cresce bene con quel clima secco, altre essenze che necessitano di poca o nulla acqua. I salvatori di semi, che rappresento, ci sono.
Da Lampedusa, per diffondere semi buoni, buoni semi di autosufficienza e di libertà, è necessario che colà vengano coltivati. Veramente, con la costanza, la sapienza e l’amore che trascinano il mondo. Lampedusa come modello positivo, abbiamo conosciuto l’accoglienza, l’altruismo degli isolani, vorremmo che anche sul versante ambientale lo stesso impegno.
Dall’isola, da ambedue le Pelagie, un segno forte, un fiore di vita, un fiore di libertà nel Mediterraneo. Allora quei semi donati a Barack Obama, avranno davvero un senso, un forte ed inequivocabile senso di vita. Ci vuole l’impegno di molti. Le mie suole, le suole delle scarpe, lasciando Lampedusa, profumano, non portiamo via solo l’eco delle strida dei gabbiani e la voce del mare, lasciamo buona semente. Lasciamo un segno di vita che si riproduce. Lampedusa merita di rivedere le viti, l’orzo, le fave, le zucchine, gli alberi da frutto ricrescere e produrre. Come a Linosa e non li avevo mai visti altrove, i capperi piantati a giardinetto, nelle piazzole circondate da siepi di fico d’India. Semi per Lampedusa, semi da Lampedusa.
Teodoro Margarita, seedsaver, per Civiltà Contadina.

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