NutricaZea: seminare cultura

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La Rete Semi Rurali

La Rete semi rurali è una associazione di secondo livello. E’ lo sbocco istituzionale di un movimento, quello dei seedsavers, salvatori di semi, che in questi anni, gli ultimi dieci, quindici anni, è cresciuto impetuosamente. Riuscendo solo raramente a bucare lo schermo dei media importanti, soffocato dalla ingombrante e compromessa figura di Carlo Petrini e dalla sua Slow Food onnicomprensiva e vorace, un movimento come il nostro, nonostante l’oscurità mediatica, si contano sulle dita di una mano le volte che la Rai o i grandi giornali si sono occupati di noi. Ciò nonostante, il movimento cresce. Noi, ovvero Civiltà Contadina, ne siamo parte fondante e la sola associazione strutturata operante a livello nazionale. Più presenti nel settentrione, ci siamo. E’ stato del nostro presidente storico, Alberto Olivucci, il primo libro “Salva i semi con i seedsavers” ed ancora è nostro il “Manuale per salvare i semi e la biodiversità” nelle sue due edizioni, l’ultima, con Terra Nuova.
E’ sempre Civiltà Contadina che è entrata nelle università, Politecnico di Milano e Accademia di Brera. Tesi di laurea sono state scritte su di noi e le nostre tematiche. La Rsr raccoglie il meglio di tutte queste intelligenze.
Ci conosciamo e di persona. Riccardo Bocci, Massimo Angelini, Claudio Pozzi, Tiziano Fantinel. Nelle regioni dove operiamo da sempre, promuoviamo scambi di semi. Promuoviamo la ricerca delle sementi rurali.  Ricerca metodologicamente scrupolosa. Privilegiando le essenze locali aventi un nome dialettale, il che vuol dire stabilire una storia etnobotanica dell’essenza in questione. Ciascuna associazione ha i suoi fiori all’occhiello. La nostra sezione lombarda ha ritrovato e riprodotto essenze che altrimenti sarebbero scomparse con tutta la loro storia popolare. Una, in particolare, il “miliun” che, per dire, cresce abbondantemente nel mio orto, questa bella e fruttifera cyclanthera pedata. Altre associazioni hanno le loro patate, i fagioli, i pomodori, per non dire delle infinite varietà di mais, di cereali antichi sottratte all’oblio.
Ci siamo. Globalmente, cresciamo e non è questione di numero di iscritti. Scissioni, ricomposizioni, un mare biodiverso che ribolle. Incomprensioni, rotture anche sul piano personale, una somma di problemi non hanno arrestato la crescita impetuosa del movimento perchè è di un movimento che si tratta.
Un movimento che ha saputo trovare i suoi alfieri, la sua poesia, ha le sue bandiere e sono diverse e tante ed è giusto, sacrosanto sia così. Ciascun contadino, anche uno solo, cosciente e consapevole, sa di possedere un tesoro, una grande risorsa non solo genetica ma la memoria di un piccolo popolo che ha adattato a sè, alle proprie esigenze, al pedoclima della propria terra, quell’ortaggio, quel particolare cereale, quel singolare albero da frutta, quell’animale della bassa corte.
La biodiversità ha questa caratteristica, quella di essere locale, esistevano già le patate usate da tutti, le patate provenienti dai laboratori americani, meglio dire statunitensi, ma il nostro grano, il nostro mais, così ci dicono i contadini, canta un’altra, singolare canzone.
In questo settembre che ha seguito una estate torrida e infuocata, momenti importanti per il movimento. Il convegno Fao a Roma al quale la Rsr ha partecipato sulle “Case delle sementi”, riconoscimento al livello più alto dell’importanza dei seedsavers e del loro lavoro di riproduzione e custodia. Nei giorni 14 e 15 ottobre prossimi, a Bergamo, si svolgerà il vertice dei ministri dell’agricoltura del G 7.
Cosa andremo a dire, tutti quanti insieme, noi salvatori di semi, a quei signori? Sappiamo di già che Slow Food, parole del ministro Martina, sarà nei palazzi, a pranzo con loro.
E noi, cosa ne dice il movimento di base per la biodiversità? Cosa andremo a dire, noi, seedsavers? Cosa dirà ogni singola associazione o collettivo, e infine la Rsr, cosa dirà nel suo complesso?
Una posizione comune? Ciascuno per la sua strada? Arrivano ministri con idee diverse, quello Usa, emanazione del pensiero (?) trumpiano, nettamente pro-OGM e negatore del cambiamento climatico e gli altri, con sfumature diverse se non in netta contrapposizione agli Americani.
Il nostro movimento cresce, è nostro dovere dargli un’espressione pubblica, politica, nel termine più nobile della parola.
Civiltà Contadina aderisce alla Rete bergamasca sul vertice dell’agricoltura.
Aspettiamo di sentire gli altri o la Rete Seme Rurali nel suo complesso.
Ci vediamo a Bergamo! Con buone idee.
Il buon seme si salva stando insieme.

Cosa ci verranno a dire i ministri dell’agricoltura al G7 di Bergamo, cosa hanno da dire le realtà contadine italiane

