Il racconto del coltivare ovvero “Il pensiero della Terra”

Incredibile la quantità di idee che sopraggiungono mentre sei alle prese con le semine, il diserbo a mano, la potatura dei rami che intralciano, incredibile come è vivo il muoversi, il fare, quanto stimolante sia il coltivare. Coltivare significa coltivarsi. Un terreno non è uguale a nessun altro ed il paesaggio, la presenza di mari, laghi, fiumi, montagne o colline determina ogni azione.
Per non dire della latitudine e longitudine nella quale operi. Coltivare in pianura padana non è come coltivare nel Campidano, pianura anch’essa ma in Sardegna. Il tuo luogo, è lui che ti parla ed è dal luogo che impari cosa fare e come farlo e quando farlo.
Ci vuole tempo, anni, per capire come reagisce il tuo terreno alle diverse stagioni. Essendo sparito il vero sapere contadino, tocca a te reinventare, ritrovare, comprendere i venti, le nuvole, per agire bene in relazione alla tua terra. Solo tu sai, nessuno al posto tuo, di te che operi, respiri, vivi il tuo campo, può suggerire. Io coltivo in quel di Cranno, un poggetto all’inizio della Vallassina, Triangolo Lariano, tra Como e Lecco, e la punta , il vertice, freccia a nord, è punta Spartivento, in mezzo al lago di Como, più conosciuta è Bellagio.
Vivo e coltivo questo podere, avendo la società di massa estinto quel che restava del genius loci, mi sono assunto io il compito. Guardo verso il suolo e vedo i lombrichi attorcigliarsi felici nell’humus.
Levo lo sguardo al cielo, un palmo sotto le nuvole, a sostenere il sorriso del cielo, il rincorrersi dell’aria che gioca a formare battaglie di nuvole col vento, vedo aironi, anatre, corvi, merli, fringuelli, qualche falco, poiane…
Intorno, boschi di bagolari, detti anche spaccasassi, frassini, carpini, robinie e vedo distese di prati.
Ed un fiume, il Lambro, ed un torrente che va ad ingrossare il fiume tuffandosi da Cranno a formare la cascata Vallategna. Le cime dei monti, si sono innevate ancora di primavera inoltrata, siamo in maggio, le colline, l’alveo del Lambro con gli alti pioppi e svettanti salici.
Tutto questo vive e rivive quando vango, quando penso a cosa e dove seminare.
Dove sorge il Sole? Dove e quando sorge in inverno? Ed in estate e dove tramonta?
E quali sono i venti dominanti? Quali portano acqua, quali annunciano il caldo, come si chiamano, che regolarità hanno?
Ed ho imparato a conoscerli, la Breva, il Tivano, il Favonio, e Breva e Tivano sono i nomi locali ed hanno comportamenti singolari, solamente qui, in questa mia terra di laghi ed il lago di Como, in linea d’aria a pochi chilometri, influenza e fortemente il clima così come la presenza di alte cime come le Grigne che ammiro dall’orto nelle balze inferiori. In inverno il freddo rigido portato da un vento sibilante, è di là, da quelle vette, che arriva dentro l’ossa.
Chi sceglie di farsi contadino è dunque obbligato a conoscere la Terra, la terra nella quale vive e coltiva. Sapere il mezzogiorno e il settentrione, il levante ed il ponente.
Coltivare, dunque, restituisce al reale, all’esperienziale concreto. Ciò che riesco ad esprimervi adesso è poco, un granello delle infinite considerazioni che, accumulate e corroborate dal tempo, sgorgano giorno per giorno, stando qui, nel podere, lavorando o anche e non è, spesso, non meno importante, semplicemente, ed è una semplicità solo apparente, osservando, capendo, fiutando l’aria, le nubi, le correnti.
E cresci, cresci tu come persona così ed allo stesso modo, armonioso, delle piante.
Posso dirvi che quando devo inserire a Cranno una pianta nuova, importante, un arbusto che raggiungerà discreta altezza ed ingombro di superficie, ci penso. Ci penso su molto ma lascio che a “pensare” sia la pianta stessa e lascio che sia Cranno a decidere dove questa nuova creatura verrà a vivere. Come faccio? Oh, semplice, anche se, relativamente, faticoso, prendo la pianta in questione, per esempio un giovane pero, lo porto in giro per le balze, ho un terreno a terrazze, lo appoggio per terra, mi guardo intorno, penso, considero a fondo… no, mi dico, qui non starai bene, poca luce, troppo vento… vediamo laggiù. Finché non mi dice dentro la giusta posizione, proseguo per tentativi questo peregrinare. E, finalmente, qualcosa, qualcuno? La pianta, il terreno, il cielo, mi dice che si, quello è il posto adatto. This must be the place o se preferite, hic manebimus optime.
E non mi sono mai sbagliato. Perché, da quando sono qui ne ho visti di proprietari di ville , ultimamente hanno proprio dovuto chiudere l’unica strada, per abbattere alberi, per lo più conifere che, raggiunti e superati i venticinque metri, minacciavano le stesse abitazioni.
Qui a Cranno, nel podere a misura di contadino che ho, niente conifere, nessun albero monumentale.


