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La rivoluzione rurale per una innovazione sociale

La città ha sempre avuto paura della gente di campagna, ne ha avuto paura temendone le intemperanze, le numerose rivolte che fin dall’epoca romana hanno squassato il “mondo civile”.
Rivolte dei pezzenti, jacqueries, pugacevscine: tanti nomi per definire un fenomeno che ha posto la questione della diversità della ruralità, della radicale opoosizione che, spesso, ha contrapposto questi due mondi.
Un radicato pregiudizio che persiste a tutt’oggi, individua nella gente di campagna la retroguardia e la Vandea più nera, il vero ricettacolo di ogni conservatorismo e dei più beceri. Nel linguaggio delle principali lingue europee il contadino, appunto, abitante del contado, ovvero “fuori” dal centro, dal borgo, è dipinto come il diverso, il non affidabile, l’elemento o folcloristico, clown viene da “colonus”, oppure il selvaggio, lo zotico, il bifolco, il cafone, il villano, il terrone e via elencando.
Le lingue sono state codificate dalla gente di città, il borghese ha eletto se stesso a modello di equilibrio e di saggezza, i suoi costumi sono stati eletti a soli costumi rispettabili. Chi sgarra è, naturalmente, “un cafone”.
Non si tratta di fare dell’antropologia spicciola, chi ha studiato profondamente le campagne, ed in Italia ma in tutta Europa sono stati tanti, io ho in mente “Il capitalismo nelle campagne” di Vittorio Sereni, mette l’accento su un dato di fatto: la città, il capitalismo borghese ha con ogni mezzo, con ogni legge, la legge come via impositiva dsell’economia, il mercato della produzione industriale, un luogo di vendita facile dei propri prodotti.
Per poter esercitare, per un presunto buon diritto, chi ha determinato e codificato leggi, norme, chi ha costruito il pregiudizio antirurale, questo predominio assoluto, la città ha elevato se stessa a modello di buon vivere e la campagna a , quasi, nonluogo.
Basta prendere un aereo: le città si irraggiano in mezzo alla campagna, intorno, le fabbriche, le discariche, la città esporta, oggi, oltre al suo modello di vita di rapina e consumo, i suoi rifiuti e scarti. Il Napoletano, un caso eclatante, ma nelle metropoli del sud del mondo è dappertutto uguale, si assiste alla stessa logica di rapina ed esportazione dei rifiuti di questa rapina: le campagne sono il luogo dello smaltimento, la comoda discarica dei cittadini.
Non credo sia necessario, qualsiasi testo di storia lo dice: anche durante le guerre, il prezzo enorme pagato dalle genti di campagna: per Cesare come per Napoleone come per Hitler, anche se nell’ultimo caso con l’aggravante del razzismo scientista, ma nella stessa Algeria in lotta contro i Francesi per l’indipendenza, l’esercito occupante se nelle città si controllava, è nelle campagne che sono stati sterminati, solo di recente il presidente Hollande lo ha ammesso in un discorso ad Algeri, un milione di persone.
Il Ruzante nel Cinquecento ci illustra bene cosa era la guerra per i poveri bifolchi: come nella poesia celebre di Brecht, ovvio, “tra i vinti pativa la fame la povera gente, tra i vincitori, pativa la fame ugualmente.”
E’ stato così, la dicotomia città-campagna è stata una costante della nostra storia.
Pochi sanno che, all’indomani della Rivoluzione francese, quella che pretendeva di ottenere “libertè, ègalitè, fraternitè”per tutti gli uomini, tra i passi falsi, crimini veri e propri come il massacro degli Haitiani, gli schiavi in rivolta guidati da Toussaint Louverture, un’ altra ignominia meno grave ma sintomatica, vi fu il divieto di produrre il pane in tutta la Francia se non col lievito prodotto a Parigi.
All’ingrosso, su una scala infinitamente maggiore, all’indomani della Prima guerra mondiale, la prima, cossiddetta “rivoluzione verde” trovò il modo di riciclare nelle campagne , come concime, l’esplosivo, i nitrati non più utili alla fabbricazione di ordigni. Dal carrarmato al trattore e viceversa a seconda della convenienza, giammai quella del mondo rurale, ovviamente.
L’introduzione delle logiche della produzione e della sovrapproduzione capitalistica ha originato e continua ancor oggi, la sistematica spoliazione delle campagne. Non solo boschi, foreste, fiumi, laghi, vengono distrutte, eradicate, i fiumi e i laghi prosciugati, deviati, letteralmente risucchiati per le esigenze della città, pochi sanno che fiumi importanti come il Rio Grande non arrivano più al mare, assorbiti dall’agricoltura industriale e dagli usi urbani.
La città, la logica cittadina o “borghese” in tedesco,”burger” è il cittadino, non ha sempre prodotto esempi di
democrazia dal basso come la magnifica e virente sognatrice Commune de Paris, le città non sono sempre state la culla delle rivoluzioni.
Eppure, basta recarsi a Parigi al Muro dei Federati al Pere Lachaise e ci torna nella mente, nel cuore, una città altra, una città fomite di democrazia vera, luogo di dibattito, agorà autentica, espressione della libertà “civile” non già in contrapposizione ad una presunta barbarie rurale ma limpida, verace conquista di libertà popolare.
Ebbene, cosa capita, cosa sta capitando ed in maniera sempre più diffusa, sempre meno invisibile e sempre più scoperta quando a migliaia, in Europa ed altre parti del mondo, dalla città ritornano i giovani verso la campagna alla ricerca non di paradisi nostagici mai esistiti ma di un nuovo paradigma esistenziale?
Cosa accade quando giovani cercano e trovano nella campgna un proprio luogo di comune ricerca, lavoro collettivo, quando decidono di tornare alla campagna non per sottometterla, questo ormai è un disco rotto che l’agricoltura, fallimentare dell’agrobusiness declina sempre più a fatica, ma per trovare nella terra, in quella terra abbandonata, avvilita, vilipesa, straziati, svuotata di ogni metafora, di ogni canzone?
Succede che l’imprevedibile accade, che sorge forte, non più mediabile, non più irregimentabile una rivoluzione rurale. Dalla grande Conf’, la Confèdèration Paysanne del famoso Josè Bovè, cinquantamila contadini organizzati nel più forte sindacato di base rurale europeo alle occupazioni di terre del dopoguerra dalla rinascenza , per il momento su numeri ancora non macroscopici, di ecovillaggi, coordinamenti città.campagna, alla cooperazione tra Gas, gruppi di acquisto solidale e Cooperative biologiche di giovani, una rete che interloquisce positivamente tra città e campagna irrompe nella scena e sconvolge, in un colpo solo ogni pregiudizio, ogni falsità. Il nuovo contadino ma anche l’orticoltore urbano, fenomeno sempre in ascesa, il comune di Milano ha emanato un bando per 25.000 orti urbani, si parlano, associazioni come Civiltà Contadina , i seedsavers italiani, conservatori di sementi della tradizione agricola italiana hanno nelle città la sponda sicura per manifestarsi, per esprimersi e dialogare col cittadino. La rivoluzione rurale è una rivoluzione vera, prima perchè totale, essa rovescia lo stereotipo, abbatte e cancella millenni di menzogne e falsi giudizi, viceversa il nuovo contadino, il contadino consapevole, introduce nella città altre conoscenze, altre abilità.
Sicuramente ad un mercatino dei produttori, piccoli produttori dei dintorni, vi sarà un pullulare di parole nuove intorno alla dialettica città-campagna. Le tematiche della difesa del suolo, del paesaggio, lo spinosa ed esiziale questione della biodiversità rurale, la rinascenza di balli, di canti, la ripresa di modi quotidaini di vivere che spazia tra il farsi il pane in casa con farine biologiche alla ricerca di produttori a km 0, altre mille iniziative consimili, contribuiscono ad avvicinare questi mondi così distanti.
Il fenomeno è stato acuito dalla crisi, sono sempre di più coloro che sono passati alla coltivazione di un orto magari anche sul terrazzo di casa, i numeri indicati dai principali istituti demoscopici parlano di cifre oltre il milione. La città migliore va in campagna, la campagna va in città. Questo è un incontro fecondo, il sentire diverso, il vivere fuori dal frastuono, dalla corsa all’ultimo gadget, all’ennesima futilità indotta dalla pubblicità, il provare commisurare i propri bisogni non più o non soltanto sul metro dell’acquisto ma la possibilità infinita di nuove relazioni umane offerta dal dono e dal baratto, in campagna molto più praticabile, basti pensare ai Woofer, un’altra ospitalità, non più turismo, ovvero un girare a vuoto, ma un viaggiare ed un vedere e conoscere e imparare. Tutta l’attenzione cittadina su un cibo che sia prodotto in modo sano, questo comporta, automaticamente, per la nuova campagna un vantaggio evidente: meno veleni, più fertilità dei suoli, meno spreco di acqua, di suolo, meno sprechi in assoluto in un campo in cui lo spreco, la perdita è prevista dall’inizio. Se il cittadino capisce che la mela non deve esssere per forza lucida e tonda, se arriva e ci arriverà, a capire che le carote non sono solo arancioni, se la lotta per la messa al bando dei perniciosi Ogm, viene condivisa e combattuta in campagna ed in città, se questa ed altre lotte troveranno e già trovano, alleanza, potremo dire che abitudini, costumi di vita della campagna, una nuova ruralità libera, autodeterminata, consapevole e lungimirante, Davide Ciccarese nel suo Manifesto per l’agricoltura contadina, lo dice esplicitamente: “Al giovane, oggi, il ritorno alla campagna, è futuro molto più certo, pregno anche di stabilità economica che non il ridursi a CoCoCo o CoCoPro e precarie svariate condizioni di nuova schiavitù urbana”
Il precariato avvilisce, tanti giovani hanno comiciato a prendere in considerazione un cambio di vitan totale, il libro “La pecora nera” esemplare, ci narra di un giovane friulano che se ne va in valle, pone forte la sua scelta determinata ancorchè solitaria di vivere secondo paradigmi affatto differenti.
Si, una rivoluzione rurale, anche nel nostro Paese, può determinare mutazioni sociali, antropologiche, notevoli.
Non sarà facile ricondurre all’ovile questi movimenti “neo-contadini”, poter coniugare difesa dell’ambiente, ed esere contadino significa, alla lettera, con diverse pratiche di agricoltura non chimica, ridisegnare il paesaggio: significa, nel proprio podere, tornare vedere le lucciole, a sentir gracidar le rane: questa riappropriazione di tempi più sereni, questo disinquinamento del corpo e della mente, benchè pareggiati dalla fatica fisica, dal non aver tempo se non in relazione al ciclo delle stagioni, e non è detto che questa apparente mancanza di “libertà”, scoraggi, al contrario, tanti giovani sentono proprio l’esigenza di avere limiti, una cornice naturale perciò stesso non oppressiva, alla propria esistenza. “Nessuna libertà senza terra, nessuna terra senza libertà” mi sembra proprio il motto adatto a questa tendenza in atto, conoscendo quanto siano pervasive le fonti della propaganda consumista odierna, quanto a fondo abbiano eradicato “naturalità” dalla mente dei giovani, è quanto mai, una felice fonte di speranza, fresca, appagante, finalmente, il poter leggere di un possibile futuro di campagne liberate e di città rese più umane proprio dal contatto fisico tra cittadini e nuovi contadini.
Teodoro Margarita
www.civiltacontadina.it