Nei giorni 14 e 15 ottobre 2017, si terrà a Bergamo il G7 dell’agricoltura. Il G sette, è l’incontro dei sette paesi più sviluppati, più importanti tra le economie mondiali. Più conosciuto era il G8, comprendente anche la Russia. I paesi rappresentati nel G7 sono gli Usa, il Canada, il Giappone,
la Gran Bretagna, la Germania, la Francia e l’Italia, paese ospitante.
Cercando in rete non abbiamo trovato documenti da parte di questi ministri che possono illuminarci sul tipo di intese che troveranno, se ne troveranno, sul modo di affrontare le sfide che i tempi attuali ed i rischi che incombono sul mondo dell’agricoltura o , più in generale, sul mondo intero.
Certamente, dato che l’agricoltura si pratica nell’ambiente naturale, non è l’economia che può essere sinteticamente simboleggiata dai caveau delle banche. Il cambiamento climatico si attua con forza e muta, altera, il modo stesso di fare “agricoltura” sul pianeta.
Dobbiamo prendere per buono quanto viene pubblicato dai giornali, le dichiarazioni dell’On. Martina, nostro Ministro per l’Agricoltura e Foreste. Dobbiamo , per forza, analizzare e cercare di capire tra le righe delle interviste, tante, dichiarazioni di intenti, ancor di più, quello che , almeno, il rappresentante italiano andrà a dire, se lo dirà.
Una cosa è certa. Volendo porsi nell’ambito di una contestazione a questo vertice “agricolo”, sarebbe importante mettersi d’accordo su un concetto dirimente. Cos’è l’agricoltura?
Adesso, nei nostri anni, che cosa significa? Nell’epoca degli Ogm, della totale intercambiabilità e interdipendenza tra la chimica e la farmacia, tra la biotecnologia e l’agronomia, nell’epoca dei futures e derivati sui raccolti, ha ancora senso parlare di agricoltura, quando ne ragionano i vertici di questo sistema?
E’ agricoltura, per dirne una, chiara, accessibile e facile per tutti, per chiunque voglia anche solo prestare un orecchio a quanto diciamo, imporre, per esempio, nel Burkina Faso, solo un esempio, il cotone BT della Monsanto, per poi accorgersi, se ne sono accorti i contadini, che quel cotone fa morire le bestie, ha rese basse, costa molto di più del cotone convenzionale e la sua monocultura, coltivazione su larga scala, sterilizza il suolo, lo impoverisce ed il contadino resta più povero, affamato e ingannato di prima? Il governo del Burkina Faso, e l’esempio non lo abbiamo scelto a caso e vedremo perché, ha deciso di vietare del tutto quella semente Ogm, imposta ai contadini dall’organismo statale Sofitex. E’ agricoltura, questa? Si può definire “cultura del campo” qualcosa che il campo non lo coltiva, non ne preserva la fertilità, non ne arricchisce il suolo ma lo sterilizza e impoverisce, impoverendo e costringendo alla fuga (i più fortunati, quelli che hanno qualche risorsa, via, sui barconi verso l’Europa). Si può chiamare “agricoltura” questa? O, piuttosto, non è, la definizione, calzante, è di Massimo Angelini, “attività estrattiva” ovvero trattare la terra ed i suoi abitanti come delle variabili dipendenti del sistema che, innanzitutto, drena risorse dai poveri verso i ricchi, sottomette, impone, con la copertura della scienza asservita al dominio, lo “scientismo” puntando ad arricchire i centri di potere delle sementi, i giganti dell’agro-industria, dell’agri-bio-tech nel mondo occidentale?
No, che non è agricoltura. Se comporta desolazione, villaggi abbandonati, disperazione, i suicidi dei contadini indiani per colpa dello stesso cotone BT della Monsanto, la riduzione di vaste terre, un tempo fertili, in miniere a cielo aperto di varietà OGM destinate alla sola esportazione, a basso costo, verso le manifatture o verso il bestiame, nel caso della soia, occidentali, non è cura del campo.
Il Burkina Faso ha conosciuto Thomas Sankara che diceva “un orto, una scuola, un pozzo in ogni villaggio”. Ovvero, l’indipendenza vera di un paese sta nella sua terra, nella sua cultura, nell’agevolare donne ed uomini e bambini nella vita reale e concreta di ogni giorno.
Thomas Sankara è stato ammazzato. Il Burkina Faso conosce un contadino, Jakouba Sawadogo,
che, dapprima osteggiato, piano piano, con la forza del patriarca, figura di evocazione biblica ma reale e viva come non mai, ha riproposto e ripristinato la pratica dello “zai”, ovvero una pratica burkinabè di coltivazione che prevede la coltivazione in fosse, in ampie buche sul fondo del quale porre letame bovino e poi terriccio e poi seminare. E poi praticare la policultura, ovvero mettere a dimora alberi resistenti ed alberi da frutta. Quello che ha fatto, ovvero rinverdire un’area talmente vasta da essere visibile dai satelliti, tra il Burkina e il Mali, lo racconta nel film-documentario che gli è stato dedicato “The man who stopped the desert”. L’uomo che fermò il deserto.
Jakouba è vivo e vegeto, contadino non diplomato, né agronomo e nemmeno ministro, ha saputo compiere il miracolo che le università asservite non sanno (?) non vogliono compiere perché un popolo che giace sotto il dominio della pretesa “scienza” non è un popolo libero e soprattutto, non apporta profitti alle quattro o cinque grandi corporation che nel mondo si spartiscono la torta grossa delle sementi, ovvero Monsanto-Bayer, Syngenta, Dupont, Dow, da sole, detengono il monopolio di oltre il sessanta per cento del mercato.
Un’altra pratica, la “milpa” ovvero la policultura di mais, fagioli, zucche, girasoli, amaranto e quinoa nel continente americano, praticata da millenni dalle popolazioni amerindie, è “agricoltura”, ovvero attività di rispetto del suolo, conoscenza dei popoli nativi che preserva e nutre la terra e gli uomini.
In questa nostra nuova epoca che studiosi hanno voluto chiamare “antropocene” , epoca di cambiamenti climatici imponenti, di rialzo delle temperature in ogni parte del mondo, riconosciuta da tutti, persino dai capi di stato, con l’eccezione di Trump, è possibile, diciamo noi, continuare a praticare un rapporto con la terra che non ne tiene conto? E’ possibile continuare a disboscare le foreste pluviali per piantagioni di olio di palma o di soia destinati, oltretutto, al consumo animale dei paesi ricchi? E’ possibile continuare ad alimentare il deserto non riconoscendo ai popoli la loro capacità di stare in contatto intimo, umano con la Madre Terra, la Pacha Mama o come in infiniti, poetici, cari alle culture vere originarie, vogliamo chiamarla?
E’ possibile non accorgersi che quello che un contadino del Burkina Faso è saggio e giusto?
Che non si tiene conto né dei cambiamenti climatici né del fatto, indubitabile che la terra è un composto di milioni di esseri viventi? Cosa ci verranno a raccontare, i ministri dell’agricoltura dei governi degli stati più ricchi del mondo? Trump verrà a negare, ancora, le bare dei morti di Livorno, sono ancora calde, che il cambiamento climatico è una bufala cinese?
Cosa si diranno tra loro, cosa dirà il nostro ministro, Martina, a Trump? Ovvero al ministro che il presidente Usa ha nominato?
Cosa diranno loro è quello che, aldilà ed oltre le belle parole, sempre belle le parole, sta dicendo Martina, sta riempiendo la stampa di Slow Food e tipicità italiane, di specificità dell’agricoltura italiana. Che la soia che mangiano i nostri animali nelle stalle degli allevamenti industriali sia soia Ogm, non lo dice? Che bisogna intervenire sulle politiche comunitarie e smetterla di foraggiare, mai termine fu più adatto, i soliti noti, con la loro “agricoltura intensiva” e idrovora, l’ottanta per cento dell’acqua in pianura padana viene bevuta da questa agricoltura e le falde in molte aree non sono più disponibili, prosciugate del tutto e le pompe ormai, aspirano acque salmastre, inutilizzabili.
Quello che diranno loro. Quello che diremo noi.
Vorremmo ricordare i nostri fratelli Mapuche, la rete di salvatori di semi cileni, Wallmapu, vorremmo ricordare le loro terre espropriate da Benetton, vorremmo ricordare un loro grande manifesto “ Mi seppellirono, ma essi non sapevano che io ero un seme”. Vorremmo ricordare con evidenza di parole d’ordine, di striscioni, di murales, vorremmo che la musica e l’arte approfondissero ed appoggiassero la lotta per la terra.
E’ su questo che vorrei concentrare l’attenzione. L’attenzione della Rete bergamasca contro il G 7 sull’agricoltura e di chiunque, anche fuori da essa, voglia tentare di capire, e non è facile, cosa succede nel delicato e complesso mondo della produzione del cibo.
“Il cibo non è una merce. La Terra non è un supermercato”, questo è un concetto elaborato da Genuino Clandestino, “Tierra y libertad” e questo lo dobbiamo ad Emiliano Zapata, rivoluzionario e contadino. In questi decenni di attività come seedsaver, salvatori di semi, abbiamo avuto modo di incontrare una pluralità incredibile di soggetti. Abbiamo conosciuto dirigenti del Movimento Sem Terra, una infinità tra contadini, orticoltori, allevatori o anche un mondo giovanile che in maniera irruenta ed entusiasta si è avvicinato alla terra. A tutti abbiamo detto “Bisogna partire dal seme, dal buon seme.” Facciamo la nostra parte, la parte originante ed originaria, siamo la pars costruens, quella parte che mette a disposizione le conoscenze incredibili insite nel seme antico, originario, rurale, “heirlooms seeds” eredità di famiglia, come li chiamano gli Inglesi. Abbiamo provato ad elaborare, scrivere, con la penna e con la vanga, una cultura-coltura diversa. Siamo stati nel movimento, vasto, contro Expo “Affamare il pianeta. Arricchire la finanza” siamo parte di una moltitudine che nel mondo scambia semi, ricerca e custodisce. Non alle isole Svalbard, non in luoghi lontani ed inaccessibili ma nei nostri orti e qui, in Lombardia, i nostri primi gruppi locali, tra Como e Bergamo, ci siamo chiesti come, dove, ricercare sementi diverse.
Sementi che si adattano e reagiscono nella loro vitalità intrinseca, ai cambiamenti climatici.
Se una pianta di mais ibrido la scrolli e viene via, prova a spiantare una nata dalle nostre sementi. Radici forti, vigorose, piante che conoscono la terra e la luna, che ci vengono da tradizioni dove il contadino non era ancora stato spossessato del suo sapere. Era una persona, un uomo a tutto tondo che nel suo dialetto sapeva pensare, decidere, indirizzare la sua fattoria.
“Dopo un raccolto, ne viene un altro” e ci si dimentica che la più grande medaglia d’oro della Resistenza italiana, la cui figura giganteggia sullo stendardo dell’ANPI era un contadino, papà Cervi, siamo stati anche a conoscere i suoi eredi ed il suo spirito libero, la sua mente aperta di uomo della campagna curioso ed innovatore, ci ha conquistato. Dopo un raccolto, ne viene un altro, è una grande e nobile verità. Purchè le sementi non siano sterili e non debbano essere sempre ricomprate dai soliti padroni della vita e della morte, Monsanto e company.
Neil Young ha dedicato un grande album “Monsanto years” a queste nostre tematiche. Noi vorremmo esso risuonasse nelle nostre piazze alternative alle cene di quei ministri.
Noi vorremmo organizzare un grande scambio di sementi e il loro dono a quanti verranno.
Ci siamo e ci saremo, anche dopo, a tenere laboratori, incontri, informare, un mondo il più vasto possibile. Oggi più che mai dobbiamo, è un nostro preciso dovere mescolarci, tra campagna e città, contadini e cittadini, laddove sia “contadino” che “cittadino” significano persona libera ed autodeterminata, la rete dei salvatori di semi italiana connessa a livello europeo e mondiale, ha altro da dire rispetto alle petizioni di principio del ministro Martina e se è pur vero che alla Casa Bianca Michelle Obama allestì un orto ed invece Melania Trump ha sfasciato tutto e in quel posto c’è un parcheggio per Suv, non era cambiata la politica di compiacenza con le corporation come Monsanto. Individuare le loro contraddizioni e costruire la nostra alternativa, dal basso, appunto, dalle radici, è il nostro compito. E dobbiamo agire adesso.
All’interno di questa rete, il posto di Civiltà Contadina è nella diffusione delle buone pratiche agricole, nell’acquisizione di conoscenze, nella diffusione delle sementi recuperate, nella condivisione di un sapere che ci viene da lontano ed intendiamo vada lontano. Le sementi non appartengono alle multinazionali, le sementi non appartengono nemmeno ai contadini. Le sementi, le buone sementi, appartengono ai bambini.
Vorremmo vedere una realtà di contadini per passione mobilitarsi, di contadini, allevatori, e sappiamo che sono tanti, e loro alleati dei Gas, e tutte le persone che concordano con noi che bisogna praticare e da subito, una agricoltura altra che liberi la terra e gli uomini.
Il buon seme si salva stando insieme.

Per Civiltà Contadina
Teodoro Margarita

“Keep the Earth , keep calm and stop GMO and no oil palm” Tieni la terra, tieni la calma e basta OGM e no, olio di palma”

Riprodurre da sé. Come gestire il proprio verde senza spendere nulla.

Esistono due modi, volendo stringere, per riprodurre da soli le proprie piante.
Partire dalla semente o dalle talee. Partendo dalla semente abbiamo delle piante certamente più vigorose, forti, non necessariamente uguali alla pianta madre, anzi, per le piante da frutto, per esempio, il seme ci garantisce un franco, ovvero il portainnesti sul quale intervenire successivamente. Esiste anche la possibilità di ritrovarsi, può accadere, di fronte ad una nuova varietà, in Brianza, per i peschi, ad esempio, era prassi comune e consolidata partire dal nocciolo per le pesche e se ne ottenevano di eccellenti. Tutta una tradizione popolare sul “persic da Nobil” si fondava su questo seminare i peschi. Negli Usa, è ancora celebre Jack Appleseeds, Giacomino Seme di mela, un simpatico personaggio che percorrendo il Nordamerica da est ad ovest e seminando ogni semino di mela che trovava diede vita ad innumerevoli varietà.


Voglio porre la vostra attenzione sulla riproduzione agamica, ovvero senza passare dai semi.
Semplice è ottenere talee. Quando cominciai ad occuparmi di orti, giardini, di campi, ascoltai una storia da un caro amico, adesso non c’è più. Mi raccontava di un tale, vivaista, che si offrì di potare gratis per la Società autostrade, gli oleandri spartitraffico. Lo fece e delle ottime diecimila marze di oleandro ottenute, ottenne diecimila nuove magnifiche piante da rivendere.
Gli oleandri, così come quasi tutte le piante esistenti al mondo, quasi, le palme da talea non si ottengono, possono essere riprodotti da talea. Esistono innumerevoli modi per fare talee.
Il criterio fondamentale è sempre quello di procedere, nella norma, quando la pianta non è in fiore, preferibilmente in autunno ed a luna calante. Ho le mie balze scoscese completamente ricoperte di lavande, salvie, rosmarino, sono tutte il prodotto, il tasso di riuscita pari quasi al cento per cento, di potature di piante, mie o di vicini ai quali le ho chieste. Infilate nel terreno con l’aiuto di un tondino di ferro, in autunno, innaffiate, se la pioggia non arrivava, e lasciate là. Di solito una talea radica entro quattro settimane. Un bel ramo lungo e vigoroso di rosmarino infilato per circa la metà in terra, garantisce una certa riuscita, a primavera si vedono i getti nuovi. Una pianta mostra di avere attecchito quando emette nuovi ricacci, quando produce nuovo fogliame, quando fiorisce.
Direttamente in terra, era anche difficile, data la ripidità del pendio, poter interrare delle piante dal vaso, troppo grande con il relativo pane di terra e radici, così la possibilità offertami dalla natura di infilzare, letteralmente, a dozzine e dozzine dei rametti delle aromatiche suddette, mi ha molto facilitato il compito. Una volta bene attecchite, quelle lavande, quelle salvie, quei rosmarini, con gli anni ho dovuto potarli, diradarli, e così ho avuto altro materiale, germoplasma, il nome giusto, da riprodurre. Nel caso in cui dobbiate fare alla svelta, vi siate cioè procurati delle talee importanti durante un viaggio, una escursione, vale il principio del piantare in vaso, tenendo umido e all’ombra fino a che non si sia bene riprodotta. Mi è capitato di tornare da viaggi all’estero, una volta dalla Francia, avevo trovato delle aromatiche interessanti, mi è bastato prenderne un rametto di pochi centimetri, tenerli bagnati in un bicchierino di plastica avvolti in un fazzolettino di carta.
Ora ho dell’assenzio di monte e del bellissimo abrotano ben vivi e vegeti, proprio il caso di dire, erano rametti minuscoli, portati a casa, prontamente riprodotti.
Gli uomini lo hanno sempre saputo. I legionari romani hanno provveduto a riprodurre la vite in tutta Europa, portandosene dietro in sacchi bagnati, le barbatelle. E così è stato fatto per le marze di innumerevoli qualità di frutta. Insegnare ai bambini a fare talee, a riprodurre le fragole da stoloni, a moltiplicare aglio, cipolla e tutti i bulbi da fiore, è una cosa che si può fare anche nelle scuole.
Comunque, le piante è giusto prenderle dove, nel posto ove si trovano, sono esposte a morte certa. E così ho preso aceri, platani, frassini, allori, oleandri, spuntati in mezzo alle massicciate delle ferrovie, negli interstizi dell’asfalto. Ho dei magnifici ibischi, adesso grandi ed in fiore la cui origine è il canale di scolo, i tombini di un supermercato vicino casa. Lì dentro continuano a puntarne da seme, da un filare di siepe di un condominio, evidentemente, il vento continua a portarvi la semente. Trova l’umidità ideale ed ecco che gli ibischi si riproducono. Io me li vado a prendere. Ibisco sinense, quello a fiore rosa, foglie caduche, di crescita rapida e resistente al gelo.
E questi sono nati da seme, quindi ancora più forti e vigorosi, le piante recuperate in giro, quando prelevate con una buona parte di radici, ottimamente crescono. Dei salici recuperati, degli aceri, dei ligustri, ne ho diffuso, regalato in giro a comporne dei boschetti. Una volta imparato, vi prende gusto. Salvare delle piante, vederle crescere, irrobustirsi, poi donarle a chi le sa apprezzare, è una soddisfazione che riempie. Questo nostro povero Paese non ha cultura botanica, il verde è trascurato.
Quando non oggetto di assassinio sistematico e radicale. Cosa sono, sennò, gli incendi che portano via centinaia di migliaia di ettari, se non un assassinio, un ecocidio programmato?
Sapendo che proprio le mafie del rimboschimento, spesso, sono alla base di questi incendi, saper fare da soli, riprodurre alla maniera dell’uomo che piantava gli alberi, si, il personaggio del grande, piccolo solo di pagine, di Jean Giono, è il massimo.

