La rivoluzione rurale per una innovazione sociale

La città ha sempre avuto paura della gente di campagna, ne ha avuto paura temendone le intemperanze, le numerose rivolte che fin dall’epoca romana hanno squassato il “mondo civile”.
Rivolte dei pezzenti, jacqueries, pugacevscine: tanti nomi per definire un fenomeno che ha posto la questione della diversità della ruralità, della radicale opoosizione che, spesso, ha contrapposto questi due mondi.
Un radicato pregiudizio che persiste a tutt’oggi, individua nella gente di campagna la retroguardia e la Vandea più nera, il vero ricettacolo di ogni conservatorismo e dei più beceri. Nel linguaggio delle principali lingue europee il contadino, appunto, abitante del contado, ovvero “fuori” dal centro, dal borgo, è dipinto come il diverso, il non affidabile, l’elemento o folcloristico, clown viene da “colonus”, oppure il selvaggio, lo zotico, il bifolco, il cafone, il villano, il terrone e via elencando.
Le lingue sono state codificate dalla gente di città, il borghese ha eletto se stesso a modello di equilibrio e di saggezza, i suoi costumi sono stati eletti a soli costumi rispettabili. Chi sgarra è, naturalmente, “un cafone”.
Non si tratta di fare dell’antropologia spicciola, chi ha studiato profondamente le campagne, ed in Italia ma in tutta Europa sono stati tanti, io ho in mente “Il capitalismo nelle campagne” di Vittorio Sereni, mette l’accento su un dato di fatto: la città, il capitalismo borghese ha con ogni mezzo, con ogni legge, la legge come via impositiva dsell’economia, il mercato della produzione industriale, un luogo di vendita facile dei propri prodotti.
Per poter esercitare, per un presunto buon diritto, chi ha determinato e codificato leggi, norme, chi ha costruito il pregiudizio antirurale, questo predominio assoluto, la città ha elevato se stessa a modello di buon vivere e la campagna a , quasi, nonluogo.
Basta prendere un aereo: le città si irraggiano in mezzo alla campagna, intorno, le fabbriche, le discariche, la città esporta, oggi, oltre al suo modello di vita di rapina e consumo, i suoi rifiuti e scarti. Il Napoletano, un caso eclatante, ma nelle metropoli del sud del mondo è dappertutto uguale, si assiste alla stessa logica di rapina ed esportazione dei rifiuti di questa rapina: le campagne sono il luogo dello smaltimento, la comoda discarica dei cittadini.
Non credo sia necessario, qualsiasi testo di storia lo dice: anche durante le guerre, il prezzo enorme pagato dalle genti di campagna: per Cesare come per Napoleone come per Hitler, anche se nell’ultimo caso con l’aggravante del razzismo scientista, ma nella stessa Algeria in lotta contro i Francesi per l’indipendenza, l’esercito occupante se nelle città si controllava, è nelle campagne che sono stati sterminati, solo di recente il presidente Hollande lo ha ammesso in un discorso ad Algeri, un milione di persone.
Il Ruzante nel Cinquecento ci illustra bene cosa era la guerra per i poveri bifolchi: come nella poesia celebre di Brecht, ovvio, “tra i vinti pativa la fame la povera gente, tra i vincitori, pativa la fame ugualmente.”
E’ stato così, la dicotomia città-campagna è stata una costante della nostra storia.
Pochi sanno che, all’indomani della Rivoluzione francese, quella che pretendeva di ottenere “libertè, ègalitè, fraternitè”per tutti gli uomini, tra i passi falsi, crimini veri e propri come il massacro degli Haitiani, gli schiavi in rivolta guidati da Toussaint Louverture, un’ altra ignominia meno grave ma sintomatica, vi fu il divieto di produrre il pane in tutta la Francia se non col lievito prodotto a Parigi.
