Bioregionalismo e territorialismo, paesologia. Verso un riconoscersi nei luoghi.

Sono passati molti anni, erano i Sessanta e una manciata di intellettuali, poeti vagabondi del Dharma, tra San Francisco e la East Coast, l’India e Parigi, scrivevano e sognavano di una nuova relazione coi luoghi, cercavano l’anima alla Terra, anzi, alle diverse terre.
Essi percepivano i battiti che da questo pianeta emanano. Scrivevano su riviste semiclandestine che si chiamarono Planet Drum, erano gli albori del pensiero ecologista moderno.
Erano poeti, scrittori. I fratelli, cugini nipoti di altri ben più famosi e conosciuti di loro come Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti. Davvero una manciata di cervelli, fioriti nella Summer of Love, nutriti e cresciuti con un fiore tra i capelli.
Per nulla sdolcinati, la polizia e la Guardia Nazionale picchiava duro e uccideva, non diversamente che in Italia, chi, per qualunque ragione, si opponesse, idee e corpo alla mano, all’establishment, alla guerra nel Vietnam.


Alcune tra queste menti sognarono di una visione differente, di una geografia diversa da come la insegnano a scuola. Erano Gary Snider, Peter Berg, attorno a loro, disseminati per gli States, altri come James Koller, ed altri, davvero isolati, in Giappone, in Svizzera, qui in Italia.
Il Bioregionalismo si strutturava, si dava una rete, cresceva, per quanto sia cresciuto, in Italia ha fatto in tempo persino a dividersi, se ne dipartono due rami, uno facente capo a Paolo D’Arpini, l’altro a Giuseppe Moretti. Resta sconosciuto ai più.
Nel paese che ha sentito blaterare forte di federalismo, era la patina ideologica più nobile che rivestiva il pensiero di un partito che è stato di governo, la Lega Nord, tranne poi, andare, oggi, a parare in alleanze con gli ultranazionalisti di Forza Nuova e Casa Pound, il bioregionalismo è rimasto affare di pochi intimi, visibilità attorno allo zero.
Eppure, questo pensiero ha cercato di allargarsi, di espandersi, Peter Berg è venuto in Italia, ha tenuto una conferenza-laboratorio al Leoncavallo, a Milano, di gente ce n’era abbastanza ma non è nata una cellula bioregionalista in Lombardia. Vi sono dei singoli, nient’altro.


Peter Berg parlò a lungo, parlò della sua bioregione, spiegò cos’è, come si costruisce una cartina bioregionale, parlò del bacino fluviale, di spartiacque che delimita le diverse bioregioni.
Portò le sue riviste, lesse le sue poesie.
Tante domande, entusiasmo. Morta lì. Peter Berg è morto anche lui.
Esistono traduzioni anche in italiano del pensiero bioregionalista, valide menti hanno trattato nel nostro paese della questione. Stampa Alternativa, AAM Terra Nuova, hanno a più riprese pubblicato scritti sul tema.
Il bioregionalismo non è diventato “politico” non è riuscito nemmeno a permeare di sé un movimento ecologista che in Italia pure è nato, a tratti forte, a tratti inconsistente e confuso, ma è nato. Gli Italiani, a dispetto di una totale assenza sui media o quasi, si recarono e votarono per uno stop al nucleare e per conservare l’acqua pubblica: oltre e abbondantemente il 50%, se non è coscienza ecologista e di massa, questa… Significa che si può lavorare, che si può seminare.


