Un Orto di Pace per Vittorio Arrigoni

Che cos’è un orto di pace e perché per Vittorio Arrigoni? Ambedue queste espressioni “Un orto di pace” e “Per Vittorio Arrigoni” non godono di  alcuna popolarità, dire “Il grande fratello” o “Campionato di calcio” riscuote, immediata, intelligibilità.

Credo a ragione di rendere omaggio ad ambedue coniugando queste espressioni insieme. Gli orti di pace rimandano alla memoria gli orti di guerra, questi si, noti agli anziani, durante la guerra erano gli orti di emergenza, particelle di terra sorte ovunque anche nelle piazze principali di città come Londra o Milano per ricavare cavoli o grano per sfamare la popolazione.

Orto di Pace per Vittorio Arrigoni

Un orto di pace ha una funziona non dissimile: vuol nutrire chi lo coltiva. Tante, però, sono le differenze e non da poco se avete la pazienza di ascoltarle. Un vero orto di pace vuol coniugare salvaguardia di specie a rischio, quindi è sempre un orto di biodiversità, una vera arca di semi, un’oasi ove specie messe a rischio dallo strapotere delle multinazionali sementiere, sono null’altro che multinazionali della chimica, trovano posto, un angolo per poter continuare ad esistere, viceversa, non resterebbe loro che starsene per chissà quanto tempo, nei frigoriferi delle grandi banche del seme, messe insieme dalle stesse multinazionali, alle isole Svalbard o anche in posti più lontani.

No, un orto di pace risuscita vecchie specie come il pomodoro datterino o il cetriolo limone e le fa vivere, impollinare dagli insetti, riprodurre, e, infine, perché no? Consumare.

Un orto di pace vero nasce dalla collaborazione , ha fini di vero e proprio “Manifesto”, è un connubio di solidarietà, convergenza di tante energie, tende ad un fine che, come abbiamo visto, non è soltanto, come per gli orti di guerra, il puro e semplice nutrirsi.

Nell’orto di pace si narra una vicenda più complessa: è il caso degli orti, enumerati, associati, messi in rete da “www.ortidipace.org” e nascono nei posti più vari: dalle scuole agli istituti psichiatrici, alle carceri alle scuole.

Sono orti di pace, beninteso, anche gli orti di vicinato, i “neighboroughgardens” di Londra o San Francisco, orti nati per procurare cibo a buon mercato a persone appartenenti a fasce più svantaggiate della società, poveri che la crisi anche negli Usa aumenta a dismisura, organizzazioni  come “Food not bombs” si occupano egregiamente di questo.

Un orto di pace è contemporaneamente un orto didattico, un orto solidale, un’oasi di biodiversità. E’ un luogo allegro, un luogo allegro e insieme resistente, farne nascere uno richiede la collaborazione di decine di soggetti, facile a dirsi ma come curare un orto in una scuola quando alunni e insegnanti sono in vacanza? Un orto è un luogo di cura, per quanto piccolo esso sia, occorrerà sempre un minimo di mantenimento.

Quando tutti gli elementi di questo magico puzzle verde si incastrano alla perfezione: volontà, energie vive, costanza, amore, competenza, si ritrovano, può nascere, spuntare, in un angolo abbandonato, un vecchio giardino dismesso, o addirittura, una discarica, un’area accanto a un’autostrada o una  ferrovia, un orto di pace.

Il “Manifesto degli orti di pace” elaborato dalla rete omonima racchiude tutte queste cose, tutte queste idee.
Eppure, un orto di pace può essere di più, andare ancora oltre e aggiungere altre buone, nobilissime cause da perseguire. Collaborare, stare insieme, aggregare e scambiare conoscenze, buone  pratiche sostenibili è già abbastanza, determina una rivoluzione grande,  silenziosa, nel modo di vivere dell’homo occidentalis, che, altresì, somiglierebbe  molto più a una macchina seriale che ad un essere senziente.

Che i bambini non sappiano da dove vengano i ravanelli o le galline o non conoscono che una o due sole varietà di pomodori o di mela, è terribilmente vero. Michelle Obama ha fatto una gran cosa nell’impugnare , sia pure simbolicamente, una vanga alla Casa Bianca, per fortuna quell’orto sta continuando, spenti i flash dei fotografi. Noi, vogliamo andare ancora più lontano con il nostro “Orto di pace per Vittorio Arrigoni” .

Vittorio Arrigoni è morto a Gaza,  brutalmente assassinato da salafiti, una sorta di ultrafondamentalisti islamici. Era lì in quella striscia  assediata, dimenticata, un pezzo di territorio palestinese, un’enclave, un luogo di cui i media ufficiali parlano poco ed invece, la fame, la miseria, l’orrore quotidiano vissuto da qualche milione di esseri umani necessiterebbe ben altra attenzione.

Vittorio Arrigoni era a Gaza per far luce, per informare e per tener desta, o almeno tentava, di far luce su questa parte di Medio Oriente disgraziata. Vittorio Arrigoni faceva da scudo umano ai contadini palestinesi quando andavano a raccogliere le olive, faceva da scudo umano andando in barca, uscendo fuori in mare con i pescatori di Gaza: doveva far da scudo perchè contadini palestinesi e pescatori rischiavano la vita ogni volta in quanto oggetto del fuoco mirato, della fucileria dei soldati israeliani.