Andare alla lavagna

Andare alla lavagna e spiegare
il mondo. Andare e tracciare righe bianche
sullo sfondo nero dell’ignoto.
Graffiare e fare male alle orecchie,
gessetti spezzati male.
Lavagna, dal comune omonimo.
Si tratta di ardesia.
Tableau noir, blackboard.
Un piano nero.
Degli occhi, dei cuori più attenti di quanto noi
maestri o presunti tali, osiamo pensare.
Andare alla lavagna e spiegare i perchè del mondo.
Ogni giorno, perchè è il nostro lavoro.
Perchè piove, perchè c’è il sole.
Andare alla lavagna e usare il gesso, andarci adesso.
Andare alla lavagna, si, alzarsi dalla sedia,
lasciare la cattedra e trovare le parole.
Andare alla lavagna e non sapere,
perchè a Lavagna, un giorno di febbraio,
un ragazzo, suppergiù dell’età di mio figlio,
apre una finestra ed è anagramma.
Per sua mamma “valanga” di dolore.
Andare alla lavagna e spesso,
in questi anni, trovare scritte assortite,

sul mondo, sulla vita, facce allegre faccine-facce
e non solo ma anche e tanta, malinconia.
Frasi d’amore e frasi d’incitamento per la squadra
del cuore ed un tale è un pirla e l’altro,
chissà dove cavolo lo prende…
Andare alla lavagna e cancellare.
Col cuore più pesante e non capire,
non volere spiegare e restare
sul sicuro delle regole e dei dati sperimentali.
Vorrei andarci, invece, un giorno alla lavagna
e guardare n faccia i miei ragazzi e dire
“Io non lo so perchè si vive, io non lo so perchè si muore,
io non lo so perchè il dolore.”
Andare alla lavagna, andare a Lavagna,
per poter cambiare aria, chissà, laggiù, aria di mare.
T M
Dedicata a un ragazzo, i giornali non ne hanno scritto il nome,
che è morto suicida, e non sapremo il vero perchè, sappiamo solo il come. Andare a Lavagna, andare alla lavagna, non andarci più,
per non osare di montare in cattedra, non possiamo permetterci,
almeno questo, mai più.

Athena e Rosetta

Athena e Rosetta sono due intraprendenti vitelle. Due allegre giovenche dal settembre scorso sono riuscite, in una Brianza sovraffollata, tra strade trafficate, villette e paesi addossati l’uno all’altro, a sopravvivere , libere. Appaiono bellissime e sono certo che chiunque che non sia una mangiavacche sfegatato, se ne possa perdutamente invaghire. Athena e Rosetta sono scappate dalla fiera del bestiame di Rogoredo, siamo gennaio ed esse, miracolo, prodigio, portento, sono ancora vive e trotterellanti.
Succede che durante la fiera, forse per un furto di vacche, abigeato, tecnicamente, roba da far west, qui, in piena Brianza high-tech, dove ci sono più capannoni che alberi, più pub che stalle, qualche capo di bestiame riesce a sfuggire, approfittando del parapiglia, e se ne invola. Libere come l’aria. Athena e Rosetta, che nomi, classici, portentosi, sfuggono alla caccia, mica nelle praterie del Midwest, quasi scampando a fieri cavalieri Sioux o cacciatori di bisonti ingaggiati dalle ferrovie, qui, in questa placida e velenosa Brianza, come cantava il Battisti nazionale.
Nella terra delle “villette-villette” di gaddiana memoria, terra profondamente industrializzata, avvicendarsi di colline e strade che ti ci perdi, loro non si sono perse d’animo. Grande cuore e forte tempra vaccina. Athena e Rosetta, buon fiuto? Hanno intercettato una piccola comunità umana, nei pressi di Brenna, vicino a Cantù, e sono state amorevolmente accudite. E’ sufficiente avere accarezzato il muso di una vacca per non riuscire più a mangiarsela, almeno a me, vegetariano dal 1982, è accaduto così.
Se poi Athena e Rosetta risultano figlie predilette di un fato burlesco e in vena di ridere, sono i bambini, non a caso, Disney, un suo cerbiatto eroe, lo chiamò “Bambi” che fanno la tenera differenza.