Se per i bastardi incendiari, per i porci, e mi scusino i suini che giammai hanno dato fuoco ad una sola quercia, anzi, cibandosene delle ghiande, proprio il contrario, il fine è quello di fare soldi, in un modo o nell’altro, andando a spegnere o andando a sistemare le reti paramassi, o a rimboschire, appunto, imparare come dalla natura si può imparare a riprodurre senza spendere soldi ma solo tempo e cura, è vitale. L’odio verso chi brucia verso tutto il perverso sistema criminale lasciate che lo esprima. Se fossimo così in tanti ad amare le piante, a provare dolore ogni qualvolta vengono arse, vi assicuro che gli incendi non vi sarebbero. La verità è che gli Italiani mugugnano sulle spiagge se il vento gli spinge le ceneri addosso, viceversa pensano al gelato o al fritto misto.
Se un popolo avesse cultura del bosco, amore per le proprie piante, rispetto per i propri alberi, non saremmo a questo mortificante, disperato punto. Morto.
Ed invece, insegnare la gioia del riprodurre con le proprie mani ad un bambino, a mille bambini, è questa la base di una civiltà diversa. Dove il cittadino innamorato del proprio ambiente, del proprio paesaggio finisce per esprimere politici che pensano in modo diverso anche rispetto alla desertificazione incombente ed assumono criteri altri per gestire i nostri boschi.
Il povero Sergio Endrigo, dico “povero” perché lasciato alla fine dei suoi giorni a morire solo come un cane, aveva capito tutto. Lo aveva cantato con una chiarezza limpida. Per fare un bosco ci vuole un fiore. Per fare tutto ci vuole un fiore. Per fare la terra ci vuole un fiore. Per fare un albero ci vuole un fiore. E se quel fiore, e se quell’albero sei tu, con le tue mani, ad averlo seminato e piantato, stai certo che allora proverai dolore quando vedi bruciare a migliaia gli alberi.
Sergio Endrigo aveva una sensibilità rara. Troppo? Intanto quella canzone è rimasta e ci insegna molto. Capire ed unire la poesia, che in greco “poiesis” vuol dire creazione, alla capacità di fare delle nostre mani, può fare germogliare mille, diecimila volte tutte le foreste bruciate.
Purchè si abbandoni la logica che il profitto è al centro di tutto. Guardo le mie balze profumate, respiro la lavanda, il rosmarino, le salvie. Negli autunni scorsi ho passato qualche ora ad interrare dei rami, ho dato acqua, se serviva. Spesa: zero. Lo so. Quanto scrivo è sovversivo.
Sovversivo del Sistema che esige che una moltitudine di persone sia asservita e debba ringraziare chi la fa lavorare per imboschire e vivaisti debbono guadagnare. Lo so. E’ il Sistema. Mafioso intrinsecamente. Collegato alle logiche del denaro e del profitto. Eppure, le mie salvie son là, belle, le api vanno a fecondarle, le api. Non lo sanno. Sul Vesuvio ne sono morte cinquanta milioni, cinquanta milioni per gli incendi di questo luglio 2017. Immaginate una fila di cinquanta milioni di api morte. Quelle api che impollinano e permettono la fertilità e la vita. Vorrei che i bambini di Torre Annunziata, di Torre del Greco, di Somma Vesuviana potessero leggere questo scritto.
Ancor più vorrei andare in quelle scuole ed insegnare. “Bambini, lo sapete che per avere un alloro, per poterlo mettere a dimora sul Vesuvio e sostituire quelli arsi non c’è bisogno che di un fiore?”
Si, c’è bisogno solo del fiore dell’amore, della propria passione. Passione che aiuta a generare tutta la perizia e la competenza possibile e necessaria. Poi, noi non facciamo che seguire la vita.
Se seguiamo la vita, generiamo bellezza. Se diventiamo un popolo sapiente ed innamorato, se insegniamo a riprodurre da seme o da talea, se migliaia di persone imparano, le lobbies crimnali, poco alla volta, retrocedono. Affinchè ci siano meno ladri è conditio sine qua non che noi stessi non si rubi. Più gente s’innamora ed impara a generare alberi, più diventiamo, tutti quanti, liberi.
Teodoro Margarita

Non ci sono più i semi di una volta. E invece sì

Leggere sulla stampa mainstream, ovvero quella più popolare, quella che leggono, più o meno tutti, sopra un argomento molto poco conosciuto come la biodiversità in agricoltura, un articolo ben documentato, asciutto senza essere noioso, che riporti gli autori importanti in gioco in Italia, non è scontato. Ed è successo. Venerdì, inserto della Repubblica, 25 agosto, vengo a saperlo perché Massimo Angelini lo inoltra anche alla mia associazione, Civiltà Contadina.

Riesco a procurarmi anche il numero originale, altra cosa dal Pdf, sapere in quale contesto è collocato un determinato servizio, quale rilievo abbia in quel numero, è importante.

Intanto si parla proprio di seedsavers, salvatori di semi. L’articolo è nato certamente durante il Mandillo dei semi di quest’anno, lo scambio che organizza il Consorzio della Patata Quarantina.

Da quel momento arrivano le foto. Riconosco Patrizio Mazzucchelli, di Teglio, artefice della rinascita del vero grano saraceno. Ecco il logo della Rete Semi Rurali, le interviste a Claudio Pozzi, presidente della RSR, a Massimo Angelini, non è più, per scelta, a capo del Consorzio ma si occupa di Pentagora, una casa editrice di cose rurali, egregia. Si cita Massimiliano Nunziata un appassionato seedsaver, cerco il suo profilo su Facebook, davvero notevoli le sue collezioni.

Mi è parso particolarmente riuscito l’incipit del servizio, l’autore,  Massimo Calandri, ha colto il nocciolo della questione: in contesti oramai, checchè ne dica il presidente Usa, assodati di sconvolgimenti climatici, avere una varietà di sementi antiche, non manipolate e nemmeno ibridate, costituisce una risorsa. E si citano i grani siciliani che pur in presenza di una estate siccitosa, sono stato sull’isola ed ho visto, mantengono le buone rese a fronte degli altri grani che, al contrario, non rendono affatto le promesse che le multinazionali dell’agribusiness millantano.

Un buon servizio alla causa della biodiversità, un elemento dal quale partire per aprire discussioni e riflessioni infinite. Buona lettura e… per una volta, ma davvero per una volta, il Carlin Petrini non dice la sua, su Repubblica esercita, di fatto, un monopolio, questa volta, miracolo, né Slow Food né lui appaiono. In Italia c’è un tappo informativo, se è “biodiversità” deve essere Slow Food, per fortuna, e questo ottimo servizio lo dimostra, non è così.

Buona lettura

GENOVA. Trenta quintali di grano tenero per ettaro coltivato in maniera non “convenzionale”, cioè con sementi e metodi antichi. Sulle colline sicule dell’Ennese, nonostante la siccità che ha dimezzato le rese – provocando danni all’agricoltura italiana per più di 2 miliardi di euro – un risultato del genere suona come un’impresa. Ma l’eco della raccolta appena conclusa è ovunque lo stesso, siano i campi della Valle d’Aosta o quelli delle Puglie, piemontesi o toscani. In un momento di eccezionale emergenza climatica come questo, i risultati premiano quelle poche migliaia di contadini ribelli («e felici», aggiungono loro) che da alcuni anni hanno scelto di riprendersi e custodire il patrimonio genetico della terra, rinnegando chimica e meccanica dell’industria sementiera. «Il tutto mentre l’agricoltura “convenzionale” è sempre più in crisi. E parliamo di quella in cui il contadino è costretto a comprarsi il seme dall’industria (e sono sempre quelle 4-5 qualità create in laboratorio per essere più redditizie), così come i concimi chimici, i nitrati, i macchinari sempre più performanti, gli anticrittogamici, i diserbanti; per poi consegnare il prodotto più o meno agli stessi soggetti che gli hanno venduto il seme insieme al resto e che fissano il prezzo» spiega Claudio Pozzi, presidente della Rete Semi Rurali, che da 10 anni raccoglie 40 associazioni diverse «per fare lobbying sui diritti dei contadini, e soprattutto tutelare il diritto alle sementi».

Per questo c’è chi ha scelto un’altra strada, recuperando, anche con l’aiuto di università e istituti agrari, buona parte di un tesoro sciaguratamente dimenticato, rimosso, quasi perduto (le varietà di frumento erano quasi un migliaio, più
di un secolo fa) perché, appunto, giudicato poco redditizio. Qualità come il Gentil- rosso, l’Abbondanza, il Cotroneo, il Duro pugliese, lo Ianculidda, il Marzuolo Val Pusteria. Nomi evocativi, musicali. Da masticare piano, con gusto. Piave, Precoce Piemonte, Rieti. Virgilio, Timilia, Perciasacchi, Trigu cossu. Varietà ritrovate, studiate, sperimentate: adattate alle diverse condizioni di quell’arcobaleno di sapori che è il nostro Paese, e ai cambiamenti climatici. Una metamorfosi rivoluzionaria, nel nome della tradizione. «Il “convenzionale” in queste settimane ha ottenuto rese di grano paragonabili a quelle delle nostre vecchie varietà, ma con investimenti incredibilmente superiori, per non parlare dei danni al territorio e alla salute», conferma Pozzi.
Non si parla solo di grano: ma anche di fagioli, pomodori, zucchine, melanzane, cavoli, cipolle, peperoncini, insalate. Pozzi spiega che questo modo nuovo ed antico di dialogare con la terra, «di riappropriarsi di un patrimonio genetico interessante per l’agricoltura di basso impatto, di presidiare il territorio e mantenerlo in condizioni sane, di offrire cibo al posto di merce», sta ottenendo i suoi frutti anche dal punto di vista imprenditoriale. «Le aziende che per prime hanno puntato in questa direzione hanno creato occupazione sul territorio e poco alla volta sono state seguite da altre. Sono nati consorzi di rete, cooperative» continua il presidente della Rete semi rurali. Non è casuale se, con la siccità, chi ha seminato “naturalmente” sia riuscito in qualche modo a limitare i danni. «Ma il vero successo è un altro», sostiene Luca Ferrero, piemontese, presidente di Asci (Associazione di solidarietà alla campagna italiana). «È il dialogo, la condivisione, la creazione di relazioni tra i ricercatori che studiano, gli agricoltori che seminano, i mugnai e i fornai che trasformano il prodotto, il consumatore che a sua volta partecipa e si informa, consapevole del giusto prezzo per un cibo che ha valori nutrizionali veri». Ferrero sottolinea l’importanza della collaborazione con istituti ed università, i tanti progetti di osservazione – uno su tutti, con il Consiglio di ricerca in agricoltura di Bergamo. Racconta delle oltre 80 date durante l’anno, in cui migliaia di persone – contadini ma anche orticoltori, o semplici appassionati di giardinaggio, magari giusto qualche pianta sul balcone – si incontrano per scambiarsi semi auto- prodotti.