Negli orti di guerra di Gaza, nati per disperazione e necessità degli abitanti, Vittorio Arrigoni, e con lui gli attivisti dell’International Solidarity Movement, ci andava a permettere ai Palestinesi di poter coltivare, seminare, raccogliere. Prima di lui, Rachel Corrie era già morta, schiacciata da un bulldozer israeliano, nel tentativo di impedire lo sradicamento degli ulivi, fonte indispensabile per il sostentamento a Gaza e in Cisgiordania.

Un orto di pace per Vittorio Arrigoni si deve realizzare, i genitori sono concordi, perché in questo orto, da realizzare nella sua terra, a Bulciago, nella Brianza lecchese, potranno continuare vivere le sue idee, che sono le idee di pace, di  impegno in prima persona senza delega a chicchessia, potranno vivere contemporaneamente tutte le ragioni di un orto di pace e che abbiamo già provato a delineare.

In più c’è la possibilità, concreta, di riprodurre, qui, in piena tranquillità, le sementi più adatte ad essere spedite a Gaza, a quei contadini che Vittorio aveva a cuore, c’è la possibilità di sperimentare buone pratiche di “giardino asciutto”, pratiche di orticoltura il più semplici possibili, fondate sulle idee di Masanobu Fukuoka, un orto che sia sinergico, un orto circolare, un capolavoro di sobrietà nel consumo d’acqua, un orto che trovi in se stesso tutte le risorse necessarie.

Quest’orto, un piccolo laboratorio da poter “esportare” a Gaza, sia attraverso le sementi, riproducibili, forti, sia attraverso l’apprendimento di buone pratiche. Si partirebbe da un orto di pace intitolato a Vittorio Arrigoni per arrivare e qui è la lungimiranza del progetto, a realizzare, almeno, quanto è stato  già realizzato e continua in Francia, qui, vicino a noi, da Kokopelli.

Kokopelli è una associazione di orticoltori che, in Francia ma in diverse parti del mondo, si occupa di ricercare, riprodurre, diffondere le sementi della tradizione agricola, quelle non seriali, non ibride, non OGM. Kokopelli ha propri laboratori in diverse parti del mondo, in Africa, in Asia, in America Latina ove esperto agricoltori, agronomi biologici e ricercatori volontari, lavorano per divulgare, estendere buone pratiche di colture econome di acqua, colture che si fondano solamente sull’uso di sostanze organiche del territorio per concimare.

Quello che in Italia occorre arrivare a  realizzare è, soprattutto, la rete che Kokopelli ha in Francia costituto, ovvero, una  rete di riproduttori di semenze che vengono, regolarmente, spedite nelle aree del modo ove le multinazionali, corrompendo, assoldando squadroni della morte, perseguitano i contadini ed impongono anche con la violenza, monocultura, OGM, allevamenti intensivi distruttori di ogni equilibrio ambientale.

Si, anche in Italia ci sono le energie per far decollare una rete di orti di pace simile. Potrebbero cominciare i seedsavers italiani, i custodi dei semi di Civiltà Contadina. Occorre parlarne, proporne la fattibilità, lavorare a questo progetto. Perché no partendo proprio da un orto di pace dedicato a Vittorio Arrigoni che per i contadini ha speso la sua vita?

E’ un appello, il mio, un appello da raccogliere, dieci, cento, mille  orti di pace, siti di buone pratiche e di riproduzione di buoni semi. Luoghi di congiunzione tra nord e sud del mondo, orti ove l’egoismo sia un termine bandito e dove solidarietà, lavoro condiviso, amore per la terra, per tutta la Terra e per i suoi abitanti vada di pari passo. Per Vittorio Arrigoni, giovani come lui vanno ricordati solo con altri piccoli, grandi gesti di pace.

Un orto proprio pace richiede, e pazienza e attesa e fiducia. Che nascano dai nostri orti sementi di vita e vadano a nutrire coloro che per tante ragioni non possono nè scegliere cosa coltivare nè, semplicemente, neanche sperare di farlo. E penso ad antiche varietà di grano, di mais, a girasoli: facilmente si possono riprodurre e spedire a Gaza o ovunque esse siano necessarie  queste semenze.

Penso anche alla rivoluzione silenziosa di mille mani che pacciamano,  compostano, ed insegnano che lì, nella zolla comune è la speranza di affrancamento, il possibile riscatto di noialtri umani “terrestri”, non a caso…

Dedicato a Pia Pera

Sei venuta a mancare mentre eri in giardino, tra i tuoi fiori, questa estate lunga e bizzarra, divisa tra un nord e un sud dell’Italia separati da condizioni estreme.