In Val di Susa, per esempio, un gruppo di bioregionalisti si potrebbe presentare e parlare.
Troverebbe ascolto. La resistenza popolare è viva e attiva. Non si beve il federalismo falso e ignorante della Lega e in una biblioteca, ma io dico attorno ad un fuoco, uno dei tanti che alimentano le sere di veglia in valle, qualcuno potrebbe aprire un libro di Gary Snyder e leggere, qualcuno potrebbe schizzare una cartina della bioregione Val di Susa, anzi, con l’aiuto dei vecchi, nella loro lingua antica, potrebbe venirne fuori una cartina di suoni, registrazioni, colori, profumi, meravigliosa. Il bioregionalismo significa guardare e osservare attentamente ciò che è attorno a noi.
Ciò che precedeva i tracciati delle strade, delle ferrovie, il reticolo folle delle infrastrutture umane.
Prima delle città e delle discariche, prima delle zone industriali e dei centri commerciali, prima dei poli logistici.
C’erano valli e alvei di fiume, c’erano colline e creste di montagna, c’erano pianure e c’erano boschi, c’erano torrenti, c’erano spiagge e c’erano dune e c’erano paludi.
La poesia e l’immaginazione bioregionalista li vede ancora, li sa sentire, sa percepire la terra sotto l’asfalto, sa immaginare altro ed oltre le insegne luminose, vede altre luci.
Oltre le luci della città, City Lights era proprio il nome della libreria di quei poeti, a San Francisco.
Sono luci che si nutrono di buio, di nero petrolio che oscura ed avvolge di fiamme di guerra il mondo, Pasolini aveva ragione. Il progresso accende le luci, l’elettrificazione della Russia sognata ed attuata da Lenin, il mito del moloch industriale miete altre vittime, le lucciole, piccole, insignificanti, tra queste.
Miete vittime nei paesaggi, costellati di Goldrake, piloni dell’alta tensione.
Ne avevo uno nel mio terreno, piantato lì dagli anni Cinquanta, poi, questi cavi portanti da quindicimila volts sono stati deviati e interrati.
La squadra è arrivata, ha portato via tutto, abbattuto il pilone in cemento, ho insistito ed ottenuto che almeno il basamento venisse lasciato, un sedile molto solido…o spaventapasseri robusto…
Il bioregionalismo, se dovessi tenere una conferenza, non è che esistano cattedre universitarie per potere essere abilitati a farlo, ci vuole sensibilità e conoscenza, basta avere cultura reale, immaginazione, quel poco o tanto di scientifica da saper leggere una carta.
Dare nomi ad una vetta, ad un fiume e poi, ci sono le cartine geografiche, nonostante Google Maps, ve ne sono ancora, esiste, nel nostro paese, una storiografia locale, molti dialetti ben vivi, ovunque ci si può calare nei luoghi e cavarne fuori di storie e realtà “bioregionaliste” .