Una delle più note è il “Mandillo dei semi” di Ronco Scrivia, paese dell’entroterra genovese (mandillo in dialetto sta per fazzoletto: e dunque, scambiarsi i semi prodotti dalla propria terra, riporli in un mandillo per regalarli a un nuovo amico). In posti così puoi incontrare uno come Massimiliano Nunziata, cuoco torinese che cinque anni fa è tornato per caso a Salerno nel casale del nonno, e ha trovato dei vecchi fagioli in una cassetta di alluminio. «Li ho coltivati per sfida. Buonissimi. Magari non redditizi, lo so. Però veri». La sua è diventata una missione: si è messo in contatto via Facebook con alcuni gruppi e ad oggi ha raccolto un migliaio di differenti varietà. Che regala, in cambio di altre sementi. «Ho recuperato anche pomodori: magari non così polposi e rossi, con la forma perfetta che trovate nei supermercati. Ma con un sapore fantastico». Massimo Angelini, editore ligure specializzato in libri sulla terra e i suoi prodotti, è l’organizzatore dell’incontro di Ronco Scrivia, che si tiene a gennaio. Racconta che vent’anni fa erano dei fuorilegge. «Prima del Duemila, scambiarsi semi prodotti dalla propria terra era un delitto punito dal codice con un’ammenda salata». Cominciò una sorta di disobbedienza civile: il primo “scambio delle sementi”. Dieci anni fa il governo riconobbe la biodiversità italiana. «Da allora siamo passati dalle 5 o 6 varietà di frumento conosciute, a 110. Ed è solo l’inizio».

Articolo di Massimo Calandri con foto di Fabio Bussalino uscito sul Venerdì di Repubblica il 25 agosto 2017.  

Storia di una martyinia

E’ qui, sul poggetto, anzi sono due ed infine tre, sono martynie proboscidee.
Sono piantine da fiore. Sono due grandi, in un bel vaso con sottovaso annesso. Stanno bene, hanno i tutori in legno, rametti, che impediscano che gli esuberanti e numerosi fiori possano ricadere e rompersi. Una piccolina l’ho travasata in un vasetto piccolo, provo a spedirla, tramite un amico, in Sicilia, a Camporeale, presso qualcuno che saprà amarla.


Siamo in tempi nei quali si usano le fotografie, una volta per descrivere una pianta o si scriveva oppure se ne faceva uno schizzo, ad acquerello. Possiedo un libretto di Fulco Pratesi, tra le essenze che dipinse, una mandragora. Nei pressi di Trapani, chissà se gli incendi di questa estate le avranno risparmiate. La martynia proboscidea, se gli antichi l’avessero conosciuta, ma, come non hanno potuto conoscere i pomodori e nemmeno i girasoli, non hanno potuto sognare, scoprire, immaginare paramorfismi strani e inconsueti, i nostri Greci e Romani, non hanno potuto tramandare leggende su di lei. Sulla mandragora, invece, si e quante. Ovidio avrebbe trovato parole alate, non le mie, povera martynia, scarne e rozze. Non c’è confronto. Ti dovrai accontentare. Io sono figlio e nipotino dei Lumi , mi hanno ucciso la fantasia con le leggi di Mendeleev, so cos’è il ciclo del carbonio e non mi puoi chiedere di immaginarti trasformata ninfa desiderata da un Dio. Vivo di questi tempi.


Martynia, se ti descrivo, se parlo e narro di te, è abbastanza. Le tue metamorfosi. La tua vita. Il tuo nascere e trasformarti, il tuo nascere, crescere, vivere, i tuoi colori, i tuoi steli, le foglie, i moscerini che tu assorbi, li mangi, sei una carnivora, carnivora gentile, i tuoi fiori bianchi e rosei, piccole orchidee, appaiono.
La martynia proboscidea l’ho trovata una decina d’anni fa, eravamo ad una fiera, un mercatino del biologico, a Milano. Un signore la decantava come pianta scaccia zanzare, come insetticida naturale. Il signore aveva una certa età. Mi convinse, bella, però. Cinquemila lire e fu mia.
Con gli anni ho scoperto il resto, il nome botanico, le caratteristiche, le origini.
Sono ancora grato a Massimo Acanfora, lui invitò Civiltà Contadina, la mia associazione, a quell’evento. Andammo io e la mia ex moglie, con nostro figlio, come sempre, in treno, portandoci dietro le sementi riprodotte da noi e le piantine nelle cassette, a fare pendant, in equilibrio. Viaggiare con i mezzi richiede perizia. In quell’occasione, una troupe di Rai Tre regionale riprese quel mercatino, non so per quale motivo e mi intervistò. Poi, mi dissero, non possedevo e non possiedo un televisore, andarono in onda alcuni minuti.
Doppiamente grato a Massimo, per quell’invito, quel servizio reso ai salvatori di semi e per questa bella martynia.


Da allora, ho scoperto l’originalità, le sue nascoste e orribili bellezze.
Questa pianticella, proviene dai tropici, sud degli Usa, e Caraibi, ha uno sviluppo particolare.
Intanto la semina è capricciosa. Vuole terreno sciolto ma ricco di materia organica.
Richiede il semino, nero ed ovoidale, schiacciato, di essere interrato per l’altezza sua giusto un centimetro nel terriccio. Necessita di caldo ed umidità. Una serra sarebbe l’ideale. Teme i ritorni di freddo. In questi anni mi è uscita un anno si ed un anno no. Avendo sempre conservato una riserva “strategica” di semi, quattro o cinque, non l’ho mai persa.
Non è una pianta rara, nella rete degli amici salvatori di semi l’ho trovata, non spesso ma l’ho trovata. Oltre ad essere coltivata in vaso, sta bene anche nell’orto e diventa forte e grande.
Così la trovai, stupendomene, coltivata fuori dal Museo della canapa a Castel Ponsone, in provincia di Cremona, ne trovai un filare, sostenuto da adeguati tutori, una serie di grosse martynie, mai viste così grandi e belle, quando dico “grandi” intendo alte poco più di mezzo metro.


La martynia compie la sua metamorfosi nel giro di una stagione, da giugno a settembre inoltrato passa dalla germinazione, caratteristiche le sue brattee iniziali, i dicotiledoni rossastri nella pagina inferiore, inconfondibili, e poi la crescita. Lo stelo, le foglie, verdine, poi i boccioli ed i fiori.
Dai fiori si sviluppano i baccelli, è la forma del baccello, quando è perfettamente pronto, a dare il nome alla pianticella. “Proboscidea” perché i baccelli, dapprima verdi, presentano una forma di proboscide oppure di zanne di elefante o mammut in miniatura.
Quando sono ben secche, le punte, acuminate, feriscono.
Il suo modo per aggrapparsi a qualche animale e poter percorrere più tragitto possibile onde poter spargere i semi più lontano? Mostrata, questa strana “proboscide” si presenta mostruosa.
I semini sono all’interno, adeguatamente protetti, per estrarli occorre una certa forza nel divaricare le “zanne” arricciate, proprio come quelle di un elefante.
Coltivo la martynia per la sua meravigliosa trasformazione, per il profumo e la bellezza dei suoi fiori. Mi piace stupire i visitatori del mio orto. E’ una pianta insolita.
Triste, quegli anni, pochi, per fortuna, che dei sei o sette semini piantati, nessuno è germinato.
Felice questa estate che con il suo calore intenso ha almeno fatto spuntare queste tre martynie.
Penso agli Antichi. Penso ad Ovidio. Non conoscevano le leggi della genetica, non sapevano che la Natura assume forme dovute solo a leggi di economia, che ciascun essere vivente elabora la propria forma, le proprie caratteristiche, crescita, profumi, colori, strategie di disseminazione, solo nella ferrea legge della necessità.


Ovidio non lo sapeva. Eppure, chissà cosa si sarebbero mai inventati per spiegare il perché dello stare al mondo della mia amica martynia, lo farò io? Proverò a scriverne una favola?
Non sarà bella come quella di Apollo e Dafne, non sarà come quella di Narciso o della Ninfa Eco, una storiella per bambini?
Ma si, mi ci proverò. Intanto, contribuisco a far conoscere martynia.
Tra poco, giù nell’orto, glielo dico: ho scritto di te, sei contenta?
Il venticello al vespro qui mi aiuterà. Dondoleranno le testoline dei fiori profumati e sembreranno dire di si. Raccontacelo. Facci sapere. Cosa hai scritto di noi. Ed in questi tempi bui, ove si assassinano alberi a milioni, questo loro profumo, mi sembrerà gratitudine sufficiente.
Ovidio avrebbe fatto meglio. Io sto invecchiando, non ho la vena del ventenne, ma ho, in più del ventenne, il senso di un dovere. Il dovere di scrivere e di coltivare. Non saranno gelose le cosmee, lo so. Su di loro, una poesia, ancora inedita. Uscirà, prima o poi. Usciranno tutti questi scritti sui fiori. Saluto i miei lettori giardinieri. Alla prossima, e vi saluta martynia.