Ero a Lampedusa e pareva il Sahel, e al telefono, mio figlio, nel Comasco, annunciava di non avere da innaffiare, in orto e nemmeno i vasi “Tanto ha piovuto”.
Un messaggio, sull’isola i giornali arrivano il giorno dopo, e vengo a sapere.
Rabbuiato, un singulto, poi, solo smarrimento. Leggo da sempre di giardinaggio, di fiori, almeno da trent’anni, il mio autore preferito, dalle pagine dell’Espresso, il mio primo conosciuto, sulla pagina scritta, era stato Ippolito Pizzetti. Pia Pera è storia nuova e diversa. Quando ti ho conosciuta ero già nel direttivo di una associazione di salvatori di semi, e in questa veste ho, sin da subito, complice una grande amicizia in comune, Gianfranco Zavalloni, preso a collaborare con te.
Orti di pace, innanzitutto. Pia Pera è stata una grande giornalista, scrittrice, pubblicista, traduttrice dal russo, era una slavista, una passione e una competenza comune, ci univa anche questo ed era collante verde, linfa che fluiva nel più grande, immenso amore per il giardino, per ogni pianta e fiore. Dalle pagine di Gardenia, dal Sole 24 ore, dalle recensioni che , sempre generose e puntuali riceveva sul Manifesto e su tanti altri quotidiani. Pia è stata una attivista, ha promosso convegni, ha inventato, con Gianfranco ed altri, Nadia Nicoletti, da rammentare, questo sito www.ortidipace.org, un luogo nel quale hanno scritto a decine e decine, sono stati ospitati i resoconti, gli eventi, su orti e giardini da ogni parte d’Italia. Ricordo, in particolare il convegno di Cesena.

Orti di Pace
Oltre 200 partecipazioni e tutte qualificate, un salone, quello del GRTA dei fratelli Zavalloni, traboccante di gente, e altrettante se ne erano, purtroppo, dovute lasciare fuori, e l’evento era a pagamento, per mancanza di spazio. Ovvero, Pia è stata lievito, ha coniugato la sua rara sapienza con il movimento, crescente, sempre in espansione, degli orti italiani.
Il Manifesto degli Orti di Pace, esempio grande di visione trasversale, esso solo, parla della limpidezza, dell’amore per la condivisione che ha animato Pia.
Guardo nella mia posta elettronica l’infinita corrispondenza che ci univa. E non solamente le schede, tante, gli eventi, le manifestazioni da segnalare, i racconti del mio orto di Asso, ed altre vicende dal territorio, ma spesso e sempre puntuali le risposte, cose nostre, personali, da dibattere sulla politica, l’ambiente, su tutto.
Averla conosciuta, averle inviato dei semi, degli articoli, averla vista sorridere, parlare, un privilegio.
Non la perdiamo, Pia sta tra i fiori, spero che la sua città sappia intitolarle un giardino, meglio di una strada, per tenerla quaggiù, tra i fiori.
I suoi libri, condivisi, acquistati e prestati, anche smarriti ma il buon seme va sparso senza gelosie, restano la cifra del suo valore ma di questi hanno già parlato in molti.
Pia ha amato il giardino, raccontato dei giardini suoi e di quelli che ha vistato, ha parlato e scritto e contribuito ad estendere una cultura del verde che in Italia stenta a trovare manifestazioni nel paesaggio reale, ancora e purtroppo, infestato dalle monoculture del lauroceraso, della tuia, del prato inglese. Un paesaggio funestato dalla influenza industriale dei garden center.
Pia si è battuta, assieme a noi, contro questa interessata e dilagante ignoranza.
La abbiamo avuta e sentita vicina.

Le scrivevo di una grandine che aveva maciullato l’orto della scuola e lei inventava un titolo e suggeriva dell’impermanenza. Aveva sempre uno sguardo attento sulle parole, le parole , come buoni segni, vanno sapute coltivare. Sull’impazzare, sui social network, di mille gruppi sul fare giardino, pur essendo segno di una passione che, caotica, cresce, troviamo che manca una guida, una visione limpida, troviamo spazzatura infinita, sul sito Ortidipace, nulla di ciò, Pia e tutti i collaboratori, hanno altra levatura. Altro spessore.

Se cercate, su Youtube, trovate un video, la canzone di Gianna Nannini, “Dolente Pia”, le parole sono sue, la nostra giardiniera era poetessa, come poeti sono e restano tutti coloro che permangono nella delicatezza, nella cultura. Nella musica, nel giardino, nella poesia, un tratto fine accomuna, averla conosciuta, aver collaborato sempre, averle scritto, anche lettere, tutto questo ci univa, come il mondo che amava frequentare. Pia Pera resta. Scrivere, vivere, coltivare, e leggere che significa radunare parole e radunare e raccogliere, assemblare fiori e rari. Proseguiamo, non lasciamo che i rovi emettano ricacci spinosi sugli orti dissodati o peggio ancora che il inghiotta l’asfalto di un parcheggio. Ci siamo, ti teniamo vicina, tu scrivi ancora, noi, ti leggiamo.

Ciao, Pia.

Angeli del grano

Vivono sulla terra e sono buoni,
vi dico, gli angeli custodi del buon seme antico.
Vivono sulla terra e non hanno ali,
volteggiano sulla nera zolla ed amano
restare, su in collina, lontano dalla folla.

Volteggiano minuscoli, d’autunno, tra i solchi,
come da sempre e da sempre disprezzati, cafoni e bifolchi.
Ma da quando il comune sentire cittadino
sta cominciando ad ascoltare il narrare antico e contadino,
pochi alla volta, giovani e ragazze, risalgono i colli
chiamati alla raccolta. Squilla a distesa il canto del gallo
dal Cilento alla Lucania, dalla Alta Brianza, lassù in Lombardia
richiama alla terra, richiama alle cascine,
richiama alle vendemmie, richiama a far fascine.