A Brenna hanno coperto la fuga, ristorato le giovenche, familiarizzato. Athena e Rosetta sono figlie della comunità. Che con esse non si siano riempiti le pance, anche il bracconaggio è comune, in Brianza, altro che, ed invece abbiano riempito le pance delle vitelle, è una storia da Hollywood o almeno da Festival di Venezia, questo è certo.
A leggere e raccontare di storie come queste, comunque finiscano, c’è da rallegrarsi e pensare che se degli occhioni grandi riescono ancora a commuovere, c’è speranza, in terra di Brianza.
Athena e Rosetta, nessuna intenzione di finire cone Thelma e Luise, come hanno scritto le locali gazzette, subito precipitatesi sulla storia, adesso , ovviamente, sono state rintracciate dal legittimo proprietario. L’allevatore che le deteneva. Orbene, non credo che si voglia mettere in discussione il diritto di proprietà, sacro in questa terra di Brianza, allora, la speranza? La speranza, l’unica, è che la comunità gioiosa che protegge le latitanti, le acquisti.
E’ l’unica, davvero e non impossibile. In fondo due vitelle costano come o meno di due utilitarie usate e non c’è nemmeno da pagare il bollo o l’assicurazione. Si è fatta viva una certa “Fattoria delle coccole di Appiano Gentile, qui vicino, per adottarle e aggiungerle a tutte le altre bestiole salvate dal macello, ma no, che Athena e Rosetta stiano a Brenna. Si paghi il giusto guiderdone all’allevatore,
e che le allegre vitelle stiano qui. Vado a trovarle, corsare vaccine e fortunate, vacche felici e spensierate che sarebbero state, nel 99% dei casi, macellate e digerite. Il destino non ha voluto così.
Athena e Rosetta, musetti ispiranti, potrei avere, almeno un poco, di vostro beneaugurante letame, per il mio orto di Cranno?
Letizia , viene proprio da letame e sapesse, belle vitelle, di quanta ce sia bisogno in questo avvelenato, affamato, ingiusto mondo.
T M

L’anno del gallo

Il 29 gennaio si è chiusa la splendida mostra a Palazzo Reale a Milano dedicata al grande pittore giapponese Katsushika Hokusai. Hokusai, autore della celeberrima “Onda” era affiancato da Hiroshige ed Utamaro. Oltre centottantamila visitatori hanno approfittato di questa occasione unica per poter vedere da vicino opere che, altrimenti, difficilmente raggiungono l’Europa, non solamente l’Italia, disperse come sono in tutti i continenti.

Tra quelli, c’ero anch’io. La prima opera esposta era un surimono, ovvero un raffinato bigliettino d’auguri, si usava inviarne per invitare a rappresentazioni teatrali, per la cerimonia del thè, nel Giappone tra Settecento e Ottocento, mi ha colpito e mi ci sono soffermato. Sul bigliettino, Daikoku, una delle sette divinità della fortuna, sorreggeva con i piedi delle balle di riso, sulle balle, in alto, un gallo. La simbologia della divinità prescelta, Daikoku, la presenza del Gallo, collegato all’oroscopo cinese, ci ricollega a questo 2017, Anno del Gallo, e a quella divinità.

Hokusai il galletto

Daikoku è accostato alla fertilità della Terra, il riso ci indica chiaramente che si tratta di un protettore dell’agricoltura, il Gallo è anch’esso allegoria chiara della campagna, del suo risveglio. Chi è nato nell’anno del gallo , per l’oroscopo cinese, è persona molto aperta, estremamente socievole, molto estroversa, portata per sua natura alla comunicazione.
Un Gallo, una divinità della fertilità, una rara occasione di conoscere e capire attraverso grandi artisti, culture altre. Quel bigliettino d’auguri, opera di Hokusai, il Capodanno cinese… sono tutte suggestioni che accostate, creano gli auspici ideali per il nostro mondo, un mondo, quello dei seedsavers, i salvatori e custodi di semi che di un buon canto del gallo, un lungo e sonoro canto a distesa per il risveglio della campagna italiana, certo, ha un gran bisogno. Civiltà Contadina, associazione che ha da sempre un galletto come proprio simbolo, riunisce, sparsi su tutto il territorio nazionale, centinaia di contadini, orticoltori, semplici amatori che credono che la fertilità della terra, la sua vitalità passi dal buon seme.

Nell’America precolombiana era Kokopelli, il genio raffigurato mentre se ne va zufolando con il suo flauto tra le zolle, curvo sotto la sua bisaccia ricolma di semi, queste figure mitologiche, come la Diana di Efeso, una bella riproduzione ellenistica era esposta a corredo, sempre nello stesso Palazzo Reale a Milano, di una mostra di Rubens, come la dea Demetra, ritratta con un fascio di spighe in mano, sono la testimonianza vera di un passato di rispetto, di venerazione verso la terra e verso l’agricoltura, annoverata tra le attività più nobili e necessarie. E’ pur sempre così: almeno tre volte al giorno abbiamo bisogno di un contadino, a colazione, a pranzo, a cena. C’è quindi grandemente bisogno di un augurio di prosperità, fertilità, di vitalità per il nostro mondo. Un augurio di semenza viva, semenza che senta la terra, che ci giunga dal passato.

Primavera arriva, in una Italia dove il terremoto, le nevicate abbondanti e ancor più e certamente, l’incuria e l’abbandono hanno segnato la probabile morte di innumerevoli attività agricole e zootecniche, il centro Italia così provato, abbiamo bisogno di ritrovare le sementi che abbiamo lasciato dormire durante l’inverno. Ed al nostro Presidente, Cristiano Del Toro, a tutti i nostri soci nell’area, facciamo sapere che i nostri semi sono i loro. Vorremmo che nell’Anno del Gallo, questo 2017, non ci vedesse che più compatti e coesi, stretti attorno alle nostre cascine, più solidali che mai. Non solo per noi, per tutto il movimento largo di ritorno alla Terra, quel movimento crescente che è anche e soprattutto compito nostro di intercettare e saper coagulare.

Che il significato profondo di questo Gallo si colga. Che il duplice simbolismo della fertlità e della comunicazione si avveri. Nel corso di questi anni, abbiamo saputo dialogare con un ambiente solo apparentemente lontano da noi, abbiamo allacciato una relazione solida ed attratto simpatie nel mondo universitario. A Milano, in particolare, all’Accademia di Brera, Civiltà Contadina ha tenuto seguiti seminari sulla biodiversità, con il Politecnico di Milano, il corso di laurea in design della comunicazione, stiamo seguendo sotto la supervisione del Prof Luis Ciccognani, alcuni studenti che stanno elaborando delle tesi proprio sulla comunicazione dei seedsavers. In aprile queste tesi saranno discusse e noi avremo materiali preziosi frutto di ricerca delle menti più preparate in questo campo.