Sapere di semi

Si impara, ci vuole molto tempo, pazienza, uno spirito d’osservazione tenace, quotidiano, ma, alla fine, si impara. Ci vuole tempo, volontà. Infine, con una certezza quasi assoluta si apprende a riconoscere quale forma abbiano le tue piantine allo stadio di mono o dicotiledoni.
Se vuoi coltivare il tuo orto, il tuo campo nel migliore dei modi, è necessario che ti impadronisci di un sapere che era comune ai contadini di un tempo ed adesso, si è perso.
Perché era normale riprodursi da sé le proprie sementi, poi, col mutare delle leggi del mercato, sono sempre meno coloro che si approvvigionano delle piantine da mettere a dimora senza far ricorso all’acquisto di piantine già grandicelle. Un salvatore di semi, un custode di antiche sementi deve, per forza di cose, possedere questa conoscenza. Ci sono i manuali, certo, ma nei manuali non ti possono illustrare la sottile differenza tra i cotiledoni, ovvero le prime foglioline del prezzemolo utile o della velenosa cicuta. Simili le piante da adulte, simili anche nel germinare.
Oggi 25 maggio 2017, sul Manifesto, uno studioso di cose rurali, ha scritto un articolo di rara concisione ed efficacia sulla cultura contadina, sul sapere vernacolare incredibile e diffuso che si è perso, Piero Bevilacqua, protagonista al Festival dei Sensi con “Corpi al lavoro, i contadini in un mondo di parole”. Sono riflessioni sue ma che erano già mie, già nostre, del mondo piccolo ma decisamente curioso, carico di memorie, del quale fanno parte i seedsavers. Tra i saperi orali e manuali perduti, questa conoscenza immediata, a colpo sicuro, di una essenza anziché di un’altra, questa, bisogna possederla. Nei manuali non può esserci, per forza di cose, tutto. Così, cominciando, parlo per me ma per quanti conosco è stato un processo simile, si impara dai più facili.
Impari a distinguere le due lunette iniziale delle labiate, il basilico, impari a riconoscere quando spunta. E non solo, impari a riconoscere e non avere paura di quella strana, azzurrina, tenue mucillagine che si forma sui piccoli semi dopo pochi giorni e che, svanendo, lascia il posto ai dicotiledoni che ti diventano familiari. Impari in un vasetto composto col terriccio del tuo podere, impari a non comprarlo più e ricostituire da te anche la tua terra per i vasi, a riconoscere ed estirpare le infestanti più diffuse, la parietaria, la celidonia, il romice, il senecio e sono infinite e dipende da dove abiti e dove coltivi e da cosa cresce all’intorno. Nei miei vasi spuntano frequentemente robinie, bagolari, frassini, ligustri, susine, impari a riconoscere e strappi, con due dita, fuori, con calma, badando a lasciare nel vasetto il terriccio, strappi solo l’infestante. Dopo tanti, per me dal 1982, quando ho cominciato ad imparare, anni, diventi esperto, si, diventi abile e riconosci senza sbagliare la gramigna dal grano o dal mais, l’orzo dall’ordeum murinum, quello selvatico, impari quali sono le infestanti presenti nel tuo terreno e muovi sicuro le mani, anzi, le dita.
Così, aspettando, pazientemente che germogli la specie giusta e non quelle indesiderate, ti rimangono nella mente, ma molto di più negli occhi, nella sensibilità delle dita quei preziosi saperi.
Impari e riconosci, poi, all’interno di una stessa specie, le differenti varietà.
I tagetes, per esempio, impari a riconoscere i dicotiledoni del più comune, il tagetes patula e poi quelli più rari, il tagetes minuta, il tagetes lucida. Impari, ed è un processo a ritroso nella memoria di un popolo che contadino era e facendo imparava e facendo ritrasmetteva conoscenze senza necessità di scrivere. Contadini che non avevano parola ma corpi, corpi che sapevano.
Non riconosci solo dalle forme ma dal tatto, la carnosità di un germoglio, alle volte, il suo odore.
Per risalire a questa sapienza, è importante partire da un vaso. Chi semina su larga scala, non impara nulla. Macchine depongono il seme, macchine diserbano, macchine regolano l’altezza, macchine raccolgono, mietono, trebbiano. Un professionista siffatto non ha nemmeno bisogno di riconoscerlo il cotiledone del mais. La sapienza rinasce facendo di persona. Si parte da un vivaio.
Un vivaio costituito da vasi di diversa foggia e dimensione per le differenti essenze. Impari dalla a alla zeta. Impari a tenere in mano il vasetto… scontato? Affatto, quando ho avuto il mio bravo orto didattico, non erano pochi i bambini che si lasciavano sfuggire il vasetto dalle mani, irrimediabilmente tutto perso, vasetto, terriccio e buona semente.
Allora, ci vuole pazienza e non rimproverare, su, ricominciamo daccapo. Un vivaio, i vasi lunghi e rettangolari da geranio, quelli tondi, per i fiori ed una infinita serie di recipienti che si possono anche autoprodurre e riciclare. Alice Pasin, architetto paesaggista, quando tornò dall’Azerbaigian, portò bustine di sementi comprate al mercato: una emozione vedere come queste signore, babushke, nonne, avessero confezionato e cucito, a mano, quelle bustine in carta e scritto con la chiara grafia, in cirillico “Delfinium”, e raccontò di come, nei mercati locali, mercati popolari, usassero vendere piantine nelle latte del pomodoro o dell’olio o della prima cosa fosse un recipiente disponibile, basta forare sul fondo e pure i vasetti dello yogurt diventano vasi.
Normale, nella mia infanzia, incontrare vecchie vasche da bagno diventare fioriere o semenzai.
Un vivaio è il principio ed è giusto, vivaio è una bellissima parola, viene da “vita”, in francese si dice “pèpiniere” e non ha la stessa radice. Vivaio sembra essere il contrario di “mortaio”, nel vivaio allevi il principio della vita del tuo orto, nel vivaio impari a riconoscere i germogli.
Impari a proteggere il tuo vivaio, puoi costruirti la tua serra, in città, ma non solo, conosco persone che seminano nella sala da bagno, delle vetrate ampie aiutano, oppure nell’intercapedine delle finestre. Se si ha voglia, si trova lo spazio per seminare.
Ed impari, impari la differenza tra monocotiledoni e dicotiledoni. Impari a conoscere la luna, il tempo, le stagioni, impari oppure ti servi di un calendario biodinamico, ottimo quello di Maria Thun, Editrice Antroposofica, impari anche le stranezze e le fissazioni di questo calendario.
Da un decennio lo acquisto e mi chiedo, è invariabile, è così, fisso e stabilito, ogni Venerdì Santo, Sabato Santo, ogni anno è tratteggiato: non si può seminare nulla. Conoscenze astronomiche o superstizione religiosa? Mah, chi lo sa, chi lo può sapere, ma Catone nel suo De agricoltura, manuale molto preciso e ruvido, sbrigativo, oltre a consigliarti cosa e come coltivare, quale frutta secca mettere da parte per gli schiavi, ti elencava, pure, perché non si può mai sapere, anche una serie di scongiuri ed incantamenti. E si, i Romani antichi credevano che qualcuno potesse fare “volare” alla lettera, tutto il tuo raccolto, nel proprio campo e, dunque, bisognava pur conoscere lo scongiuro adatto. I Romani, quelli che hanno costruito strade sulle quali si circola ancora oggi e costruito ponti che l’Anas se li sogna. Ovvero, permane e permarrà sempre, lo stupore, la meraviglia. Per quanto si possa essere certi di riconoscere e di sapere, cosa accidenti stia spuntando nel proprio vaso, se non abbiamo comprato la sterile e morta terra del supermercato, certificata “sterile”, asettica, immune da ogni contaminazione, un elemento di perplessità, permane.
Per esempio, ho seminato, come da diversi anni, il sorgo rosso, pianta preziosa e importante.
Non germinava, io lo so che il sorgo è una graminacea, quindi monocotiledone. Ovvero, come per il mais, spunta un solo stelo che cresce e si sviluppa. Bene, ho seminato in aprile, una marea di sementi differenti, non voglio restare sprovvisto, quindi nei giorni di Pasqua, venerdi e sabato esclusi, come da calendario di Maria Thun, quindi anche il sorgo. Siamo a fine maggio, in un mese, nulla. Allora mi sono voluto illudere ed ho visto il sorgo sotto altra specie e forma.
Ho voluto credere sorgo ciò che sorgo non poteva essere e lo sapevo bene. Piantine, germogli dicotiledoni: sarà per caso questo? E via a spiare… osservare cosa venisse fuori. Finchè, questa mattina, in un vasetto tondo di quelli classici neri, eccolo per davvero. Il sorgo, il monocotiledone senza dubbio che si origina dal piccolo e lucido semino rosso.
Vado a cercare in rete: il sorgo va seminato dopo la prima metà di maggio, ha bisogno di caldo.
Solo in questi giorni, infatti, la temperatura si mantiene sopra i venti gradi e poco sotto i trenta.
Ovvero, ho sempre saputo come fosse il germoglio del sorgo ma non volevo aspettare troppo.
Infine, è arrivato, e come è germogliato in quel vasetto, sono certo, germoglierà ovunque.
Importante scrivere di queste cose. Non si trovano nei manuali di agronomia.
Essi sono fatti per una agricoltura su vasta scala e si suppone che all’agricoltore moderno, dotato di macchine, non importi nulla né della forma del cotiledone e tanto meno della luna o del calendario religioso della Maria Thun. La mia prima suocera che di certe cose si intendeva, seminava in grandi catini, le essenze per la casa, le aromatiche necessarie alla cucina meridionale, diceva che i semi sono come le stelle: porta male a contarli.
Vorrei essere presente a quel Festival dove Piero Bevilacqua, ho avuto modo di sentirlo al telefono, persona squisita, e mostrargli queste pagine. Sono la cultura contadina che io, laureato, provo a mettere per iscritto e per iscritto, queste cose, non stanno.
E’ importante fare da sé, partire dal vaso, dal vaso sul balcone e comunque da un vivaio.
E’ vitale conoscere come sono fatte le pianticelle, non lasciare a biologi e genetisti, solo a loro, la conoscenza. Conoscenza sterile perché senza memoria, senza amore, senza costanza, senza uno stormo di anatre che ti distrae sorvolando il tuo podere all’improvviso, senza le farfalle, senza quel bruco che se ne sta là, perché mai, appeso sul muro, immobile ma immobile non è, a fare la sua muta. Conoscenza sterile perché nei laboratori non passano i bambini o Penelope, la curiosa ed affettuosa, e cacciatrice infallibile, micia dei vicini. I semi sono segni. Scrissi, ed avevo vent’anni,
“L’alfa alfa germoglia, le betulle sono delle piccole beta che spuntano tutte nell’infinita gamma dei segni” laddove l’alfa alfa è un’erba, e non tutti lo sanno. Mario Rigoni Stern, lo scrittore, ha detto che è il contadino il portatore della cultura più ricca e più completa. Aveva ragione, è il contadino, abitante del contado, ciò che circonda la città, come “paysan” in francese vuol dire abitante del paese, il territorio nel suo insieme. Eravamo tutti o quasi contadini, conoscevamo tutti le forme dei germogli. Non basta un ecologismo militante per riportarci alla Terra, la Terra bisogna averla sotto le unghie, bisogna metterci le mani dentro. Saper leggere, leggere di terra, serve. Esistono case editrici che hanno svolto un lavoro esemplare, piccole e preziose, Quaderni d’Ontignano, per esempio, riviste che hanno recuperato un sapere immenso, la AAM Terra Nuova che significava “Agricoltura, alimentazione, medicina”, adesso c’è Pentagora dell’amico Massimo Angelini.
Sono tanti i riferimenti bibliografici intorno alle cose della terra che parlano della terra e dei contadini con venerazione e rispetto, che rispettano il seme e la fatica, che conoscono le nuvole e sanno quali porteranno la grandine. Ma esisti tu, tu che hai deciso di coltivare e quindi di coltivarti.
Quanto a me, il primo riferimento scritto alla Terra, riferimento fantasioso, leggendario quindi degno di memoria ed assieme pratico quindi vivo, risale alle elementari, il sussidiario della Fabbri editori, si chiamava “Il perché delle cose”, vi leggevo che, forse, l’agricoltura è nata per un gioco di imitazione dei bambini che seppellendo dei semini, hanno poi scoperto che questi, meraviglia delle meraviglie, germogliavano. Questa cosa mi ha colpito, mi è rimasta dentro. Sono parole gravide di immaginazione. Le porto dentro come mi rimane dentro l’odore penetrante dei buoni pomodori, le piante, non i frutti, quando ci passavo in mezzo. Lo risento, quando crescono i miei. Mi torna alla mente quell’odore e rivedo mia madre che quei pomodori, certamente, aveva provveduto a “pastinare” ovvero a coltivare. Mi viene in mente questo e con orgoglio, tutta la sapienza antica dei nomi dialettali delle piante, l’”accio” che poi è l’apium, il sedano per i Romani e mi rendo conto che l’analfabetismo di mia madre, contadina, era un vivaio immenso, un patrimonio di conoscenze che, messo per iscritto, mi basterebbe per infiniti saggi. Per me, avere le mani nella terra, la bella terra marrone scuro, significa fare e pensare. Significa restare connesso col senso delle cose più pronde e che anche quando non scrivo, invece lo sto facendo. Si, quando riproduciamo i nostri buoni semi di varietà antiche, noi facciamo cultura, noi ci coltiviamo e coltiviamo un mondo umano connesso col suo passato, che sta vivendo nel presente e che è fiducioso nel futuro. E siamo meno tristi per chi ci ha generato e più non possiamo abbracciare. Esso, essi, tutti i contadini e le contadine che ci hanno preceduti, stanno con noi e con noi stanno, anch’essi, anche loro, connessi, intimamente collegati dalla tua mano, dai tuoi occhi nella terra ed anch’essi, confidano e sperano, fanno voti solenni a tutte le divinità del cielo e della terra, iperuraniche o ctonie, che tu possa vivere, che i tuoi semi possano germogliare, che chi ti sta leggendo, e leggere viene da raccogliere, possa provare come te questa gioia immensa. “Essi mi seppellirono, credendo di uccidermi. Ma essi non sapevano che io ero un seme” questo è un detto Mapuche, e mi appare come la immagine più bella per concludere, si fa per dire, il nostro ragionamento. Allora, anche tu, non hai cominciato a preparare il tuo vaso? Fai in tempo, la stagione, per i contadini del sud la “stagione” era l’estate, puoi seminare ancora basilico, fagiolini, attento al prezzemolo , è capriccioso, ci mette tanto tempo, come il sorgo rosso.
Abbi fede, anche quello, se lo semini, senza dubbio, come una bella pagina di poesia, come una canzone nuova, emetterà le sottili piccole ali e si innalzerà. Ricordati di lasciare andare a seme una bella piantina, il prossimo anno, non dovrai comprarlo.
Teodoro Margarita, salvatore di semi.