Vino e ramaglie ci riscalderanno un poco,
nel cerchio del camino, attorno al fuoco.
Angeli custodi del buon seme antico,
angeli, chiamati dai nostri cari morti, io vi dico,chiamati a rinnovare in forme nuove il rito.

Raccolta, semina, raccolta e mietitura ancora,
semina e raccolta e mietitura finché giunga certezza di vita
sana, lunga e duratura.

Un protagonista del Palio 2014 con la caratteristica fiaschetta e la bandiera del rione

Ci hanno chiamato , io lo sento, gli avi, ci hanno chiamato,
come tu, madre, mi insegnavi, perché i nostri cari
sono in mezzo a noi insieme, insieme e ci hanno suscitato
la struggente, irrinunciabile nostalgia del seme.

E noi abbiamo cercato i grani dai nomi belli,
i nomi per bambini, grani caroselli,
tanti nomi da imparare a filastrocca,
i grani che a giugno saranno farina perla nostra bocca.

Angeli custodi della buona semente,
angeli lucani, angeli del Cilento, angeli brianzoli,
angeli del Salento, angeli senz’ali ma angeli di verità,
angeli di saggezza , di biodiversità.

Giovanni Caputo

Angeli, angeli e buoni seminatori, angeli custodi del nostro futuro,
angeli della terra nera e silente, vegli su di voi la Vergine dormiente. Veglino su di voi la Madre Cerere e Proserpina, la figlia.
Veglino sugli angeli, su tutti i loro semi, sui loro animali e su tutta la famiglia .
Vengano a trovarvi, vengano a benedirvi, gli uomini di pace,
gli uomini di luce. Si faccia, io invoco, tutta l’Umanità
contadina un poco e sul balcone come su in collina,
pianti e raccolga basilico ed erba cipollina.

Vengano su in estate alla grande festa, il Palio del grano
che voi preparate e vengano a vedere, vengano a ballare,
vengano, in tanti da Napoli e Salernovengano e capiscano il senso della semina e raccolta,
questo gioco eterno. Questo gioco che Demoni vorrebbero
troncare, spargendo bio-gramigna cattiva da mangiare,
bio-tecno-gramigna buona solamente a guadagnare
cancro, sterilità e miseria a chi si azzarda a coltivare

La signora Pasqualina racconta Caselle in Pittari al Palio del Grano

Ogm ed ibridi sterili, zizzania insalutare.
Angeli, angeli custodi del buon seme antico,
io vi voglio bene e vi predico che se forte sarà la mente,
chiara e pensierosa e limpidamente,
essi non passeranno e trionferà, sparsa per la campagna
la nostra semente. Un abbraccio e come un aratro,
io mi faccio paziente bue e qui, sulla bianca pagina
il mio sentito “Arrivederci al Palio, arrivederci in Cilento io traccio.

 

Mio articolo pubblicato su Terranuova

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Paresi facciale.

Una paresi facciale.
Stanotte ho fatto un sogno. Recitavo.
Recitavo e avevo il mio show.
Da giovane, c’è chi se ne ricorda, pochi,
lo facevo.
Dalla mia scuola teatrale,
Accademia d’arte drammatica “Alfonso Gatto”
di Salerno, sono usciti attori come Angelo Orlando,
ha lavorato con Fellini.
C’erano Michele Monetta, mimo di chiara fama,
Gianni Caliendo, regista che ha studiato con i più grandi.
Stanotte ho fatto un sogno.
Recitavo.
Ho i miei testi. Ho la capacità di scrivere i miei monologhi.
Si, non ho mai smesso, in effetti.
Una paresi facciale, questa, la mia,
è un impedimento?
Direi di no.
Non devo partecipare a Miss italia,
pare.
Quindi mi dico,
cosa mi costa.
Ci voglio riprovare.
Uno spettacolo speciale.
Fiori, semi, piante, lo sghignazzo,
come sempre, uno sghignazzo più forte.
Sparato dritto in faccio alla paura della morte.
Uno spettacolo esemplare.
Contro Monsanto-Bayer,
contro gli Ogm, uno sghignazzo teo2da ultimo cavaliere.
Uno sghignazzo da ultimo templare.
25maggio 2016 T M Un sogno,
intitolato “Machine sound” Macchina sonica.
La macchina del suono, un boato, un lampo, un rovescio…
Applausi. Un tuono.

XIV edizione della giornata della civiltà contadina

Si svolgerà nella consueta, magnifica cornice seicentesca della Villa Ceriani Bressi in località Crevenna ad Erba (CO) la nostra XIV edizione della giornata della civiltà contadina che riunisce agricoltori, appassionati, giardinieri e quanti si interessano della terra in generale, intesa come fonte di nutrimento e di libertà, di sostenibilità e sovranità alimentare, di diritto al cibo e all’acqua per tutti.

civilta contadina villa comunale di crevenna

Il 15 maggio 2016, domenica, il primo gruppo locale in Italia di salvatori di semi, iscritti dell’associazione più grande e diffusa dei “seedsavers” i custodi di semi, Civiltà Contadina, intitolato a Lia Nardini, insegnante di scienze, tra le nostre fondatrici e socia, riuniscono e incontrano il pubblico per una giornata che mette al centro le piante e i buoni semi.