Opportunità importante per il Galletto di Civiltà Contadina, imparare a cantare in questo mondo moderno! Abbiamo un carico importante da portare, un fardello da suddividere tra noi. Primavera viene. Prepariamoci. Il Galletto della biodiversità sappia cantare, abbiamo bisogno di chiamare a raccolto, di svegliare quanti più alleati possibili in questa duramente colpita e travagliata campagna italiana. Buon anno del Gallo!

Auguri di buon lavoro a tutte e a tutti. Civiltà Contadina conta di esserci. Un rilancio e una ripartenza importanti. Ai vecchi soci che si confermino, ai nuovi, ancora auguri e benvenuti!
T M

Terra madre

Madre Terra

Quella che ci genera e che ci accoglie.
Quella che vorremmo fosse sempre ricoperta di fiori, di alberi, di foglie.
Terra madre, quella che ci nutre e che soddisfa le nostre voglie,
voglie di fragola, a riempircene le mani, le labbra,
il viso.
Terra madre, terra orto, terra campo,
terra giardino, terra paradiso.
Terra in movimento, terra arrabbiata,
Terra severa,
terra di fuoco di vulcani,
terra d’oceani e terra gelata d’inverno
ed erbosa a primavera.
Terra che assiste alla pace,
terra bruciata di guerra,
Terra stuprata, terra intossicata Terra.
Terra di una stagione, terra di un anno,
Terra di giorno, terra di notte,
Terra, terra nelle mani.
Buona  terra da vasi, terra dura da arare,
Terra madre sempre
da ricoprire di baci, Terra buona da fecondare.
Terra per noi,Uomini e Donne,
Terra per Gli Animali, Terra per i Vegetali,
Terra Madre Vivente per tutti i Viventi,
esseri unici, generati dalla Terra,
pensati nello Spazio,
Esseri speciali.
Terrestri,  fatti di Terra e di Cielo.
Terra per me, Terra per Te.
Terra come me, Terra come te.
Terra Comete. Terra pianeta, Terra stella.
Terra, unica Terra blu, Terra di Sole nel Sole.
Terra di uomini, donne, fiori e parole.
Terra Madre, Terra di ieri, Terra di oggi, Madre Terra
di ieri, di oggi e domani, Terra nel cuore, Terra nella mente,
Terra nelle mani.
Terra Madre, Terra di felicità, di pazzia, di folle amore,
Terra Madre che sempre sotto i piedi a sostenere ci sta.
Terra Madre, Inno alla Terra,
Terra marrone e composta, Terra che vive e che sopporta.
Terra madre, e tutto quello che Terra o Cielo o Mare,
non è.
Che importa?

Il volo

Il volo.
Sabato 14 gennaio, in tarda serata, un volo. Un volo sulla mia Polo.
Un volo liberatorio e non cercato. Una curva, una cunetta, un salto nel fossato, una roggia, un torrente seccato, il ghiaccio, il gelo,mi sono capovolto, il volo.
Un incidente stradale.Un incidente? Ho demolito l’auto ma sono uscito illeso, nemmeno un ematoma.Non una contusione. Un volo, un loop perfetto, veloce il volo, il ribaltarsi e pronto l’atterraggio.
Sono scampato alla morte, chi mi ha soccorso si è meravigliato, e, non siamo tutti carogne, ci sono uomini persino tra noi umani, per prima cosa “Come stai?” “Ci sono altre persone dentro l’auto?”
E l’ambulanza, rapida arrivata, qualcuno l’aveva già chiamata.
E’ stato un volo, un superare un prato, un volo e poi lo schianto.
Senza dolore, senza pianto.Distrutta la solida Polo senza rimpianto.
Questa notte ho sognato forte, storie di poesie, di canzoni, di isole lontane, di poli in rivolta, di semina, di raccolta, storie di canzoni da scrivere, storie di racconti infiniti da vivere e da scrivere. Sono un animale sociale, animal social. Sono vivo. Sono rimasto invitto.
Ed è tutto vero quello che vi ho descritto. Sono qui, in piedi ed in salute. Sono qui e ve la racconto. Tutto ha un suo significato, tutto ha un suo riscontro.Il volo, il ghiaccio, Il volo, il salto, il ribaltarsi e piombare ancora sulle quattro zampe-ruote nel fossato.
Sono qui,sono rinato.
T M

Befana di Agliate

Avevo sentito parlare e dire un gran bene di questa Befana sul fiume allestita da ormai più di venti anni ad Agliate, frazione di Carate Brianza, paese situato nei pressi di Monza nella Valle del Lambro, da una serie di soggetti tra i quali spiccano la Commissione Cultura Alternativa presieduta dal regista Enrico Mason e il Comitato per il diritto al Mito/Festa del Bambino. Ho conosciuto Enrico quando, in occasione della nostra lunga battaglia per difendere la cascata Vallategna dal micidiale progetto di costruirvi un supermercato alla base, egli e la sua amica Paola intervennero per darci una mano nell’allestire una serie di interventi scenici lungo il Lambro e nell’area cascata che non si sono più tenuti per la vittoriosa, al momento, conclusione della vicenda.Quest’anno, avendo anche sentito il nostro Mason ai microfoni di Radio popolare di Milano parlarne dopo un dotto e incisivo intervento di Marino Niola, antropologo all’Università di Napoli, mi è venuta voglia di andare a vedere.

Ho fatto bene, con l’ausilio di un amico di Milano, Cristiano, son potuto arrivare fino ad Agliate e partecipare alla
Befana sul fiume.

“Befana essenziale: l’irrinunciabile. Gioco e poesia” Questo il tema di quest’anno. Intanto, il luogo: un magnifico ponte ad arcate multiple sul Lambro in una zona pregna di richiami antichi, un borgo vetusto molto ben conservato, una porzione di fiume senza capannoni ai lati ma rive vere con alberi e case antiche.

Befana-di Agliate

Tra queste rive, sul greto, allestite strutture di grande effetto scenico e simbolico: una piramide, diversi falò, miriadi di lanterne sia nelle mani di tantissimi bambini, a colorare la notte, sia tante lanterne scivolanti lungo il fiume silenti sull’acqua, adagiate piano dai volontari calzanti stivaloni sopra il ginocchio, pochi alla volta a creare una continua traccia luminosa. Altre strutture evocanti elementi fantastici, colorati padiglioni da fiaba, qua e là lungo le rive.

Una rumorosa ed allegra marching band seguita da uno stuolo vociante di bimbi ha aperto la manifestazione, ci siamo accodati e siamo giunti al ponte, tantissima gente e atmosfera spensierata da festa popolare.
“Mille luci sul fiume l’acqua porterà, a illuminar pupille nella oscurità, Papà la Befana arriverà davvero e certo ha uno scialle grande come un cielo nero.” e la Befana, al clou della festa è arrivata, preceduta da uno stuolo di altre figure mitiche come un branco di oche, un orso bianco ed altri personaggi. L’arrivo della Befana, migliaia di persone tra tante lanterne costituivano lo scenario magico per una serata particolare e da vent’anni sempre diversa lungo le rive di questo tratto del Lambro.