Un faggio, una quercia mi occuperebbero ogni superficie coltivabile. E non intendo ergermi a signorotto di campagna. Qui voglio dialogare con le stagioni, prevedere, provare a prevedere ed ingannare il tempo. Quello interiore e quello esteriore, meteorologico tempo di fulmini e grandine, di neve, sempre meno e piogge, sempre meno diffuse nel corso dell’anno e sempre più concentrate.
Da quando sono qui ho i miei “Quaderni di campagna”. Ogni volta, finiti i lavori, su questi libriccini annoto quanto fatto, se non ho proprio potuto far nulla, per le ragioni più varie, la pioggia intensa, il gelo o semplicemente per altri impegni, annoto il tempo che fa.
Scrivere, quindi, mi aiuta nel pensare le mosse successive. Scrivere, in questo modo costante, non è attività intellettuale, spesso annoto alla svelta, mani non del tutto pulite e macchie marroni decorano il libretto, il farlo, sempre, è vitale.
Non oso nemmeno porre alla vostra attenzione la varietà, la mole immensa di pensieri che sgorgano direttamente dalla terra, dopo decenni di lavoro, ci vorrebbero , si potrebbero facilmente ricavarne dei saggi o dei romanzi, volendo.
E, lì, su quei libriccini, alle volte mi diverto a schizzarne qualche trama.
“La storia d’amore del salice e di una passiflora” avevo cominciato, proprio nel casottino di campagna dove ripongo amorevolmente i semi, i libri di botanica e gli attrezzi più preziosi, a scriverne… In qualche paginetta era anche emersa tenera, toccante.
Le stagioni influiscono molto. Un inverno come questo, freddo anche se non eccessivamente, ma arido, secco, esprime pensieri concisi, aspri. Estati umide, calde e pregne di vapori per frequenti temporali, allargano ed esauriscono, alimentano ed estenuano. Difficile essere scrittori e coltivatori insieme. Ce ne sono di scrittori-giardinieri ma vorrei chiedere loro quanto tempo dedicano allo scrivere e quanto al coltivare. Io, personalmente, curo il podere dalla semente alla lavorazione pesante. Questa la mia fatica e questa la mia gioia.
Certamente ed è una condizione di comunanza forte, mi sento affratellato a tutti quanti i contadini, liberi, coscienti, autonomi che ci sono sulla terra. Mi sento più affratellato a loro che ai “cugini” scrittori-giardinieri. L’essere un salvatore di semi, l’essermi assunto il compito di salvaguardare essenze rare della tradizione rurale mi pone in condizione di sentirmi responsabile.
Tanto deve essere salvato ma Cranno mi indica cosa il mio podere, questo poggetto tra i due rami del Lario, può realmente accogliere e custodire. Inutile incaponirsi con specie che Cranno non porta nemmeno a maturazione. I peperoni, le melenzane, qui non vengono bene. Punto. Bisogna rassegnarsi. Viceversa girasoli, zucche, zucchine, cetrioli, mais antichi ce la fanno. Pomodori, si, alcune varietà. Non ci arrivo subito, non ci sono arrivato subito. Come queste essenze anch’io sono un ospite, arrivato a Cranno da fuori. Mi sono insediato, ho capito, poco alla volta, qui, che lingua, quali colori, quali intensità e quali profumi nascono, quali gesti, quali delicatezze gradiscono queste rocce, questo torrente, le colline, il fiume. Imparare a vivere sotto questo cielo, apprezzare ed imparare le espressioni locali, belle, colorite, poetiche e farle proprie.
Così, per esempio, ho appreso cosa sia il “ciar d’acqua” ovvero quell’azzurro molto tenue, quel celestino chiaro, evanescente, che quasi un acquarello di manine fragili di bimbo, indica, tra le nuvole che, quasi certamente, pioverà ancora, non ti deve ingannare questo è un temporaneo miglioramento, il “ciar d’acqua” ti segnala che puoi seminare mais, un rovescio arriverà a far germinare le tue preziose sementi.
Ed io, nato in Campania, comincio a pensare nella lingua del luogo. Quello è il “ciar d’acqua” non cerco e non mi vengono espressioni equivalenti nella mia vera lingua natale, il dialetto e trovo bello, vivo, vivificante e vivo sia così.
Invece, mi resta dentro e non ne uscirà mai, per queste lunghe ed intense piogge maggioline, l’espressione nostra, campana, “acqua ‘e maggio”, ovvero sei un’acqua di maggio, una benedizione, essendo questo il mese nel quale i frutticini ingrossano e potrai, in estate raccogliere in abbondanza.
Ho imparato che qui le fragole, frutto delizioso, Cranno ne produce in abbondanza, si chiamano “magiuster” ovvero, che bello, “maggioline”, sono magiuster anche per me.
Quanti, tanti, mille pensieri e riflessioni, quanta vita, non lo immaginerebbe chi immagina la letteratura possa originarsi solo allo scrittoio, scaturiscono dal lavorare la terra.
Ne vergo qui, ed altrettanti, sono certo, nasceranno, per chi vorrà seguirmi, in questi sentieri tra le aiuole dove a giugno saranno i gladioli a fiammeggiare, a torreggiare sulle balze, cornici fiorite in successione, mi riposo. Mi appoggio con la vanga ad un muretto a secco.
Depongo la penna. Questi sono appunti dai miei quaderni di Cranno. Grazie per avermi seguito tra le zolle. Ci sono e ci siete voi. Se vorrete, potrete venirmi a trovare.
Tutto vero, tutto naturale e, mi raccomando, se potrete, non venite in auto, una stazione, comoda da Milano, a dieci minuti da qui. Arrivederci.
Teodoro Margarita

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