Il Comune di Erba, sin dalla prima edizione, patrocina , tramite il suo assessorato alla Cultura, l’iniziativa.

Quest’anno per la Fao, è l’anno dei legumi, per noi, per la nostra associazione, sono vent’anni di vita. Civiltà contadina è nata nel 1996 ad opera del nostro Alberto Olivucci e prosegue, su scala nazionale, le proprie attività.

civilta contadina agioli del gruppo alta brianzaQuesto è l’anno dei legumi, lo scorso anno è stato, ignorato, come al solito, l’anno del suolo, quello precedente quello dell’agricoltura familiare… organismi come la Fao o la stessa Onu quando si occupano di cose vitali per la vita, vengono silenziati, noi abbiamo sempre raccolto queste suggestioni e quindi ai nostri banchetti, grande varietà e abbondanza di legumi. Legumi che saranno accompagnati da un grande assortimento di piantine da orto, pratichiamo il libero scambio e la diffusione delle antiche varietà rurali minacciate di estinzione, sono la nostra ragione sociale, la nostra ragion d’essere.

Da quattordici anni, qui ad Erba, nel Comasco, abbiamo costruito questa giornata, questo evento che nel corso di questi anni ha riunito e dato la parola a personalità le più varie sempre nel campo, in Italia decisamente trascurato, della sovranità alimentare, del giardino pulito, delle varietà antiche di frutta, abbiamo e proseguiamo a fare, dedicato questa giornata alla civiltà contadina, intesa come nuova e moderna, dei contadini che scelgono e vivono la terra come necessità e vocazione.

civilta contadina i semi di raetia biodiversita-alpina

Cominciamo alle ore 10.00, avremo momenti di discussione e laboratori pratici.

Ecco il programma:

Alle ore 11.00, “Vent’anni di civiltà Contadina: i salvatori di semi in Italia” con Teodoro Margarita, insegnante e coltivatore. Al momento non sappiamo se potrà intervenire il nostro nuovo presidente, impegnato all’estero, Cristiano Del Toro.

Dalle ore 12.30 “Non rompeteci i cotiledoni” con Alice Pasin giardiniera e vivaista biologica, architetto paesaggista e attualmente vicepresidente di Civiltà contadina, terrà un laboratorio pratico, aperto a tutti e gratuito di orticoltura pratica.

A seguire, pranzo condiviso di stagione, come sempre, ciascuno porta e si mangia assieme, possibilmente vegetariano, biologico e senza l’uso di stoviglie usa e getta.

Alle ore 16.30

Sergio Introini, scrittore, militante ecologista e nonviolento, ci parlerà, , di “Ambiente e stili di vita”.

Nel corso della giornata proiezioni di immagini e video nella sala civica, in particolare vogliamo dedicare a Pia Pera, scrittrice e giardiniera di fama, questa nostra giornata, ella ha fondato, tra le altre cose, il sito “www.ortidipace.org” ed organizzato uno dei convegni più partecipato d’Italia sul tema e anche noi, con la nostra associazione ed Orto di pace presso l’Istituto Comprensivo Segantini di Asso (CO) vi fummo presenti.

the monsato years

Dedicheremo immagini a Neil Young, il cantautore e rockstar internazionale ha scritto la più bella ballata contro gli OGM e che sarà a Milano il 18 luglio prossimo, in collaborazione con associazioni di seedsavers internazionali, saremo certamente della partita, presenti con banchetti e striscioni anche noi. The Monsanto Years, questo tour Neil Young ed il suo gruppo “Promise of the real” lo hanno impostato su una tematica che è la nostra, le parole espresse nella canzone omonima ci trovano assolutamente d’accordo. Era ora che il mondo della musica, dell’arte si accorgesse e dedicasse un segnale così forte e potente alla causa del buon seme libero e riproducibile.

XIV edizione Biodiversità in erba

Quando piove.

Pervinca acq.jpgQuando piove le foglie, gli aghi di pino che il vento aveva ammonticchiato per mesi sull’asfalto, accosto al muro, negli angoli più riparati, cambiano posto.
I rigagnoli d’acqua, quando piove intensamente, mutano la microgeografiadei luoghi.
Non tutti noi umani siamo diventati decerebrati scimuniti, fissi solo sullo spazio illuminato di un quadrante di telefonino. Ce ne sono ancora, rari ma resistono, che leggono, magari un giornale sportivo, un romanzo, ma ce en sono che leggono.
Io, per motivi di visite mediche spesso a Milano, in treno, mi son finito due libri.
E ne ho iniziato un terzo. Ecco, noi, noi che leggiamo osserviamo.
Quando piove sulla salita per Cranno mutano le isole e gli arcipelaghi di foglie.
Quando piove mutano le nuvole nel cielo e si sciolgono.