Lontano dalle televisioni e dallo stereotipo, qui i bambini possono incontrare segni e simboli antichi e veri. Non ci sono venditori di giocattoli di plastica né videogiochi ma il chiosco delle frittelle e dello zucchero filato, tutta qui la parte “commerciale”.
Io abito sul Lambro, sopra la cascata e volentieri sono disceso idealmente lungo le sue sponde per questa operazione di riviscenza nelle radici e nelle tradizioni folcloriche locali, vorrei terminare, invitando tutti quanti qui per l’anno venturo, con i versi di Felice Viganò “Patrimoni sommersi”

“Questo è il Lambro che d’ambo i lati scorre scorre e rincorre un nostro amor perduto fiume che del volar cerca le piume…. guardandolo non sempre lo si vede il fiume è quasi un bambino che canta s’incanta e scappa via. Il Lambro, il fiume.”

Grazie al lavoro ostinato, alla cooperazione di tanti soggetti, alla progettazione ed alla fantasia di questa comunità locale, anche quest’anno è scivolata sul fiume la Befana del Lambro, figura mitica e reale, proiezione delle ansie e dei desideri di grandi e piccini, figura antica coniugata a bisogni moderni.

All’anno prossimo, Befana, arrivederci!

Gennaio 2013

Teodoro Margarita

Curare la terra per guarire gli uomini

“Curare la terra per guarire gli uomini” è un’opera di Claude Aubert, tra i pionieri dell’agricoltura biologica in Francia. Egli colse, immediatamente, il nesso tra la salute del suolo e la salute degli uomini. Lungi dal risolvere i problemi della fertilità del terreno, i preparati chimici elaborati dagli inizi del Novecento in Occidente, hanno invece, al contrario, provocato avvelenamento, depauperamento progressivo dei suoli in tutto il mondo. L’uso sistematico e massiccio di nitriti, urea, concimi chimici azotati non hanno aumentato l’humus dei suoli ma hanno provocato la fine per morte degli infiniti microrganismi simbionti, organismi vivi che, essi si, danno origine a suoli ricchi e compositi.
L’industria della chimica, potentissima, pochi sanno che la Du Pont, produttrice di nitrati per uso bellico, dopo la fine della I guerra mondiale, riciclò quella enorme quantità di sostanze, basilari per la fabbricazione di esplosivi, in agricoltura. Ovvero, tra il trattore ed il carro armato, tra l’esplosivo ed il concime vi è una continuità lineare. La società di massa, quella che ha ingabbiato milioni e milioni di persone nelle fabbriche, ha trasformato il mondo intero in un groviglio inestricabile di interessi industriali, finanziari. La terra, la sua fertilità è parte integrale di questo sistema. Così, senza curarsi affatto di ripristinare l’originaria vitalità dei suoli, i gruppi di interesse finanziario, risolvono la questione accaparrando terre laddove governi compiacenti, democrazia scarsa, guerre civili striscianti, rendono facili il land grabbing, l’acquisto di terre in misure inimmaginabili, solo alcune decine di anni fa.
milioni di ettari, regioni intere sono acquistate da stati, come la Cina o
anche da singole imprese multinazionali.
Una volta esaurite le risorse, queste lobbies passeranno ad acquistare altrove, lasciandosi alle spalle il deserto, la fame e la miseria di popolazioni intere.
Ed invece, sono risuonate, sul pianeta, magari flebili, altre e più sincere voci. Altre voci in difesa della Terra e dei contadini che la abitano.
Abbiamo ascoltato il messaggio di Masanobu Fukuoka, grandi maestri che nella loro lunga vita hanno cercato di percorrere il mondo rivelando un’altra visione, completamente diversa.
In Italia, da pochi anni scomparso, Gino Girolomoni, tra i pionieri del biologico, altrove, nei primi anni del Novecento, Rudolf Steiner, in Svizzera e in Germania ha preconizzato con la sua agricoltura biodinamica, la visione di un’agricoltura praticata in sintonia con altre energie, più sottili e misteriose del cosmo.

orto-sinergico
Oggi si parla, magari anche a sproposito di permacultura, di agricoltura sinergica, di agricoltura naturale, presso fasce sempre più larghe di consumatori si presta attenzione al problema della produzione di ciò che ci alimenta. I giovani, quelli che si stanno avvicinando in maniera entusiasta all’agricoltura, cercano una maniera nuova di coltivare e di risolvere in maniera non più invasiva il problema della fertilità del suolo.
“Curare la terra per guarire gli uomini” non è più, per tanti, uno slogan ma
diventa una ragione di vita tra le più fondanti della propria esistenza.
Sentire che la terra è viva, che in essa albergano forze vitali, che visi agitano a milioni i microrganismi responsabili della trasformazione, lenta, solamente cinque centimetri di humus ogni mille anni si formano in una foresta, è il primo fattore, la cosa più importante. Cosa mi sento, io, custode di semi, cosa faccio, come agisco, nel concreto, nel mio terreno per evitare di impoverirlo e per accrescere la fertilità naturale del suolo evitando assolutamente ogni concime chimico?
La prima cosa che mi sono prefisso, nella mia Cranno, questo podere che ho acquistato, qui ad asso, nel Comasco, situato sul pendio digradante verso la cascata Vallategna, è stata quella di sfruttare come una risorsa la presenza dei terrazzamenti e di fare in modo, con accorgimenti che ora vi dirò, che, per prima cosa, questi non franassero, con perdita evidente, di suolo coltivabile. Ho inserito, sul bordo esterno di queste balze, una serie continua di erbe officinali persistenti come timo, rosmarino, salvie, santoreggia, ruta, elicriso, assenzio, santolina, origano, finocchietto selvatico, iperico, altea e molte, molte altre, lavanda, issopo, dragoncello…ho trovato qualche vite, l’ho curata, ne ho impiantate altre. Tutte queste essenze le ho inserite esattamente sul limite di ogni terrazzamento, ora, dopo diversi anni di lavoro, queste specie costituiscono, oltre a qualcosa di davvero bello da vedere, oltre che prezioso per le api e gli altri insetti pronubi, gli impollinatori per eccellenza, il freno ad ogni cedimento verso il basso del terreno.
Sono passati anni, il mio lavoro mi conferma che il terreno è assolutamente stabile, con una spesa praticamente nulla, le essenze sono frutto di scambi, di riproduzione da seme, per talea, ho curato che di ciascuna specie vi fossero diverse varietà, ho ottenuto il risultato di stabilizzare, trattenere senza fatica evidente, queste balze a gradoni. effettuo le varie coltivazioni, sempre ruotando, rispettando, a rotazione, una balza, non praticando coltivazione alcuna.