Il bioregionalismo è chiuso, purtroppo, chiuso in sé stesso. Se non lievita, se non diventa linguaggio fuori da pochissime cerchie del focolare, è perché non sa bene cogliere altre suggestioni affini.
Sono nati i territorialisti, attorno ad Alberto Magnaghi, università.
Sono nati, anzi, è nato, è uno solo, Franco Arminio, i paesologi.
I territorialisti tengono convegni, dibattiti, si riuniscono assieme agli urbanisti, hanno cattedre universitarie. Franco Arminio, invece, gira l’Italia in macchina, accompagnato da suo figlio, scrive di paesi e di cose. Ha venduto migliaia di copie di suoi libri, gira, guarda, registra e scrive.
Con un linguaggio tutto suo, e bisogna riconoscergli che, certi svarioni pazzeschi, cadute di stile, giudizi affrettati su cose e persone a parte, potrebbe quanto meno essere avvicinato dai nostri bioregionalisti. Non è un uomo-movimento, ha inventato un festival, quello di Aliano, sulle orme di Carlo Levi, si è presentato alle lezioni, Altra Europa per Tsipras, grazie anche ai voti che ha preso lui, questo movimento di sinistra ha superato e nessuno ci scommetteva , la soglia del 4%: davvero resterà nella storia della propaganda politica, su You Tube, il suo “Comizio alle vacche”.
Insomma, leggendo sul Manifesto, ogni tanto, i suoi articoli, costui non manca di profondità, di una sua personale,sua propria, visone del bioregionalismo.
Certo, Franco Arminio, a differenza dei bioregionalisti, non ha mai nemmeno tentato di costruire una rete, tanto meno internazionale, come invece, di fatto, i bioregionalisti, hanno fatto.
Se parlo di Franco Arminio non è perché il personaggio mi sia simpatico: ma il bioregionalismo è davvero un pensiero di nicchia, ci conosciamo più o meno quasi tutti, ovvero, potremmo organizzare una tavolata e in un bel casolare di quelli antichi, ampi, ci staremmo, ambedue le scissioni italiane, dentro e comodamente.
La paesologia, che egli si è inventato, ha molte affinità con il bioregionalismo.
E , soprattutto, nascendo dall’anima, dalla sensibilità poetica di una persona, dai suoi occhi, dal suo cuore, si, ha proprio centrato, senza saperlo, il bersaglio.
Io non so se Franco Arminio abbia mai letto Gary Snider, non so se abbia mai compilato una cartina bioregione delle sue parti. Non oso. Ho avuto uno scambio di mail con lui, poi, non è scattato il feeling, non so perché il personaggio non mi è andato a genio. Pur tuttavia continuo a leggerlo.
A volte mi convince, altre volte lo trovo centrato su se stesso e non è un difetto, questo, certo, che immaginarmelo a qualche festa del Solstizio con la Rete Bioregionale mi convincerebbe ad andarci.
Incrociare pensieri, idee, impressioni con lui, sarebbe giusto. Ho mancato per un pelo di conoscerlo, un pelo di una ventina di chilometri, nulla, mi piacerebbe che leggesse queste note.
Franco La Cecla, anarchico, curiosa e fertile mente, ha pubblicato con Eleuthera “Mente locale” e tanti, tanti altri lavori aventi come tema lo spaesamento, la rottura, dovuta alla società moderna, ai suoi nuovi paradigmi, alla velocità di spostamento, ai nuovi media, del nostro stare nei luoghi e stare nel mondo. Ovvero, non mancano i riferimenti ideologici, le affinità, un movimento bioregionalista avrebbe tutte le carte in regola per dialogare senza dilaniarsi… essendo in così pochi ed invisibili, me ne chiedo, poi, il senso. In tutti questi anni ho avuto modo di conoscere di persona, di scrivere, collaborare, contribuire a far conoscere ad altri, in occasioni di eventi da me promossi, o in concorso con altri, questo pensiero, sarebbe utile provarci ancora, stabilire ponti, collegamenti.
Non che negli Usa, laddove esso è stato originato, abbia modificato il gioco, il gioco vero, quello che decide se , per esempio, impedire e per sempre il “Top removal” ovvero montagne intere, negli Stati Uniti e non in un paese del Terzo Mondo, vengono, alla lettera, decapitate della cima, rasate a zero per estrazioni minerarie e i movimenti locali, ecologisti, non riescono a fermare questa pratica che in Europa, immagino la Germania o la Svizzera ma anche qui in Italia, troverebbe tutti ma proprio tutti, contro.
Ricordate quel concorrente che in una trasmissione a quiz di Mike Bongiorno propose, al fine di lasciare entrare dal mare maggiori quantità d’aria, le correnti marine, per evitare la nebbia in Val Padana, di eliminare il Passo del Turchino? Abbassare lo spartiacque, livellare le montagne e permettere un foro enorme per risucchiare le nebbie… Fu una cosa attorno alla quale si rise dietro. Negli Usa, in Virginia e altrove, viene praticata, montagne intere vengono rasate per estrarre minerali. I bioregionalisti americani, più numerosi che da noi, non ci hanno potuto fare niente.


Eppure ci credo, questo pensiero merita di essere maggiormente conosciuto.
Stare nel luogo, abitarne l’anima, capire il significato di un fiume, di un torrente, accorgersi del diminuire o aumentare della sua portata, notare la sparizione o l’apparizione di determinate specie di piante o di animali, tutto questo è importante. Per capire dove siamo. Per sottrarci allo spaesamento.
I nostri figli, vittima degli smartphone, ancora più di noi, devono sentire almeno parlare di questo stare nuovo, più vecchio, nel mondo.
Devono sentirne parlare e riabitare il mondo.
E’ questo, non ne abbiamo un altro e se levano lo sguardo, potranno accorgersi che un airone, più debole degli altri o vecchio e malato, viene assalito da uno stormo di corvi.
Me ne ha parlato ed era vivida la sua espressione, un mio alunno, in classe.
Significa che i nostri figli hanno ancora occhi e cuore. Il bioregionalismo, in fondo,non è questo?

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