Se ne formano di grandi, immense e tu sai, ne l profondo del tuo sentire, che non è necessario che un giorno sia contrassegnato da eroiche e nobili, strane, incredibili imprese per essere degno di essere ricordato.

Come oggi, per esempio. Sant’Apollonia, patrona di Asso, il posto dove vivo. Ha piovuto, piovuto tutto il giorno, più intensamente nel pomeriggio.
Sotto queste gocce stanno crescendo e aumentando i boccioli dei fiori del susino.
Si ingrossano, l’albero beve l’acqua e potrà nutrire ciascuno delle migliaia e migliaia di fiori che sbocceranno.
Poi, quando saranno in fiore, tutti insieme, proprio qui, nel cortile, davanti alla veranda della cucina, sarà come se avesse nevicato. Un albero bianco e quando sarà sereno tanti minuscoli insetti ed api, a centinaia al lavoro. Quando soffierà il vento, sarà come se nevicassero fiocchi leggeri e serici,delicati, asciutti e non si squaglieranno. I fiori del susino non sono promessa d’acqua. I fiori del susino sono promessa di frutti succosi e dolci e attenderemo luglio.

Quando piove e ti fermi ad ascoltare, quando piove e la cascata s’ingrossa davvero e forma due corni e il Lambro arriva sino ad Erba ed oltre, quando,assiso in vigile guardia, la sua caccia-pesca silente, ci sta l’airone in mezzo al fiume. Le due solite paperelle, si fanno le coccole, loro, sia che piova, sia che no, son sempre qui. Abitano ad Asso, io dico che dovrebbero anche votare. L’airone è qui saltuario, le anitroccole sono stanziali, sempre presenti.

Quando piove le gocce d’acqua accarezzano gli alberi, le masse dei rami o delle foglie, sui sempreverdi, attenuano la caduta, l’impeto viene stemperato, scivolano a terra adagio.
Quando piove cambia l’aria. La pioggia lucida i tetti, lava i terrazzi, spazza le strade.
Nulla meglio della pioggia pulisce e dilava. Siamo fortunati, proprio pioggia non bombe d’acqua. Pioggia intensa ma non tempesta, pioggia di quelle che il terreno sene intride e impasta, lentamente. Qualche tuono,qualche giorno fa. Neve, non tanta, sopra le cime più alte, le Grigne, ricolme.
Quando piove sono fiducioso nella primavera.Ogni nuova erba,ogni seme che deve germinare troverà un terreno più molle, non inaridito dal gelo, spaccato dalla morsa dell’inverno.
Non abbiamo avuto neppure un centimetro di neve. Facciamoci bastare la pioggia.
Viviamo il tempo che ci è dato. Mica uno può respingere l’amore, se amore sente e ricambiato,
perchè col suo amore non ci può fare a palle di neve? Allora, nei paesi temperati, nessuno si ama più? Si cercheranno altri giochi, troveranno altre favole all’amore.
Piove di febbraio,sembra autunno, è vero. Io dico, teniamoci stretti questi giorni.

Facciamoci zolle sagge di terriccio e mischiamoci

con la pioggia.
Una volta ho letto o l’ho scritta proprio io, non ricordo “Il vero contadino non è solamente capace di vangare, sarchiare, arare, seminare, potare, il contadino vero sa guardare alla terra come sa guardare al cielo e sa come fare di terra e di cielo, una cosa sola.”
Questo, amici miei, si chiama amare. Grazie alla pioggia, a questa benedetta pioggia finalmente arrivata, che mi si sono sciolte le parole, allargato lo sguardo, riempiti gli occhi e le mani hanno trovato altre mani. Di febbraio, proprio in questo 2016, di San Teodoro, di Santa Apollonia.
T M

Il dono.Riflessioni su questo 2015 che finisce.

Grazie. Devo dire grazie a diverse persone. Il 2015 se ne va. Un anno molto particolare, un anno vissuto pericolosamente e, per certi versi, gridando al vento. Nel senso dei grandi numeri, quelli soli suscettibili di provocare cambiamenti, ho gridato al vento, eravamo qualche decina di migliaia, rispetto a quanti, alla fine, hanno riempito i cardi e i decumani di Expo, sempre troppo pochi. Abbiamo gridato. Vox clamans in deserto. Profeti della decrescita infelice in quanto inascoltata. Abbiamo gridato poco? Non abbiamo avuto la voce giusta? Siamo stati rauchi o abbiamo gridato in lingue sconosciute?
Il nostro mondo è ancora troppo limitato, non il dieci per cento e nemmeno l’1% della popolazione. Expo è passata. Ed anche le cose buone che dentro v’erano, scomparse anch’esse. Nel Padiglione russo v’era un grande omaggio al genetista Nikolaj Vavilov,
Vavilov , ogni seedsaver, ogni salvatore di semi, ne dovrebbe imparare il nome venerarlo.
Una persona che ha passato interamente la sua vita a cercare sementi. ha girato il mondo.
Ha recuperato, catalogato, investigato, studiato il seme di ogni qualsivoglia pianta utile all’uomo nei cinque continenti ed alla sua epoca, il secolo scorso, non c’erano i voli low cost.
Nel padiglione russo, ma nessuno se ne è accorto, c’era un pannello immenso che ,

