Scampoli di Expo. Ultime grida di una esposizione universale.

“Affamare il pianeta, energie per la morte” se ne appropinqua la fine,

Questa dannata Expo, dannata per affari malavitosi, subito soffocati nei grandi media, seppellitrice di aree agricole,

finalmente si spegne, piano piano. Questi giorni di ottobre Milano sta vedendo una febbrile serie di iniziative diversa una dall’altra ma, connesse, in un modo o nell’altro con Expo. In questi giorni piovosi, mi  son preso il mio sacrosanto treno delle Nord e sono andato a vedere. ecco, in grande spolvero, il Carlin Petrini che apre “We feed the planet” una kermesse che avrebbe visto la partecipazione di quattromila “giovani contadini” da ogni parte del mondo. ci sono andato, ho visto.

Non li ho contati ma non so se fossero stati tutti contadini, mah, l’impressione era quella  di un pubblico di studenti, colletti  bianchi, l’aria era quella, non li ho interpellati uno per uno, certo, “Scusi, mi mostra le mani?” sa, i famosi calli…

E nemmeno i galli, nemmeno chicchirichì, non mi è parso di vedere contadini. Se c’erano, erano pochi o, come dice il Carlin, oggi i contadini sono cambiati, a giudicare dal look, parecchio, anche dall’esile corporatura, ma, forse, ho un’idea antiquata, facciamo che c’erano più funzionari della terra che zappatori  della terra.

L’atmosfera da discoteca, poi, non facilitava le cose. al Superstudiopiù di via Tortona, pareva attesa la grande showgirl, e  show è stato il Petrini ha ripetuto le stesse cose dette in occasione di Expo dei popoli

Grandi applausi, per la gioia degli sponsor, Barilla, Lavazza e ancora Fiat ed Eni.

Eppure, qualche contadino lo abbiamo conosciuto. Certamente ce ne saranno stati altri,  ma le contadine Vietnamite, Bich e Lien, ci son rimaste nel cuore.

Non  ci piaceva la magniloquenza delle luci, si parla di terra ma la terra la si percepiva lontana come una galassia.

Non se ne sentiva l’odore. Non un’ape, nemmeno un fiore vero. Così, ho portato qualche pannocchia di mais ma ero il solo ed ho dovuto  regalare a pochi che me ne han chiesti.

non parliamo poi del “Mercato contadino” in via Valenza, la macchinetta automatica distributrice di bicchieri di vino, il massimo: e dov’è il rapporto gioioso con l’oste? Che razza di civiltà “slow” rappresenta?

Su, un’altra banconota e ubriacati, nemmeno uno  sguardo di complicità o scambiare due chiacchere.

Mah, cose di Dio e male parole, diceva mia madre.

Expo finisce, chi ci si è ingrassato, chi ci ha perduto, noi, i cittadini ed i veri agricoltori che non hanno avuto la visibilità di Nestlè o DuPont, di Mc Donald’s e Coca Cola, ed anche il movimento No Expo, divorato dai roghi del primo maggio.

Su, avanti, dopo Expo, si va avanti, la terra ha bisogno sempre di braccia e di cuori, di menti aperte, di buone pratiche e di buoni semi. Siamo qui. ci saremo  sempre. Nei nostri campi, nei nostri orti.Di noi Expo non si è accorta… meno male.

Siamo duri, siamo teneri, siamo grani biodiversi. E saremo sempre fertili. da noi, niente mercificazione, pochi lustrini e niente sponsor.

Coraggio, per le semine di domani, apriamo i cuori e buoni semi nelle mani.

Contadine vietnamite. Bich e Lien.n
Lien, Bich e Franco, conosciuti, abbracciati. non ci perderemo.
Vino dalle macchinette
Il mercato contadino di Slow food, i distributori automatici di vino.
La kermesse al Superstudiopiù, Milano. ” We feed the planet”
Petrini
Il direttore del circo.

Terra, se ne vedeva nelle slide, come al cinema.

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