Semi per Lampedusa

In occasione di “Seeds and chips” evento molto modaiolo svoltosi a Milano durante la prima settimana di maggio, il ministro per l’agricoltura Maurizio Martina ha offerto all’ex presidente americano Barack Obama dei semi provenienti da Lampedusa. Questi semi, quattro varietà antiche, favino nero, orzo, lenticchie e zucchine sono state raccolte dall’associazione Terra! Onlus che sull’isola da qualche anno ha allestito un orto sociale condiviso “P’orto di Lampedusa”.
Seeds and chips a Milano ha voluto essere una sorta di raccolta del testimone di Expo 2015 “Energie per la vita. Nutrire il pianeta” che sappiamo cosa è stato e che cosa ha rappresentato.
Della venuta di Barack Obama a Milano i giornali ci hanno raccontato della cena a pagamento, 850 da versare, per sentire il discorso di Obama. Sappiamo del dispiegamento di forze di polizia ingente, della passerella in centro, conosciamo il menu delle varie cene e pranzi, sappiamo di Renzi, ex capo del governo e di come questa Seeds and chips abbia avuto grande eco sui media.
Seeds and chips: semi e patatine. Vogliamo andare oltre, scavare sotto l’apparenza?
Barack Obama è stato il presidente Usa che ha fieramente dichiarato di aver lasciato il proprio paese più armato, fino ai denti, le sette potenze che seguono gli Usa, tutte insieme non eguagliano il budget speso per la difesa dagli Americani durante la presidenza Obama. Trump dice che gli Stati Uniti sono si sono indeboliti: mente sapendo di mentire.
Barack Obama, premio Nobel per la Pace. Quanto alla sua relazione col mondo dell’agricoltura, dobbiamo ricordare che Obama ha firmato il cosiddetto “Monsanto Act” ovvero la legge che annulla l’obbligatorietà negli Usa, sugli scaffali dei supermercati, delle etichette indicanti OGM o no nei prodotti alimentari. Significa che il consumatore non può più scegliere cosa mangiare, se non desidera ingerire derivati da sementi OGM, non sarà più in grado di leggerlo tra gli ingredienti.
Non siamo in grado di giudicare l’insieme delle politiche ambientali di questo presidente, il primo non bianco che gli Usa abbiamo mai avuto, gli riconosciamo, prima della sua uscita di scena di aver firmato il bando alle ricerche di idrocarburi nell’Artico e, subito Trump lo ha stracciato, anche uno stop all’oleodotto che minacciava le terre sacre dei Dakota.
Torniamo a Lampedusa. Ci torniamo in ogni senso, sull’isola, la scorsa estate, sono stato, ho partecipato a P’Orto, ho condiviso una settimana di incontri, di lavori, con i soci di Terra!Onlus.
Lampedusa è un simbolo potente, un faro sul mare. Tragedie umane derivate dall’esodo di centinaia di migliaia di persone dal sud verso il nord del mondo hanno fatto di questa isola un catalizzatore dell’attenzione dei media di tutto il mondo. Lampedusa è una piccola isola, più a sud di Tunisi, ha visto materializzarsi concretamente lo spostamento di popolazioni in fuga da guerre, persecuzioni, calamità ambientali e politiche. Lampedusa è, grosso modo, un rettangolo frastagliato, un bassopiano a picco sul mare, non ci sono alture di rilievo, un solo centro abitato, un porto, un aeroporto. Appena arrivati, in aereo, via mare, partendo dalla Lombardia richiede diversi giorni di viaggio, appare questa distesa di case in mezzo ad un paesaggio che presenta il verde solo nei canaloni che digradano verso la costa. L’agricoltura è scomparsa o quasi. L’isola è in preda alla desertificazione, la roccia madre appare viva, sempre più estesa. Muretti a secco dirupati, ovunque.
I resort e i bungalow, ville e villette per turisti sostituiscono le antiche masserie.
Lampedusa vive di turismo, decine di migliaia le presenze, concentrate in estate, l’agricoltura, una volta attività prevalente, assieme alla pesca dello sgombro, è relegata a fatto sporadico.
Il favino nero, l’orzo, i semi di zucchino e le lenticchie donati dal nostro ministro dell’agricoltura a Barack Obama, sono un simbolo, non una produzione di massa di Lampedusa.
Per esserci stato e per aver girato in lungo e in largo l’isola, non ci vuole molto, a piedi, qualche ora e il periplo è fatto, so che le lenticchie erano tipiche di Linosa, l’isoletta ancora più piccola che costituisce il comune, orzo, favino nero e la zucchina, immagino siano le belle zucchine tonde che ho trovato in vendita dai fruttivendoli, ma sono coltivate anche in Sicilia, regione alla quale appartiene Lampedusa. L’agricoltura messa da parte, lo spettacolo dei muretti a secco dirupati, delle vecchie coltivazioni abbandonate dappertutto, è il paesaggio dell’isola. Vista dal mare, un giro in barca, ne vale la pena, l’isola appare bellissima, spiagge splendide, massimamente quella detta “dei conigli” ma tutte le altre cale e calette ospitano una fauna avicola incredibile, il falco della regina, rondoni di mare tra le altre specie.
Abbiamo avvistato delfini, mare incredibile, laggiù. Veniamo alla terra. Nel pieno centro dell’abitato gli orti sociali gestiti da Terra!. Un piccolo appezzamento dove doveva sorgere un parcheggio, sono anche stati effettuati scavi archeologici ma i resti, fari e faretti erano tutti spaccati, abbandonati, vede queste porzioni coltivate. Salta all’occhio la differenza tra un modo di coltivare considerato “comune” ovvero le solite file di pomodori inquadrate a scacchiera ed un piccolo orto sinergico, con le sue pacciamature con paglia, le consociazioni tra aromatiche, fiori e verdure. Da una parte il deserto, combattuto con innaffiature continue e nel piccolo orticello curato dal permacultore Simone Palomba, il verde, il profumo della menta, il giallo svettante dei girasoli.
Non è per cattiva volontà che non si estende a tutto il complesso dell’orto quel saggio e poco idrovoro sistema. Lampedusa vive di acqua del desalinizzatore, tutti bevono acqua in bottiglia.
P’Orto è un progetto di orti sociali e gli utenti del Centro di Igiene Mentale sono i protagonisti.
Non discuto questo. I dirigenti e soci di Terra! Sono degli ecologisti convinti, persone che amano il pianeta, assolutamente sensibili. Che abbiamo procurato quelle quattro essenze ritrovate sull’isola e le abbiano fatte pervenire, per mezzo del nostro ministro a Barack Obama è cosa buona ed ottima.
Si tratta di porre le basi per una rinascita possibile dell’agricoltura sull’isola.
Essa, al momento, dipende in tutto e per tutto dal turismo e dalla pesca. Dalla Sicilia arrivano i generi alimentari che troviamo nei negozi. Non è sempre stato così. Lampedusa era una terra che viveva di mare e di agricoltura ed esportava prodotti di eccellenza. La storia ce la racconta il professor Taranto dell’Archivio storico lampedusano. La storia ce la ha raccontata il professore Tommaso Lamantia dell’Università di Palermo. Con lui abbiamo camminato per i canaloni digradanti verso il mare, ci ha parlato a lungo verso Cala Pulcino.
Lampedusa conosceva e, in parte, possiede ancora, una varietà di viti incredibile. Ogni marinaio, pescatore, marittimo imbarcato, riportava sull’isola vitigni ed anche sementi che trovava altrove.
Ogni uomo che dal mare traeva il suo vivere, era alla sua terra, per piccola che fosse, che pensava.
Lampedusa era conosciuta ai Greci, è stata trovata una moneta di piccolo conio, recante l’iscrizione “Lipadusa” è l’orgoglio dei lampedusani, indice di indipendenza e di tradizioni antiche, pluri- millenarie .
Lampedusa è stata cantata da Ludovico Ariosto. Terra neutrale universalmente riconosciuta, nel corso della sua storia ha accolto genti di fede e provenienze diverse. Celebre la grotta, ora diventata santuario, nella quale un santo eremita permetteva si celebrassero fianco a fianco i culti cristiano e mussulmano. Lampedusa terra di accoglienza. Terra di dialogo. C’è un museo, svettano sul suo tetto, pennoni che recano flottanti i giubbotti di salvataggio arancioni dei migranti, ci sono associazioni e reti di accoglienza. A Lampedusa c’è un centro sociale, “A scavuza” a piedi scalzi, il centro sociale più meridionale d’Europa.