All’ingrosso, su una scala infinitamente maggiore, all’indomani della Prima guerra mondiale, la prima, cossiddetta “rivoluzione verde” trovò il modo di riciclare nelle campagne , come concime, l’esplosivo, i nitrati non più utili alla fabbricazione di ordigni. Dal carrarmato al trattore e viceversa a seconda della convenienza, giammai quella del mondo rurale, ovviamente.
L’introduzione delle logiche della produzione e della sovrapproduzione capitalistica ha originato e continua ancor oggi, la sistematica spoliazione delle campagne. Non solo boschi, foreste, fiumi, laghi, vengono distrutte, eradicate, i fiumi e i laghi prosciugati, deviati, letteralmente risucchiati per le esigenze della città, pochi sanno che fiumi importanti come il Rio Grande non arrivano più al mare, assorbiti dall’agricoltura industriale e dagli usi urbani.
La città, la logica cittadina o “borghese” in tedesco,”burger” è il cittadino, non ha sempre prodotto esempi di
democrazia dal basso come la magnifica e virente sognatrice Commune de Paris, le città non sono sempre state la culla delle rivoluzioni.
Eppure, basta recarsi a Parigi al Muro dei Federati al Pere Lachaise e ci torna nella mente, nel cuore, una città altra, una città fomite di democrazia vera, luogo di dibattito, agorà autentica, espressione della libertà “civile” non già in contrapposizione ad una presunta barbarie rurale ma limpida, verace conquista di libertà popolare.
Ebbene, cosa capita, cosa sta capitando ed in maniera sempre più diffusa, sempre meno invisibile e sempre più scoperta quando a migliaia, in Europa ed altre parti del mondo, dalla città ritornano i giovani verso la campagna alla ricerca non di paradisi nostagici mai esistiti ma di un nuovo paradigma esistenziale?
Cosa accade quando giovani cercano e trovano nella campgna un proprio luogo di comune ricerca, lavoro collettivo, quando decidono di tornare alla campagna non per sottometterla, questo ormai è un disco rotto che l’agricoltura, fallimentare dell’agrobusiness declina sempre più a fatica, ma per trovare nella terra, in quella terra abbandonata, avvilita, vilipesa, straziati, svuotata di ogni metafora, di ogni canzone?
Succede che l’imprevedibile accade, che sorge forte, non più mediabile, non più irregimentabile una rivoluzione rurale. Dalla grande Conf’, la Confèdèration Paysanne del famoso Josè Bovè, cinquantamila contadini organizzati nel più forte sindacato di base rurale europeo alle occupazioni di terre del dopoguerra dalla rinascenza , per il momento su numeri ancora non macroscopici, di ecovillaggi, coordinamenti città.campagna, alla cooperazione tra Gas, gruppi di acquisto solidale e Cooperative biologiche di giovani, una rete che interloquisce positivamente tra città e campagna irrompe nella scena e sconvolge, in un colpo solo ogni pregiudizio, ogni falsità. Il nuovo contadino ma anche l’orticoltore urbano, fenomeno sempre in ascesa, il comune di Milano ha emanato un bando per 25.000 orti urbani, si parlano, associazioni come Civiltà Contadina , i seedsavers italiani, conservatori di sementi della tradizione agricola italiana hanno nelle città la sponda sicura per manifestarsi, per esprimersi e dialogare col cittadino. La rivoluzione rurale è una rivoluzione vera, prima perchè totale, essa rovescia lo stereotipo, abbatte e cancella millenni di menzogne e falsi giudizi, viceversa il nuovo contadino, il contadino consapevole, introduce nella città altre conoscenze, altre abilità.
Sicuramente ad un mercatino dei produttori, piccoli produttori dei dintorni, vi sarà un pullulare di parole nuove intorno alla dialettica città-campagna. Le tematiche della difesa del suolo, del paesaggio, lo spinosa ed esiziale questione della biodiversità rurale, la rinascenza di balli, di canti, la ripresa di modi quotidaini di vivere che spazia tra il farsi il pane in casa con farine biologiche alla ricerca di produttori a km 0, altre mille iniziative consimili, contribuiscono ad avvicinare questi mondi così distanti.