giustamente, lo ricordava e celebrava… già, ma la “gente” ha preferito indirizzarsi dove se magnava e se beveva. Expo, fallita anche sul piano dell’informazione. No Expo, noi, io,
falliti … completamente? No. Le fiamme black block hanno oscurato le nostre ragioni.
Di quella giornata, il primo maggio, una sola intervista alle motivazione di un corteo grande e pacifico, a scassare tutto, erano in trecento, passata sulla Televisione della Svizzera Italiana,
tra gli intervistati, c’ero anch’io. Consolazione. E invece il positivo di quest’anno, è stato nell’essersi parlati, nell’aver costretto, bene o male, a comunicare gruppi di militanti, di reti, coordinamenti cittadini e realtà rurali che, viceversa, sarebbero rimaste sempre distanti.
E tutto questo, resta. Permane. c’è stato un coagularsi di situazioni, manifestazioni, convegni, incontri, tanti, tantissimi momenti pieni di stimoli importanti e dappertutto. Il primo maggio, dopo la manifestazione, sono stato a Malonno, in Val Camonica e lassù, lontano dal fumo delle auto bruciate dei lacrimogeni, altra gente, altro piccolo villaggio espressione di un mondo altro che i ventimila di Milano volevano in contrapposizione al modello Expo.
E’ stato l’anno di Expo ed è stato , per la Fao, l’Anno internazionale del suolo.
Me ne sono accorto, ce ne siamo accorti, in pochi. Quel suolo che Expo ha seppellito sotto asfalto e cemento, quel suolo che non sarà mai più recuperato alle attività agricole.
Perso per sempre. Rimaniamo noi. noi che ci siamo incontrati, parlati, mescolati.
E in questo modo, a casa mia,nel mio campo, a Cranno, sono capitati i ragazzi, giovani compagni del Cantiere, centro sociale milanese. E ci sono venuti per imparare, per osservare come si coltiva nel podere di un salvatore di semi. Dobbiamo riflettere,soffermarci su questo.
Mai era accaduto che tante realtà così diverse si parlassero. La città, la campagna, questo 2015 non è trascorso invano. Eravamo monadi, monadi che parlavano a se stesse.
Ora, abbiamo stabilito un contatto. Non ci perdiamo. Si, le tematiche intorno alla sovranità alimentare erano conosciute, in crescita orti condivisi urbani, ovunque.
In crescita consapevolezza attorno alla tematica degli Ogm.
Expo, non ne ha parlato. Da Expo non sono venute parole contro e neppure a favore.
Non so quanto abbiano attratto pubblico i padiglioni della DuPont , tra i principali produttori mondiali di sementi Ogm attraverso la controllata Pioneer.
Expo, è andata. Restiamo noi. Una volta si diceva, “Les dieux s’en vont les enragès restent”, gli dei se ne vanno, restano gli arrabbiati. E noi restiamo. Arrabbiati, certo ma anche più connessi, più collegati tra noi. Ora, se vogliamo organizzare qualcosa su cibo e nuova agricoltura , in un determinato contesto e territorio,sappiamo che reti esistono e con chi colloquiare. Si può, perchè ci siamo conosciuti, interloquire, dialogare.
E sappiamo chi si occupa di semi, chi pratica la permacultura, chi l’agroecologia.
Sappiamo chi ha le bestie, chi ha il grano. Chi può tenere un corso nelle scuole.

Siamo stati fluidi e concreti, abbiamo lavorato senza frizioni, senza primedonne,
un movimento, silenzioso, il seme che cade nella zolla non urla, per fortuna,
siamo qui. E, volutamente, non traccio sigle, non scrivo e non indico nomi di organizzazioni.
Non ce n’è bisogno. Ciascuno sa che ci siamo stati. Abbiamo portato i nostri semi in ogni occasione data. Expo, Affamare il pianeta-Energie per la morte, un merito lo ha avuto e,
detto francamente, lo sapevamo che non saremmo riusciti ad ostacolarla veramente, stante la sproporzione colossale di forze, abbiamo stretto relazioni necessarie nel movimento.
Nuovi contadini, cucine popolari, orticoltori urbani, militanti contro la devastazione dei territori, ecologisti radicali, salvatori di semi, e tanti altri soggetti, artigiani, operatori della comunicazione dal basso e della conoscenza, dell’arte… ci siamo incontrati, conosciuti.
Abbiamo mangiato insieme. Ci siamo riconosciuti.
Questo dono del 2015 non lo sprechiamo. Teniamoci stretti. Questa Terra avvelenata, asfissiata, lorda di sangue e di guerre, affamata o troppo ingrassata, ha bisogno di noi.
Innamorati indomiti lottatori, zappatori, zappatrici, noi, che ci siamo aiutati e scambiato sementi e indirizzi, accogliamo il dono dell’unità possibile, questo moto di simpatia tra tanti che, sparsi tra città e campagne, finalmente, si sono ritrovati.
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Santa Lucia