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Questa è la pratica più importante che ho adottato, se la perdita di terreno è causata da frane o smottamenti, come avviene in Italia con centinaia di morti ogni anno, bene, mi sono detto, proprio qui, questo non dovrà mai succedere. Infatti, quando alcune autorità si giustificano, in occasione di frane luttuose, adducendo a discapito l’eccezionalità delle piogge, io vi posso dire che nel mio terreno, fortemente in pendenza, col sistema che ho adottato, non frana proprio niente ed abbiamo avuto, per esempio a cavallo della vigilia di Natale di quest’anno, il 2013, ben 200 millimetri di pioggia, dati ufficiali, in poche ore.
Nel mio terreno non si è smossa una foglia. Invero, neanche in quello del mio vicino, anche lui adotta un accorgimento che è quello, elementare, dell’inerbimento con graminacee dei declivi. Anche dalla mia parte, sotto le aromatiche ho lasciato crescere le graminacee preeesistenti.
Questo è il sistema basilare, intorno a questo principio: primo, non perdere
suolo, ho fatto gravitare tutti gli altri metodi.
Faccio in modo, sempre, da trasportare, da spostare terreno, dal basso verso l’alto e mai il contrario. So che alcuni ecosistemi frutto della cooperazione tra l’uomo e la natura che hanno dato luogo ad i paesaggi tra i più belli e suggestivi che troviamo sul pianeta, son dovuti a questo principio: i terrazzamenti della costiera amalfitana così come quelli della Valtellina o in tutti gli altri luoghi, Birmania, Cina , ove l’uomo ha dovuto sudare per portare in quota le coltivazioni, si è sempre fatto così. A forza di generazioni intere, una dietro l’altra ed il paesaggio è cambiato. Ci sono vigneti e limoneti ove era solamente bosco, vi sono risaie ove era soltanto giungla.
A tutta questa cura, questa prudenza frutto di millenarie osservazioni, ho aggiunto il praticare la chiusura del cerchio all’interno del podere. Tutto  deve, possibilmente, derivare dalla terra ed alla terra tornare. Quindi il compostaggio totale dei rifiuti organici, le ceneri della stufa, cerco sempre di arricchire il mio terreno e mai di impoverirlo.
Nelle culture, in quella del mais, per esempio, pratico il sistema della milpa che è quello praticato in Messico ed altri paesi dell’America latina, coltivo assieme al mais anche girasoli, zucche e fagioli. Sugli steli dei girasoli e del mais si arrampicano i fagioli, i fagioli fissano l’azoto al terreno, le zucche, col loro bel fogliame ampio proteggono il suolo dal sole. Adotto le sementi più adatte al mio terreno che è argilloso, poco profondo, prediligo le specie che sviluppano radici profonde, le specie più resistenti e le sperimento anno dopo anno arrivando a privilegiare quelle che fanno al caso mio. Fa parte della cura del suolo anche un’altra pratica che ho subito adottato. impiantare una siepe frangivento che corre dal basso verso l’alto lungo la linea di confine del mio appezzamento. Una siepe che è orientata proprio a proteggere le colture da un forte vento dominante proveniente dalle Grigne, un vento freddo che prende d’infilata ogni essenza. Le siepi, sto preferendo ed impiantando essenze diverse tra loro, crescono lentamente, preferisco che si adattino e così non dovrò sostituirle per lungo tempo, formeranno una barriera naturale e limitando l’azione erosiva del vento, anch’esse contribuiscono a mantenere la fertilità del suolo.
Sono siepi di alloro, ligustro, bosso, ho anche forsizie, fusaggine, salici, qualche cipresso è inframezzato, ho del rosmarino e persino una siepe di rute, molto forti. Alla base delle siepi ho piantato fragole, varietà diverse, iris, rudbeckie, succulente resistenti al gelo. Cioè, ho curato, dal piccolo  al grande, ogni particolare. Se immaginate che, lungo le balze, tra le aromatiche, sotto le siepi, ho distribuito, anche questi frutto di scambi e di regali, bulbi di narciso, giacinti, crochi, tulipani, gladioli, pensate che in ogni stagione, queste balze si colorano di tonalità diverse. Il terreno vuole anche poesia, ho pensato Cranno come un piccolo polmone verde ma colorato, un giardino, campo ed orto, luogo per coltivare e per contemplare. Io credo che si curi la terra, si, io credo che si curi la terra anche lasciandola in pace. semplicemente. Se al momento della sua sistemazione si ha cura dei particolari, se si adottano gli accorgimenti più giusti, se si lascia la terra dormire, riposare, quest’anno su una balza non ho praticato proprio nulla e l’anno prossimo, iquella sottostante, riposo totale. Bene, io credo che Essa, la Terra, abbia bisogno di quello di cui abbiamo bisogno anche noi, esseri umani.
Non so se il sia un metodo, ma so, con certezza, è il mio terreno che me lo dice, che quanto faccio funziona. E’ un processo lungo, sicuramente, sono passati pochi anni dal mio insediarmi a Cranno,  eppure, sento che con il mio modo di procedere, bellezza, che per me vuol dire varietà, assiduità di cure, poco alla volta stanno mutando volto ad un piccolo pezzo di mondo. Qui è conservata una bella collezione di erbe officinali, di alberi da frutta, di piccoli frutti di bosco, c’è questo e molto altro. “Curare la terra per guarire gli uomini” per me ha significato, alla lettera, prendermi cura di un luogo e facendolo, dovendo, scegliendo di restare all’interno dei cicli della natura, ho scoperto che, innanzitutto, ho curato me stesso.
E la cosa continua. L’avventura muta di un poggio sulla cascata, è soltanto all’inizio. A rombare, scrosciare con veemenza, ad urlare, ci pensa lei, la cascata, in questi giorni di grossa, di piena del torrente foce, si senta forte, oltre ogni umana, la sua voce.
Teodoro Margarita
Asso, 28 dicembre 2013