Il fenomeno è stato acuito dalla crisi, sono sempre di più coloro che sono passati alla coltivazione di un orto magari anche sul terrazzo di casa, i numeri indicati dai principali istituti demoscopici parlano di cifre oltre il milione. La città migliore va in campagna, la campagna va in città. Questo è un incontro fecondo, il sentire diverso, il vivere fuori dal frastuono, dalla corsa all’ultimo gadget, all’ennesima futilità indotta dalla pubblicità, il provare commisurare i propri bisogni non più o non soltanto sul metro dell’acquisto ma la possibilità infinita di nuove relazioni umane offerta dal dono e dal baratto, in campagna molto più praticabile, basti pensare ai Woofer, un’altra ospitalità, non più turismo, ovvero un girare a vuoto, ma un viaggiare ed un vedere e conoscere e imparare. Tutta l’attenzione cittadina su un cibo che sia prodotto in modo sano, questo comporta, automaticamente, per la nuova campagna un vantaggio evidente: meno veleni, più fertilità dei suoli, meno spreco di acqua, di suolo, meno sprechi in assoluto in un campo in cui lo spreco, la perdita è prevista dall’inizio. Se il cittadino capisce che la mela non deve esssere per forza lucida e tonda, se arriva e ci arriverà, a capire che le carote non sono solo arancioni, se la lotta per la messa al bando dei perniciosi Ogm, viene condivisa e combattuta in campagna ed in città, se questa ed altre lotte troveranno e già trovano, alleanza, potremo dire che abitudini, costumi di vita della campagna, una nuova ruralità libera, autodeterminata, consapevole e lungimirante, Davide Ciccarese nel suo Manifesto per l’agricoltura contadina, lo dice esplicitamente: “Al giovane, oggi, il ritorno alla campagna, è futuro molto più certo, pregno anche di stabilità economica che non il ridursi a CoCoCo o CoCoPro e precarie svariate condizioni di nuova schiavitù urbana”
Il precariato avvilisce, tanti giovani hanno comiciato a prendere in considerazione un cambio di vitan totale, il libro “La pecora nera” esemplare, ci narra di un giovane friulano che se ne va in valle, pone forte la sua scelta determinata ancorchè solitaria di vivere secondo paradigmi affatto differenti.
Si, una rivoluzione rurale, anche nel nostro Paese, può determinare mutazioni sociali, antropologiche, notevoli.
Non sarà facile ricondurre all’ovile questi movimenti “neo-contadini”, poter coniugare difesa dell’ambiente, ed esere contadino significa, alla lettera, con diverse pratiche di agricoltura non chimica, ridisegnare il paesaggio: significa, nel proprio podere, tornare vedere le lucciole, a sentir gracidar le rane: questa riappropriazione di tempi più sereni, questo disinquinamento del corpo e della mente, benchè pareggiati dalla fatica fisica, dal non aver tempo se non in relazione al ciclo delle stagioni, e non è detto che questa apparente mancanza di “libertà”, scoraggi, al contrario, tanti giovani sentono proprio l’esigenza di avere limiti, una cornice naturale perciò stesso non oppressiva, alla propria esistenza. “Nessuna libertà senza terra, nessuna terra senza libertà” mi sembra proprio il motto adatto a questa tendenza in atto, conoscendo quanto siano pervasive le fonti della propaganda consumista odierna, quanto a fondo abbiano eradicato “naturalità” dalla mente dei giovani, è quanto mai, una felice fonte di speranza, fresca, appagante, finalmente, il poter leggere di un possibile futuro di campagne liberate e di città rese più umane proprio dal contatto fisico tra cittadini e nuovi contadini.
Teodoro Margarita
www.civiltacontadina.it

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