Curare la terra per guarire gli uomini

“Curare la terra per guarire gli uomini” è un’opera di Claude Aubert, tra i pionieri dell’agricoltura biologica in Francia. Egli colse, immediatamente, il nesso tra la salute del suolo e la salute degli uomini. Lungi dal risolvere i problemi della fertilità del terreno, i preparati chimici elaborati dagli inizi del Novecento in Occidente, hanno invece, al contrario, provocato avvelenamento, depauperamento progressivo dei suoli in tutto il mondo. L’uso sistematico e massiccio di nitriti, urea, concimi chimici azotati non hanno aumentato l’humus dei suoli ma hanno provocato la fine per morte degli infiniti microrganismi simbionti, organismi vivi che, essi si, danno origine a suoli ricchi e compositi.
L’industria della chimica, potentissima, pochi sanno che la Du Pont, produttrice di nitrati per uso bellico, dopo la fine della I guerra mondiale, riciclò quella enorme quantità di sostanze, basilari per la fabbricazione di esplosivi, in agricoltura. Ovvero, tra il trattore ed il carro armato, tra l’esplosivo ed il concime vi è una continuità lineare. La società di massa, quella che ha ingabbiato milioni e milioni di persone nelle fabbriche, ha trasformato il mondo intero in un groviglio inestricabile di interessi industriali, finanziari. La terra, la sua fertilità è parte integrale di questo sistema. Così, senza curarsi affatto di ripristinare l’originaria vitalità dei suoli, i gruppi di interesse finanziario, risolvono la questione accaparrando terre laddove governi compiacenti, democrazia scarsa, guerre civili striscianti, rendono facili il land grabbing, l’acquisto di terre in misure inimmaginabili, solo alcune decine di anni fa.
milioni di ettari, regioni intere sono acquistate da stati, come la Cina o
anche da singole imprese multinazionali.
Una volta esaurite le risorse, queste lobbies passeranno ad acquistare altrove, lasciandosi alle spalle il deserto, la fame e la miseria di popolazioni intere.
Ed invece, sono risuonate, sul pianeta, magari flebili, altre e più sincere voci. Altre voci in difesa della Terra e dei contadini che la abitano.
Abbiamo ascoltato il messaggio di Masanobu Fukuoka, grandi maestri che nella loro lunga vita hanno cercato di percorrere il mondo rivelando un’altra visione, completamente diversa.
In Italia, da pochi anni scomparso, Gino Girolomoni, tra i pionieri del biologico, altrove, nei primi anni del Novecento, Rudolf Steiner, in Svizzera e in Germania ha preconizzato con la sua agricoltura biodinamica, la visione di un’agricoltura praticata in sintonia con altre energie, più sottili e misteriose del cosmo.

orto-sinergico
Oggi si parla, magari anche a sproposito di permacultura, di agricoltura sinergica, di agricoltura naturale, presso fasce sempre più larghe di consumatori si presta attenzione al problema della produzione di ciò che ci alimenta. I giovani, quelli che si stanno avvicinando in maniera entusiasta all’agricoltura, cercano una maniera nuova di coltivare e di risolvere in maniera non più invasiva il problema della fertilità del suolo.
“Curare la terra per guarire gli uomini” non è più, per tanti, uno slogan ma
diventa una ragione di vita tra le più fondanti della propria esistenza.
Sentire che la terra è viva, che in essa albergano forze vitali, che visi agitano a milioni i microrganismi responsabili della trasformazione, lenta, solamente cinque centimetri di humus ogni mille anni si formano in una foresta, è il primo fattore, la cosa più importante. Cosa mi sento, io, custode di semi, cosa faccio, come agisco, nel concreto, nel mio terreno per evitare di impoverirlo e per accrescere la fertilità naturale del suolo evitando assolutamente ogni concime chimico?
La prima cosa che mi sono prefisso, nella mia Cranno, questo podere che ho acquistato, qui ad asso, nel Comasco, situato sul pendio digradante verso la cascata Vallategna, è stata quella di sfruttare come una risorsa la presenza dei terrazzamenti e di fare in modo, con accorgimenti che ora vi dirò, che, per prima cosa, questi non franassero, con perdita evidente, di suolo coltivabile. Ho inserito, sul bordo esterno di queste balze, una serie continua di erbe officinali persistenti come timo, rosmarino, salvie, santoreggia, ruta, elicriso, assenzio, santolina, origano, finocchietto selvatico, iperico, altea e molte, molte altre, lavanda, issopo, dragoncello…ho trovato qualche vite, l’ho curata, ne ho impiantate altre. Tutte queste essenze le ho inserite esattamente sul limite di ogni terrazzamento, ora, dopo diversi anni di lavoro, queste specie costituiscono, oltre a qualcosa di davvero bello da vedere, oltre che prezioso per le api e gli altri insetti pronubi, gli impollinatori per eccellenza, il freno ad ogni cedimento verso il basso del terreno.
Sono passati anni, il mio lavoro mi conferma che il terreno è assolutamente stabile, con una spesa praticamente nulla, le essenze sono frutto di scambi, di riproduzione da seme, per talea, ho curato che di ciascuna specie vi fossero diverse varietà, ho ottenuto il risultato di stabilizzare, trattenere senza fatica evidente, queste balze a gradoni. effettuo le varie coltivazioni, sempre ruotando, rispettando, a rotazione, una balza, non praticando coltivazione alcuna.