Originariamente pubblicato su OrtidiPace

L’orto di Michelle

Prima ancora di sapere chi avrebbe vinto le elezioni presidenziali americane, la mia preoccupazione, una sana preoccupazione, è andata al futuro dell’orto di Michelle Obama presso la Casa Bianca. Noi che coltiviamo, che scriviamo di giardini, di piante, che viviamo di questo e siamo innamorati, non siamo stati che contenti quando nel 2009 la First Lady ha deciso ed attuato, nel quadro della lotta all’obesità infantile, di dare l’esempio . Così, leggemmo allora, uno stuolo di cuochi, di elettricisti, autisti, guardie del corpo, impiegati vari diedero mano alle vanghe e questo orto vide la luce diventando l’orto più famoso del pianeta.
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Nessuno, nemmeno il giardiniere più antimperialista, nemmeno quello che in gioventù aveva perduto la voce al grido di “Yankees go home!” si è mai augurato male di questo orto.
Le notizie che abbiamo ricevuto, ci hanno confortato. Il presidente Barack Obama, sua moglie, i loro figli, hanno ricevuto in quest’orto, sempre più grande, sempre più bello, torme di ragazzini, il frutto delle coltivazioni è andato a beneficio di enti assistenziali. Il raccolto, ci hanno informato i media, è finito sulla tavola imbandita per gli ospiti convenuti , illustri ospiti, da ogni parte del mondo. Sappiamo che Michelle ha avuto a cuore la causa della battaglia contro il junk food, che ha combattuto contro le cattive abitudini alimentari degli Americani, specialmente dei bambini.
Sapere che delle insalate, dei pomodori, degli zucchini, timo, basilico siano finiti alla mensa della Casa Bianca, è stato solamente motivo di soddisfazione. I Re di Francia nel Seicento e Settecento si pregiavano di avere le loro Orangeries, delle grandi serre che ospitavano gli agrumi e tutte le specie troppo delicate per resistere al gelo dell’inverno transalpino. Grandi giardini botanici sono stati costituiti da Re, Sovrani in varie parti d’Europa, l’interesse è stato costante e sincero, oggi possiamo visitare giardini meravigliosi nel cuore delle capitali ed erano il personale, regale diletto di Re e di Regine. Ma l’orto di Michelle, un piccolo orto, ricavato nel giardino della Casa Bianca, è stato altra cosa. Noi sappiamo, ce lo ha raccontato Michael Pollan nel suo libro “Seconda natura” che cosa rappresenti mai, quale moloch, status symbol intoccabile sia il prato inglese nella mentalità degli Americani, ancora più incredibile deve essere stato il “sacrilegio” per aver osato toccare quel prato, per averne fatto addirittura, un orto. Sarebbe stato magnifico se quell’orto fosse stato anche un santuario di biodiversità, se i semi impiegati fossero stati donati o raccolti presso la grande comunità statunitense dei seedsavers oppure, ancora meglio, provenienti da eredità dei nativi americani. Non importa. Un orto è sempre un grande gesto di recupero di rapporti con la terra, con le sue stagioni, e pure un orto presidenziale avrà conosciuto la neve, la pioggia, la siccità.
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Sappiamo che il presidente era assolutamente concorde e che questo orto era motivo di conversazione, vi si accennava sempre, anche nelle visite ufficiali più importanti.
Michelle Obama ha lanciato un appello affinché una fondazione privata continuasse questa bella attività. Per tutti gli orticoltori del mondo è stata una soddisfazione sincera sapere che questa loro passione era condivisa nel cuore di una capitale, nel posto simbolicamente più visibile.
Che delle zucchine siano finite sulla tavola apparecchiata a km zero alla Casa Bianca, implica che delle api abbiano fatto visita a quei fiori. Ciò significa che un minuscolo pezzetto di terra è stato abitato da lombrichi, che, esattamente come nei nostri orti, della fertile vita ha dimorato, in luogo di un prato che altro non richiedeva che un tosaerba.
L’idea di Michelle Obama è giusta. Fare l’orto per dare da mangiare ai nostri figli verdura di stagione è sacrosanta. Le mele che ella ha messo nella cartella dei suoi bambini, anziché le merendine, è altrettanto saggia. Che Barack Obama, suo marito, abbia apposto la firma sul tristemente famoso “Monsanto Act” ovvero quella legge che aboliva l’obbligo sui cibi contenenti OGM dell’apposita etichettatura, confondendo e frodando, quindi, i consumatori, non ci rende né ipocrita né tantomeno odioso quell’orto.
Barack Obama ha dovuto “pagare una cambiale” a chi gli ha finanziato parte della campagna elettorale. Sappiamo che negli Usa le grandi corporates, le multinazionali, ufficialmente, fare lobby è legale, a patto che lo si dichiari, foraggiano ampiamente sia Democratici che Repubblicani.
Tutto questo lo sappiamo. La candidata verde, Jill Stein, non avendo ricevuto, coerentemente, nemmeno un dollaro, da queste imprese, ed essendo, per la natura peculiare del sistema politico Usa, è stata fuori dai giochi. Sappiamo come è andata. Abbiamo un presidente che crede che il cambiamento climatico sia una bufala montata ad arte dai media, sappiamo che è un gran divoratore di junk food, che viene da un mondo totalmente alieno da preoccupazioni ecologiche.
L’appello di Michelle Obama resterà inascoltato. Melania Trump ha già dichiarato che quell’orto sarà distrutto, che al suo posto sorgerà un campo da golf e che nel terreno residuo ci sarà un parcheggio per i SUV. Lo leggiamo dai giornali, adesso.
Ecco perché l’orto di Michelle merita di essere ricordato. Certamente ella continuerà a coltivare un orto, possiede una bella casa ed un terreno. Non si tratta di questo. Si tratta di quel singolo orticello, di come l’orto di un presidente possa scomparire, far posto ad un parcheggio esattamente come milioni di piccoli orti contadini in ogni parte del mondo. Chi si sente giardiniere, chi coltiva, è istintivamente fratello di ogni altro coltivatore e Michelle Obama era simpatica. Era simpatica e condivideva giuste preoccupazioni per la salute dei suoi concittadini, in specie i più piccoli, quell’orto era un simbolo forte e nelle grandi città americane, da Detroit a New York a San Francisco, quest’ultimo decennio ha visto nascere decine di migliaia di orti comunitari.
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Un movimento come “Food not bombs” è nato negli Usa così come importante è stato lo sviluppo della guerrilla gardening… Adesso è doloroso vedere scomparire questo orto. Non ci si meravigli di questa attenzione dedicata ad un orto nel contesto di un trapasso, di uno sconquasso contro ogni previsione che è stata questa campagna elettorale americana.
Ce ne occupiamo noi, ne parliamo noi… se non noi, chi? Amiamo gli orti, chi li coltiva, amiamo le piante, gli animaletti, la piccola e preziosa flora e fauna che li abita.
Ne facciamo una ragione di vita, di resistenza contro le amarezze del quotidiano. Impariamo costanza ed attenzione. Michelle Obama era una First Lady giardiniera. Questo, un omaggio dovuto.
Teodoro Margarita

Un Orto di Pace per Vittorio Arrigoni

Che cos’è un orto di pace e perché per Vittorio Arrigoni? Ambedue queste espressioni “Un orto di pace” e “Per Vittorio Arrigoni” non godono di  alcuna popolarità, dire “Il grande fratello” o “Campionato di calcio” riscuote, immediata, intelligibilità.

Credo a ragione di rendere omaggio ad ambedue coniugando queste espressioni insieme. Gli orti di pace rimandano alla memoria gli orti di guerra, questi si, noti agli anziani, durante la guerra erano gli orti di emergenza, particelle di terra sorte ovunque anche nelle piazze principali di città come Londra o Milano per ricavare cavoli o grano per sfamare la popolazione.

Orto di Pace per Vittorio Arrigoni

Un orto di pace ha una funziona non dissimile: vuol nutrire chi lo coltiva. Tante, però, sono le differenze e non da poco se avete la pazienza di ascoltarle. Un vero orto di pace vuol coniugare salvaguardia di specie a rischio, quindi è sempre un orto di biodiversità, una vera arca di semi, un’oasi ove specie messe a rischio dallo strapotere delle multinazionali sementiere, sono null’altro che multinazionali della chimica, trovano posto, un angolo per poter continuare ad esistere, viceversa, non resterebbe loro che starsene per chissà quanto tempo, nei frigoriferi delle grandi banche del seme, messe insieme dalle stesse multinazionali, alle isole Svalbard o anche in posti più lontani.

No, un orto di pace risuscita vecchie specie come il pomodoro datterino o il cetriolo limone e le fa vivere, impollinare dagli insetti, riprodurre, e, infine, perché no? Consumare.

Un orto di pace vero nasce dalla collaborazione , ha fini di vero e proprio “Manifesto”, è un connubio di solidarietà, convergenza di tante energie, tende ad un fine che, come abbiamo visto, non è soltanto, come per gli orti di guerra, il puro e semplice nutrirsi.

Nell’orto di pace si narra una vicenda più complessa: è il caso degli orti, enumerati, associati, messi in rete da “www.ortidipace.org” e nascono nei posti più vari: dalle scuole agli istituti psichiatrici, alle carceri alle scuole.