Vogliamo citare il nome di Giusi Nicolini? Superfluo, mica tanto, il sindaco, che, ricordiamo, succede ad un altro, leghista, Mara Maraventano, Nicolini, era presidente del locale circolo Legambiente.
Ho lavorato in quell’orto, vissuto una quindicina di giorni a Lampedusa, visitato anche Linosa.
Da salvatore di semi, da ecologista radicale e profondo, quello che mi ha impressionato è il processo di desertificazione. La sensazione di degrado verso la roccia non è una sensazione.
Se si abbandona l’agricoltura, se si permette la pratica di una pastorizia senza vincoli, l’alternativa al deserto, su questi spazi ristretti, non esiste. Nella caletta dove era ubicato il nostro camping, Cala Greca, un personaggio incredibile faceva il suo compito per arrestare questo degrado. Nicola, e va bene chiamarlo così, per sua iniziativa spontanea, sta, da anni, piantumando aloe, agavi, oleandri e palme per rimboschire quel luogo. Perché, nelle profonde incanalature lungo i solchi delle fiumare stagionali, c’è umidità. Persino in pieno luglio, svegliandosi presto, i rami delle tamerici erano gocciolanti dell’acqua che evaporando dal mare per l’escursione termica, si depone sulla vegetazione.
Lo stesso fenomeno accade a Procida, anche più copiosamente.
Sfruttare questo processo piantumando, le tamerici, con le loro profonde radici, una , durante lo scavo del canale di Suez fu trovata con radici profonde trenta metri, vanno benissimo, si arresta il deserto. Nicola, solitario custode della cala, quando i turisti vanno via, lui, resta, fa bene.
I ragazzi di Terra! Sono , possono rappresentare una inversione di tendenza nell’abbandono dei campi. Il loro orto, coltivato in mezzo al paese, diventare un esempio di ripartenza.
Nel corso del campo abbiamo incontrato esponenti dell’associazionismo più illuminato e consapevole, esponenti delle famose Ong adesso sotto accusa, abbiamo conosciuto Legambiente, il circolo dedicato ad una bambina, Esther Ada, profuga, l’isola è meta di artisti, cineasti, muralisti, Terranera, tra gli altri.
Gli occhi del mondo guardano a Lampedusa. Se da Lampedusa si dipartissero, si diffondessero buoni semi di essenze forti e resistenti, buone pratiche agricole , modello per la prossima Africa, se i migranti accolti fossero accolti in questo progetto, avremmo tutti da guadagnare.
Non scordiamo che un evento imprevisto, al momento attuale, con la dipendenza alimentare totale dalle importazioni, una tragedia, togliendo la risorsa turistica, scaraventerebbe l’isola nella crisi più nera. Lampedusa è piccola. Si potrebbe fare. Ricostruire i muretti a secco, ripiantumare le viti partendo dalle varietà antiche. Adesso come adesso, camminando a piedi, troppa immondizia dappertutto, e quanto facile, col concorso di tutti, una buona raccolta differenziata, anche dell’organico per produrre in loco, ottimo compost di cui l’isola ha disperato bisogno.
I soggetti attivi sono tanti, le intelligenze disponibili anche.
Ho spedito semi di sorgo rosso, cereale che cresce bene con quel clima secco, altre essenze che necessitano di poca o nulla acqua. I salvatori di semi, che rappresento, ci sono.
Da Lampedusa, per diffondere semi buoni, buoni semi di autosufficienza e di libertà, è necessario che colà vengano coltivati. Veramente, con la costanza, la sapienza e l’amore che trascinano il mondo. Lampedusa come modello positivo, abbiamo conosciuto l’accoglienza, l’altruismo degli isolani, vorremmo che anche sul versante ambientale lo stesso impegno.
Dall’isola, da ambedue le Pelagie, un segno forte, un fiore di vita, un fiore di libertà nel Mediterraneo. Allora quei semi donati a Barack Obama, avranno davvero un senso, un forte ed inequivocabile senso di vita. Ci vuole l’impegno di molti. Le mie suole, le suole delle scarpe, lasciando Lampedusa, profumano, non portiamo via solo l’eco delle strida dei gabbiani e la voce del mare, lasciamo buona semente. Lasciamo un segno di vita che si riproduce. Lampedusa merita di rivedere le viti, l’orzo, le fave, le zucchine, gli alberi da frutto ricrescere e produrre. Come a Linosa e non li avevo mai visti altrove, i capperi piantati a giardinetto, nelle piazzole circondate da siepi di fico d’India. Semi per Lampedusa, semi da Lampedusa.
Teodoro Margarita, seedsaver, per Civiltà Contadina.

Il racconto del coltivare ovvero “Il pensiero della Terra”

Incredibile la quantità di idee che sopraggiungono mentre sei alle prese con le semine, il diserbo a mano, la potatura dei rami che intralciano, incredibile come è vivo il muoversi, il fare, quanto stimolante sia il coltivare. Coltivare significa coltivarsi. Un terreno non è uguale a nessun altro ed il paesaggio, la presenza di mari, laghi, fiumi, montagne o colline determina ogni azione.
Per non dire della latitudine e longitudine nella quale operi. Coltivare in pianura padana non è come coltivare nel Campidano, pianura anch’essa ma in Sardegna. Il tuo luogo, è lui che ti parla ed è dal luogo che impari cosa fare e come farlo e quando farlo.
Ci vuole tempo, anni, per capire come reagisce il tuo terreno alle diverse stagioni. Essendo sparito il vero sapere contadino, tocca a te reinventare, ritrovare, comprendere i venti, le nuvole, per agire bene in relazione alla tua terra. Solo tu sai, nessuno al posto tuo, di te che operi, respiri, vivi il tuo campo, può suggerire. Io coltivo in quel di Cranno, un poggetto all’inizio della Vallassina, Triangolo Lariano, tra Como e Lecco, e la punta , il vertice, freccia a nord, è punta Spartivento, in mezzo al lago di Como, più conosciuta è Bellagio.
Vivo e coltivo questo podere, avendo la società di massa estinto quel che restava del genius loci, mi sono assunto io il compito. Guardo verso il suolo e vedo i lombrichi attorcigliarsi felici nell’humus.
Levo lo sguardo al cielo, un palmo sotto le nuvole, a sostenere il sorriso del cielo, il rincorrersi dell’aria che gioca a formare battaglie di nuvole col vento, vedo aironi, anatre, corvi, merli, fringuelli, qualche falco, poiane…
Intorno, boschi di bagolari, detti anche spaccasassi, frassini, carpini, robinie e vedo distese di prati.
Ed un fiume, il Lambro, ed un torrente che va ad ingrossare il fiume tuffandosi da Cranno a formare la cascata Vallategna. Le cime dei monti, si sono innevate ancora di primavera inoltrata, siamo in maggio, le colline, l’alveo del Lambro con gli alti pioppi e svettanti salici.
Tutto questo vive e rivive quando vango, quando penso a cosa e dove seminare.
Dove sorge il Sole? Dove e quando sorge in inverno? Ed in estate e dove tramonta?
E quali sono i venti dominanti? Quali portano acqua, quali annunciano il caldo, come si chiamano, che regolarità hanno?
Ed ho imparato a conoscerli, la Breva, il Tivano, il Favonio, e Breva e Tivano sono i nomi locali ed hanno comportamenti singolari, solamente qui, in questa mia terra di laghi ed il lago di Como, in linea d’aria a pochi chilometri, influenza e fortemente il clima così come la presenza di alte cime come le Grigne che ammiro dall’orto nelle balze inferiori. In inverno il freddo rigido portato da un vento sibilante, è di là, da quelle vette, che arriva dentro l’ossa.
Chi sceglie di farsi contadino è dunque obbligato a conoscere la Terra, la terra nella quale vive e coltiva. Sapere il mezzogiorno e il settentrione, il levante ed il ponente.
Coltivare, dunque, restituisce al reale, all’esperienziale concreto. Ciò che riesco ad esprimervi adesso è poco, un granello delle infinite considerazioni che, accumulate e corroborate dal tempo, sgorgano giorno per giorno, stando qui, nel podere, lavorando o anche e non è, spesso, non meno importante, semplicemente, ed è una semplicità solo apparente, osservando, capendo, fiutando l’aria, le nubi, le correnti.
E cresci, cresci tu come persona così ed allo stesso modo, armonioso, delle piante.
Posso dirvi che quando devo inserire a Cranno una pianta nuova, importante, un arbusto che raggiungerà discreta altezza ed ingombro di superficie, ci penso. Ci penso su molto ma lascio che a “pensare” sia la pianta stessa e lascio che sia Cranno a decidere dove questa nuova creatura verrà a vivere. Come faccio? Oh, semplice, anche se, relativamente, faticoso, prendo la pianta in questione, per esempio un giovane pero, lo porto in giro per le balze, ho un terreno a terrazze, lo appoggio per terra, mi guardo intorno, penso, considero a fondo… no, mi dico, qui non starai bene, poca luce, troppo vento… vediamo laggiù. Finché non mi dice dentro la giusta posizione, proseguo per tentativi questo peregrinare. E, finalmente, qualcosa, qualcuno? La pianta, il terreno, il cielo, mi dice che si, quello è il posto adatto. This must be the place o se preferite, hic manebimus optime.
E non mi sono mai sbagliato. Perché, da quando sono qui ne ho visti di proprietari di ville , ultimamente hanno proprio dovuto chiudere l’unica strada, per abbattere alberi, per lo più conifere che, raggiunti e superati i venticinque metri, minacciavano le stesse abitazioni.
Qui a Cranno, nel podere a misura di contadino che ho, niente conifere, nessun albero monumentale.