terrazzamenti-riso
Questa è la pratica più importante che ho adottato, se la perdita di terreno è causata da frane o smottamenti, come avviene in Italia con centinaia di morti ogni anno, bene, mi sono detto, proprio qui, questo non dovrà mai succedere. Infatti, quando alcune autorità si giustificano, in occasione di frane luttuose, adducendo a discapito l’eccezionalità delle piogge, io vi posso dire che nel mio terreno, fortemente in pendenza, col sistema che ho adottato, non frana proprio niente ed abbiamo avuto, per esempio a cavallo della vigilia di Natale di quest’anno, il 2013, ben 200 millimetri di pioggia, dati ufficiali, in poche ore.
Nel mio terreno non si è smossa una foglia. Invero, neanche in quello del mio vicino, anche lui adotta un accorgimento che è quello, elementare, dell’inerbimento con graminacee dei declivi. Anche dalla mia parte, sotto le aromatiche ho lasciato crescere le graminacee preeesistenti.
Questo è il sistema basilare, intorno a questo principio: primo, non perdere
suolo, ho fatto gravitare tutti gli altri metodi.
Faccio in modo, sempre, da trasportare, da spostare terreno, dal basso verso l’alto e mai il contrario. So che alcuni ecosistemi frutto della cooperazione tra l’uomo e la natura che hanno dato luogo ad i paesaggi tra i più belli e suggestivi che troviamo sul pianeta, son dovuti a questo principio: i terrazzamenti della costiera amalfitana così come quelli della Valtellina o in tutti gli altri luoghi, Birmania, Cina , ove l’uomo ha dovuto sudare per portare in quota le coltivazioni, si è sempre fatto così. A forza di generazioni intere, una dietro l’altra ed il paesaggio è cambiato. Ci sono vigneti e limoneti ove era solamente bosco, vi sono risaie ove era soltanto giungla.
A tutta questa cura, questa prudenza frutto di millenarie osservazioni, ho aggiunto il praticare la chiusura del cerchio all’interno del podere. Tutto  deve, possibilmente, derivare dalla terra ed alla terra tornare. Quindi il compostaggio totale dei rifiuti organici, le ceneri della stufa, cerco sempre di arricchire il mio terreno e mai di impoverirlo.
Nelle culture, in quella del mais, per esempio, pratico il sistema della milpa che è quello praticato in Messico ed altri paesi dell’America latina, coltivo assieme al mais anche girasoli, zucche e fagioli. Sugli steli dei girasoli e del mais si arrampicano i fagioli, i fagioli fissano l’azoto al terreno, le zucche, col loro bel fogliame ampio proteggono il suolo dal sole. Adotto le sementi più adatte al mio terreno che è argilloso, poco profondo, prediligo le specie che sviluppano radici profonde, le specie più resistenti e le sperimento anno dopo anno arrivando a privilegiare quelle che fanno al caso mio. Fa parte della cura del suolo anche un’altra pratica che ho subito adottato. impiantare una siepe frangivento che corre dal basso verso l’alto lungo la linea di confine del mio appezzamento. Una siepe che è orientata proprio a proteggere le colture da un forte vento dominante proveniente dalle Grigne, un vento freddo che prende d’infilata ogni essenza. Le siepi, sto preferendo ed impiantando essenze diverse tra loro, crescono lentamente, preferisco che si adattino e così non dovrò sostituirle per lungo tempo, formeranno una barriera naturale e limitando l’azione erosiva del vento, anch’esse contribuiscono a mantenere la fertilità del suolo.
Sono siepi di alloro, ligustro, bosso, ho anche forsizie, fusaggine, salici, qualche cipresso è inframezzato, ho del rosmarino e persino una siepe di rute, molto forti. Alla base delle siepi ho piantato fragole, varietà diverse, iris, rudbeckie, succulente resistenti al gelo. Cioè, ho curato, dal piccolo  al grande, ogni particolare. Se immaginate che, lungo le balze, tra le aromatiche, sotto le siepi, ho distribuito, anche questi frutto di scambi e di regali, bulbi di narciso, giacinti, crochi, tulipani, gladioli, pensate che in ogni stagione, queste balze si colorano di tonalità diverse. Il terreno vuole anche poesia, ho pensato Cranno come un piccolo polmone verde ma colorato, un giardino, campo ed orto, luogo per coltivare e per contemplare. Io credo che si curi la terra, si, io credo che si curi la terra anche lasciandola in pace. semplicemente. Se al momento della sua sistemazione si ha cura dei particolari, se si adottano gli accorgimenti più giusti, se si lascia la terra dormire, riposare, quest’anno su una balza non ho praticato proprio nulla e l’anno prossimo, iquella sottostante, riposo totale. Bene, io credo che Essa, la Terra, abbia bisogno di quello di cui abbiamo bisogno anche noi, esseri umani.
Non so se il sia un metodo, ma so, con certezza, è il mio terreno che me lo dice, che quanto faccio funziona. E’ un processo lungo, sicuramente, sono passati pochi anni dal mio insediarmi a Cranno,  eppure, sento che con il mio modo di procedere, bellezza, che per me vuol dire varietà, assiduità di cure, poco alla volta stanno mutando volto ad un piccolo pezzo di mondo. Qui è conservata una bella collezione di erbe officinali, di alberi da frutta, di piccoli frutti di bosco, c’è questo e molto altro. “Curare la terra per guarire gli uomini” per me ha significato, alla lettera, prendermi cura di un luogo e facendolo, dovendo, scegliendo di restare all’interno dei cicli della natura, ho scoperto che, innanzitutto, ho curato me stesso.
E la cosa continua. L’avventura muta di un poggio sulla cascata, è soltanto all’inizio. A rombare, scrosciare con veemenza, ad urlare, ci pensa lei, la cascata, in questi giorni di grossa, di piena del torrente foce, si senta forte, oltre ogni umana, la sua voce.
Teodoro Margarita
Asso, 28 dicembre 2013

Originariamente pubblicato su OrtidiPace

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