Sono orti di pace, beninteso, anche gli orti di vicinato, i “neighboroughgardens” di Londra o San Francisco, orti nati per procurare cibo a buon mercato a persone appartenenti a fasce più svantaggiate della società, poveri che la crisi anche negli Usa aumenta a dismisura, organizzazioni  come “Food not bombs” si occupano egregiamente di questo.

Un orto di pace è contemporaneamente un orto didattico, un orto solidale, un’oasi di biodiversità. E’ un luogo allegro, un luogo allegro e insieme resistente, farne nascere uno richiede la collaborazione di decine di soggetti, facile a dirsi ma come curare un orto in una scuola quando alunni e insegnanti sono in vacanza? Un orto è un luogo di cura, per quanto piccolo esso sia, occorrerà sempre un minimo di mantenimento.

Quando tutti gli elementi di questo magico puzzle verde si incastrano alla perfezione: volontà, energie vive, costanza, amore, competenza, si ritrovano, può nascere, spuntare, in un angolo abbandonato, un vecchio giardino dismesso, o addirittura, una discarica, un’area accanto a un’autostrada o una  ferrovia, un orto di pace.

Il “Manifesto degli orti di pace” elaborato dalla rete omonima racchiude tutte queste cose, tutte queste idee.
Eppure, un orto di pace può essere di più, andare ancora oltre e aggiungere altre buone, nobilissime cause da perseguire. Collaborare, stare insieme, aggregare e scambiare conoscenze, buone  pratiche sostenibili è già abbastanza, determina una rivoluzione grande,  silenziosa, nel modo di vivere dell’homo occidentalis, che, altresì, somiglierebbe  molto più a una macchina seriale che ad un essere senziente.

Che i bambini non sappiano da dove vengano i ravanelli o le galline o non conoscono che una o due sole varietà di pomodori o di mela, è terribilmente vero. Michelle Obama ha fatto una gran cosa nell’impugnare , sia pure simbolicamente, una vanga alla Casa Bianca, per fortuna quell’orto sta continuando, spenti i flash dei fotografi. Noi, vogliamo andare ancora più lontano con il nostro “Orto di pace per Vittorio Arrigoni” .

Vittorio Arrigoni è morto a Gaza,  brutalmente assassinato da salafiti, una sorta di ultrafondamentalisti islamici. Era lì in quella striscia  assediata, dimenticata, un pezzo di territorio palestinese, un’enclave, un luogo di cui i media ufficiali parlano poco ed invece, la fame, la miseria, l’orrore quotidiano vissuto da qualche milione di esseri umani necessiterebbe ben altra attenzione.

Vittorio Arrigoni era a Gaza per far luce, per informare e per tener desta, o almeno tentava, di far luce su questa parte di Medio Oriente disgraziata. Vittorio Arrigoni faceva da scudo umano ai contadini palestinesi quando andavano a raccogliere le olive, faceva da scudo umano andando in barca, uscendo fuori in mare con i pescatori di Gaza: doveva far da scudo perchè contadini palestinesi e pescatori rischiavano la vita ogni volta in quanto oggetto del fuoco mirato, della fucileria dei soldati israeliani.

Negli orti di guerra di Gaza, nati per disperazione e necessità degli abitanti, Vittorio Arrigoni, e con lui gli attivisti dell’International Solidarity Movement, ci andava a permettere ai Palestinesi di poter coltivare, seminare, raccogliere. Prima di lui, Rachel Corrie era già morta, schiacciata da un bulldozer israeliano, nel tentativo di impedire lo sradicamento degli ulivi, fonte indispensabile per il sostentamento a Gaza e in Cisgiordania.

Un orto di pace per Vittorio Arrigoni si deve realizzare, i genitori sono concordi, perché in questo orto, da realizzare nella sua terra, a Bulciago, nella Brianza lecchese, potranno continuare vivere le sue idee, che sono le idee di pace, di  impegno in prima persona senza delega a chicchessia, potranno vivere contemporaneamente tutte le ragioni di un orto di pace e che abbiamo già provato a delineare.

In più c’è la possibilità, concreta, di riprodurre, qui, in piena tranquillità, le sementi più adatte ad essere spedite a Gaza, a quei contadini che Vittorio aveva a cuore, c’è la possibilità di sperimentare buone pratiche di “giardino asciutto”, pratiche di orticoltura il più semplici possibili, fondate sulle idee di Masanobu Fukuoka, un orto che sia sinergico, un orto circolare, un capolavoro di sobrietà nel consumo d’acqua, un orto che trovi in se stesso tutte le risorse necessarie.

Quest’orto, un piccolo laboratorio da poter “esportare” a Gaza, sia attraverso le sementi, riproducibili, forti, sia attraverso l’apprendimento di buone pratiche. Si partirebbe da un orto di pace intitolato a Vittorio Arrigoni per arrivare e qui è la lungimiranza del progetto, a realizzare, almeno, quanto è stato  già realizzato e continua in Francia, qui, vicino a noi, da Kokopelli.

Kokopelli è una associazione di orticoltori che, in Francia ma in diverse parti del mondo, si occupa di ricercare, riprodurre, diffondere le sementi della tradizione agricola, quelle non seriali, non ibride, non OGM. Kokopelli ha propri laboratori in diverse parti del mondo, in Africa, in Asia, in America Latina ove esperto agricoltori, agronomi biologici e ricercatori volontari, lavorano per divulgare, estendere buone pratiche di colture econome di acqua, colture che si fondano solamente sull’uso di sostanze organiche del territorio per concimare.

Quello che in Italia occorre arrivare a  realizzare è, soprattutto, la rete che Kokopelli ha in Francia costituto, ovvero, una  rete di riproduttori di semenze che vengono, regolarmente, spedite nelle aree del modo ove le multinazionali, corrompendo, assoldando squadroni della morte, perseguitano i contadini ed impongono anche con la violenza, monocultura, OGM, allevamenti intensivi distruttori di ogni equilibrio ambientale.

Si, anche in Italia ci sono le energie per far decollare una rete di orti di pace simile. Potrebbero cominciare i seedsavers italiani, i custodi dei semi di Civiltà Contadina. Occorre parlarne, proporne la fattibilità, lavorare a questo progetto. Perché no partendo proprio da un orto di pace dedicato a Vittorio Arrigoni che per i contadini ha speso la sua vita?

E’ un appello, il mio, un appello da raccogliere, dieci, cento, mille  orti di pace, siti di buone pratiche e di riproduzione di buoni semi. Luoghi di congiunzione tra nord e sud del mondo, orti ove l’egoismo sia un termine bandito e dove solidarietà, lavoro condiviso, amore per la terra, per tutta la Terra e per i suoi abitanti vada di pari passo. Per Vittorio Arrigoni, giovani come lui vanno ricordati solo con altri piccoli, grandi gesti di pace.

Un orto proprio pace richiede, e pazienza e attesa e fiducia. Che nascano dai nostri orti sementi di vita e vadano a nutrire coloro che per tante ragioni non possono nè scegliere cosa coltivare nè, semplicemente, neanche sperare di farlo. E penso ad antiche varietà di grano, di mais, a girasoli: facilmente si possono riprodurre e spedire a Gaza o ovunque esse siano necessarie  queste semenze.

Penso anche alla rivoluzione silenziosa di mille mani che pacciamano,  compostano, ed insegnano che lì, nella zolla comune è la speranza di affrancamento, il possibile riscatto di noialtri umani “terrestri”, non a caso…