Un faggio, una quercia mi occuperebbero ogni superficie coltivabile. E non intendo ergermi a signorotto di campagna. Qui voglio dialogare con le stagioni, prevedere, provare a prevedere ed ingannare il tempo. Quello interiore e quello esteriore, meteorologico tempo di fulmini e grandine, di neve, sempre meno e piogge, sempre meno diffuse nel corso dell’anno e sempre più concentrate.
Da quando sono qui ho i miei “Quaderni di campagna”. Ogni volta, finiti i lavori, su questi libriccini annoto quanto fatto, se non ho proprio potuto far nulla, per le ragioni più varie, la pioggia intensa, il gelo o semplicemente per altri impegni, annoto il tempo che fa.
Scrivere, quindi, mi aiuta nel pensare le mosse successive. Scrivere, in questo modo costante, non è attività intellettuale, spesso annoto alla svelta, mani non del tutto pulite e macchie marroni decorano il libretto, il farlo, sempre, è vitale.
Non oso nemmeno porre alla vostra attenzione la varietà, la mole immensa di pensieri che sgorgano direttamente dalla terra, dopo decenni di lavoro, ci vorrebbero , si potrebbero facilmente ricavarne dei saggi o dei romanzi, volendo.
E, lì, su quei libriccini, alle volte mi diverto a schizzarne qualche trama.
“La storia d’amore del salice e di una passiflora” avevo cominciato, proprio nel casottino di campagna dove ripongo amorevolmente i semi, i libri di botanica e gli attrezzi più preziosi, a scriverne… In qualche paginetta era anche emersa tenera, toccante.
Le stagioni influiscono molto. Un inverno come questo, freddo anche se non eccessivamente, ma arido, secco, esprime pensieri concisi, aspri. Estati umide, calde e pregne di vapori per frequenti temporali, allargano ed esauriscono, alimentano ed estenuano. Difficile essere scrittori e coltivatori insieme. Ce ne sono di scrittori-giardinieri ma vorrei chiedere loro quanto tempo dedicano allo scrivere e quanto al coltivare. Io, personalmente, curo il podere dalla semente alla lavorazione pesante. Questa la mia fatica e questa la mia gioia.
Certamente ed è una condizione di comunanza forte, mi sento affratellato a tutti quanti i contadini, liberi, coscienti, autonomi che ci sono sulla terra. Mi sento più affratellato a loro che ai “cugini” scrittori-giardinieri. L’essere un salvatore di semi, l’essermi assunto il compito di salvaguardare essenze rare della tradizione rurale mi pone in condizione di sentirmi responsabile.
Tanto deve essere salvato ma Cranno mi indica cosa il mio podere, questo poggetto tra i due rami del Lario, può realmente accogliere e custodire. Inutile incaponirsi con specie che Cranno non porta nemmeno a maturazione. I peperoni, le melenzane, qui non vengono bene. Punto. Bisogna rassegnarsi. Viceversa girasoli, zucche, zucchine, cetrioli, mais antichi ce la fanno. Pomodori, si, alcune varietà. Non ci arrivo subito, non ci sono arrivato subito. Come queste essenze anch’io sono un ospite, arrivato a Cranno da fuori. Mi sono insediato, ho capito, poco alla volta, qui, che lingua, quali colori, quali intensità e quali profumi nascono, quali gesti, quali delicatezze gradiscono queste rocce, questo torrente, le colline, il fiume. Imparare a vivere sotto questo cielo, apprezzare ed imparare le espressioni locali, belle, colorite, poetiche e farle proprie.
Così, per esempio, ho appreso cosa sia il “ciar d’acqua” ovvero quell’azzurro molto tenue, quel celestino chiaro, evanescente, che quasi un acquarello di manine fragili di bimbo, indica, tra le nuvole che, quasi certamente, pioverà ancora, non ti deve ingannare questo è un temporaneo miglioramento, il “ciar d’acqua” ti segnala che puoi seminare mais, un rovescio arriverà a far germinare le tue preziose sementi.
Ed io, nato in Campania, comincio a pensare nella lingua del luogo. Quello è il “ciar d’acqua” non cerco e non mi vengono espressioni equivalenti nella mia vera lingua natale, il dialetto e trovo bello, vivo, vivificante e vivo sia così.
Invece, mi resta dentro e non ne uscirà mai, per queste lunghe ed intense piogge maggioline, l’espressione nostra, campana, “acqua ‘e maggio”, ovvero sei un’acqua di maggio, una benedizione, essendo questo il mese nel quale i frutticini ingrossano e potrai, in estate raccogliere in abbondanza.
Ho imparato che qui le fragole, frutto delizioso, Cranno ne produce in abbondanza, si chiamano “magiuster” ovvero, che bello, “maggioline”, sono magiuster anche per me.
Quanti, tanti, mille pensieri e riflessioni, quanta vita, non lo immaginerebbe chi immagina la letteratura possa originarsi solo allo scrittoio, scaturiscono dal lavorare la terra.
Ne vergo qui, ed altrettanti, sono certo, nasceranno, per chi vorrà seguirmi, in questi sentieri tra le aiuole dove a giugno saranno i gladioli a fiammeggiare, a torreggiare sulle balze, cornici fiorite in successione, mi riposo. Mi appoggio con la vanga ad un muretto a secco.
Depongo la penna. Questi sono appunti dai miei quaderni di Cranno. Grazie per avermi seguito tra le zolle. Ci sono e ci siete voi. Se vorrete, potrete venirmi a trovare.
Tutto vero, tutto naturale e, mi raccomando, se potrete, non venite in auto, una stazione, comoda da Milano, a dieci minuti da qui. Arrivederci.
Teodoro Margarita

OGM e Vita di Campagna

Il mio commento, “Vita di Campagna con OGM“, all’articolo “Non dobbiamo avere paura della genetica agraria” comparso sulla rivista “Vita in Campagna” di aprile di quest’anno,  ha generato questo scambio di mail che credo sia giusto condividere con voi che mi seguite, in modo che il dibattito sia il più ampio e costruttivo possibile.

Dietro mia sollecitazione la redazione mi ha risposto con queste parole.

Egregio sig. Margarita,

siamo veramente stupiti e sconcertati per la Sua reazione così violenta all’articolo del dr. Grigolo. Come Lei certamente sa, leggendo Vita in Campagna (non ci risulta direttamente abbonato, ma probabilmente l’abbonamento è sotto altro nome), Vita in Campagna da sempre tutela, difende e appoggia la biodiversità in agricoltura tanto che ha costituito un sodalizio con 7 Associazioni italiane che operano in questo campo e con le quali sta creando delle sinergie a favore anche dei propri Abbonati. Siamo pertanto perfettamente consapevoli dell’importanza della biodiversità e della tutela del patrimonio floristico e faunistico del nostro Pianeta e quanto possano operare in questo campo gli abbonati di Vita in Campagna. L’articolo ha però lo scopo di spiegare e ricordare quanto sia importante ed opportuno che la scienza (in questo caso dedicata alla genetica agraria) possa operare per raggiungere ulteriori conquiste per il benessere e il futuro dell’umanità. Penso che non possa non concordare con noi che sarebbe una grande conquista anche per il piccolo agricoltore avere a disposizione varietà resistenti che non richiedono trattamenti (che guarda caso sono prodotti forniti dalle multinazionali che Lei contesta) o varietà meno bisognose d’acqua o varietà più produttive per ridurre il fabbisogno di terra. Nell’articolo di Grigolo, tutto questo è detto senza andar contro né alla biodiversità, né alla necessità di tutelare l’ambiente. Anzi il miglioramento genetico ci deve aiutare proprio in questa sfida. Né vogliono essere pagine di pubblicità a favore degli OGM, però la nostra opinione è che non possiamo opporci alla scienza e al proseguimento sulla strada del miglioramento genetico in agricoltura.
A nostro parere coltivazioni estensive e piccole produzioni dovranno per forza convivere data la variabilità dei terreni coltivabili e delle situazioni sociali e demografiche e sarà giusto che tutti operino cercando di essere il meno invasivi possibile sull’ambiente e sulla salute dell’uomo.
E queste conquiste sig. Margarita si otterranno solo con il miglioramento delle specie da coltivare. I processi potranno essere lunghi (come è stato nella storia dell’umanità) o più brevi, grazie alle nuove tecnologie.
Ma il processo è imprescindibile, starà all’uomo gestirlo nel modo più corretto, non vietandolo.
Questa la sintesi del tutto.
Cordiali saluti

Dr.ssa Elena Rizzotti
Direttrice Responsabile

A queste parole mi sono permesso di rispondere

Spettabile redazione,
ho letto per anni la rivista, ne possiedo annate intere. La risposta non nega l’essenza dei fatti.
La storia dell’agricoltura snocciolata da Grigolo non è esattamente quella che conosco io.
Quella è la vulgata che si spaccia per verità. Altri grandi agronomi di rango mondiale che ho avuto occasione di conoscere e di studiare, personalmente, come Renè Dumont o Claude Aubert, danno tutta un’altra versione dei fatti.
Non è stata la meccanizzazione a sfamare il mondo. Non è stato l’uso intensivo della chimica. Molte altre variabili di tipo sociologico, politico hanno giocato e non sono state prese in esame dal servizio.
Nel servizio non si fa menzione dell’impatto della rivoluzione verde sull’estinzione di migliaia di specie. Non si fa menzione sulla perdita spaventosa di fertilità dei suoli, sullo spreco immane d’acqua.
Sugli Ogm non si dice di cosa sta avvenendo negli stessi Usa con la avvenuta e dimostrata contaminazione genetica dell’amaranto rosso che è diventato resistente al Round Up Monsanto, Carolina del sud, studi della locale università lo dimostrano.
Sugli Ogm non si dice del binomio infernale pesticida-semente, dell’assoggettamento dei piccoli coltivatori ed alla loro sparizione.
I suicidi a decine di migliaia di contadini in India, e non è stato scritto oltre che ascoltato con le mie orecchie in occasione di una edizione di Terra Madre a Torino dalla stessa Vandana Shiva, per colpa del famigerato cotone Ogm Terminator.
Non si dice di come poche multinazionali abbiamo in mano il mercato mondiale delle sementi, che le altre agricolture, la nostra, tra le altre, siano in balia di costoro.
Ovvero che Ogm, biotecnologie e biodiversità viaggiano su binari in opposizione tra loro.
Umberto Veronesi lo sosteneva, egli favorevole agli Ogm, di fronte ad una nostra precisa ed incalzante domandava, finalmente lo ammetteva: coltivare una sola varietà per forza di cose vuol dire l’estinzione delle altre. Sapendo che agli inizi del novecento le varietà di riso conosciute erano dodicimila e che oggi non sono superiori alle trecento, per esempio, con l’avvento degli Ogm sono destinate a scomparire pure queste.
No, spettabile rivista, o l’una o l’altra, o una agricoltura che significhi protezione del paesaggio agrario, pare che i macchinari mostruosi adottati dall’agricoltura (?) moderna abbiano spazzato via le siepi, i fossati, la policultura e quindi il vasto e vario paesaggio agricolo mondiale, oppure continuare e gli Ogm ne costituiscono pilastro, proseguire su questa perniciosa strada.
Non si può essere per gli Ogm e per la biodiversità contemporaneamente.
Restiamo su registri opposti parliamo e decliniamo lingue diverse. Claude Aubert scriveva “Curare la terra per guarire gli uomini”, la quantità di pesticida, cotone Ogm e Round Up Monsanto ne sono l’esemplificazione più evidente, in binomio obbligato, Ogm e glifosato un micidiale combinato, a noi pare che il suolo ne venga ucciso, contaminato.
Non proseguo, decine e decine d’anni di letture, di pratiche agricole differenti vanno nella direzione di un amore per la terra che con Monsanto o Syngenta non c’entra niente.
Attaccare violentemente? Monsanto ha già ucciso, costretto al suicidio migliaia di padri di famiglia in India, le sue sementi autosterili hanno già devastato e saccheggiato abbastanza, dobbiamo parlare un linguaggio diverso? Monsanto ha denunciato Neil Young per l’intero suo album “Monsanto Years” perchè il cantautore denuncia, nero su bianco, i crimini della multinazionale.
Noi cantiamo la stessa sua canzone. Vada ad ascoltarsela. Neil Young è a piede libero. Noi vorremmo i dirigenti Monsanto in galera. No, decisamente non stiamo dalla stessa parte. La rete internazionale dei seedsavers di cui Civiltà Contadina è parte, io sono tra i dirigenti da anni, intona quella canzone. Per noi la primavera della rinascita della campagna italiana e mondiale e non passa per i laboratori e per i fondi speculativi, per i bond, i futures e i derivati di chi specula sulla fame per arricchirsi.
Stiamo sullo stesso pianeta ma sogniamo un futuro diverso, di pace e di democrazia. Democrazia che l’accaparrarsi in poche mani delle sementi attraverso i relativi brevetti su di esse, mettono gravemente in discussione. Vita in campagna non è una rivista “politica” e può essere un bene ma è anche un limite. Noi stiamo dalla parte di Via Campesina, la rete mondiale di contadini di base, ricevuta, tra le altre cose, da Papa Francesco, noi non abbiamo nulla a che spartire con i Big dell’agroindustria.
Il buon seme si salva stando insieme. Insieme, nella pluralità delle culture e delle colture, dei paesaggi. Nella biodiversità cantata negli orti, non sappiamo che farcene dei padroni del genoma. Essi hanno già troppo potere, che si liberino i buoni semi, invece, che si dia potere al piccolo e libero podere… agli Ogm un calcio e vigoroso, nel sedere.
Ossequi.
Teodoro Margarita

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