Una collina aggrappata al mare, stretta su se stessa. Un mammellone verde di terrazzamenti ed agrumi. Una luna sul mare, una superficie azzurra e quieta. Notturna di serena attesa.
Tante luci, lumini accesi ed una preghiera da ciascuna di quelle finestrelle. La stessa, un coro unanime. Io, un gattino e un cagnolino che lo insegue… Immagini fugaci di un sogno, vero. Questa notte antecedente Santa Lucia. E mi trovo su uno spiazzo, una piazzola in costiera e,sotto, a precipizio verso il mare, queste luci, questi canti, anzi,uno solo.
“Sul mare luccica…” O forse no,una preghiera più antica, versi più amari, implorazioni di luce.
Invocazioni per gli occhi. Preghiere per avere chiarità di visione. Che la Santa ci faccia capire, che ci indichi la via. Questa mattina del tredici dicembre, sono intervenuto in diretta a Radio Popolare di Milano, c’era un ascoltatore, prima di me, aveva irriso gli oroscopi.
Io, intervenendo, ho detto che sono molto più pericolosi gli atei, quando fidenti nella scienza, staccati da ogni forma di spiritualità, negano anima al vivente ed ho intonato “Sul mare luccica…” ed alla fine, i conduttori della trasmissione,hanno applaudito. Abbiamo bisogno di credere, abbiamo bisogno di ricordare i nostri sogni notturni.
Abbiamo bisogno di cantare, di lumini alle finestre. Abbiamo bisogno di bambini meravigliati. Che ce ne facciamo del fallito “materialismo dialettico”?
Che ce ne facciamo dell’aridità? Abbiamo bisogno di candeline e di stupore.
Quest’alba ho sognato, ho intensamente sognato. Un cagnolino, chiazzato di bianco e di nero, un micetto che scappa, una piazzola e un parapetto sul mare.
Una visione chiara. La costa, il mare, i limoneti, canti o preghiere dalle casette bianche.
Sono felice di avere avuto queste intuizioni.Questo sogno, chissà, forse mia madre ad intercedere, forse Raffaele Avagliano, grande musico e cantore popolare, di recente scomparso,
non so. Grazie ,grazie per questo sogno, queste limpide e serene visioni di un mare illuminato di notte. Grazie per la mia anima, grazie per il freddo alle dita e la volontà giammai intirizzita. Grazie a tutte quante voi,a tutti quanti voi per avere ascoltato come una novena,
questa preghiera, questo sogno, questa speranza di luce. Evviva Santa Lucia, che mi guarisca gli occhi, che ci guarisca gli occhi aiutandoci a vedere solamente ciò che importa vedere e con gli occhi del cuore.
Buona Santa Lucia, porti i doni ai bambini, non solo in Svezia ma ovunque, un balocco, un dolcetto a tutti nel mondo. “Sul mare luccica l’astro d’argento…”
Teodoro, all’alba di questa Santa Lucia del 2015.Lenticchia

Foglie.

Le vedi? Sono foglie. Accatastate.

Sotto, il nero dell’asfalto. Inutilmente.

Nero, sterile asfalto.

Non spunteranno funghi, non vi si nasconderanno ricci.

Nemmeno una castagna a germogliare.

Nulla di nulla.

Foglie.

Le foglie, invece, narrano la storia eterna della terra che nutre l’albero,

la terra marrone e viva che è pane per le radici.

Dalla terra al tronco, dal tronco, attraverso la linfa verde

verso le foglie, i fiori, i frutti.

La storia inizia dall’inverno quando le foglie non vi sono.

Saggiamente, esse, nei boschi, nei prati, nelle radure, cadono

e ricoprono il suolo.

Il gelo troverà la terra ammantata, la terra stessa come ricoperta,

difesa.

Uno strato scricchiolante e variopinto e tra le foglie, una vita

incredibile di vermetti, insetti, ricci, funghi, microrganismi infiniti.

La poesia del nostro tropico, noi abbiamo la fortuna di conoscere

la meraviglia dell’autunno.

All’Equatore, invece, le stagioni si susseguono eguali e questa malinconia

dei mesi precedenti l’inverno, è sconosciuta.

Noi, alle nostre latitudini siamo cresciuti così.

Se gli sconvolgimenti climatici alterano le stagioni,

non stiamo bene. La nostra epica, le nostre favole,

una , bellissima, nel Cunto de li Cunti di Basile,

narra proprio di  una pianta che si sveste e riveste,

procurando a Cenerentola, proprio lei,

gli abiti necessari per “cumparire” alla vista del Re.

Si tratta, questa, come tanti e innumerevoli miti,

di una evidente allusione al cambiamento di foggia delle stagioni,

una allusione chiara alle mutevoli vesti della natura.

Le foglie adempiono, cadendo, alla missione di alleggerire

gli alberi pronti alle nevi invernali, a ricoprire il suolo e proteggerlo dai rigori del gelo, a riportarvi quei nutrimenti che gli sono indispensabili.

Ovvero una foglia portata dal vento  non è malinconia: è recupero delle energie, è raccoglimento.

E mille e mille foglie sono una risorsa preziosa.

Smettiamola, dunque, di considerarle alla stregua di spazzatura.

Le foglie sono ricchezza, sono risorsa preziosa.

Prima dell’invenzione, recente, delle discariche, dei termovalorizzatori,

ogni residuo organico tornava alla terra donde proveniva.

L’invenzione delle plastiche, dei rifiuti non compostabili ha portato

a questa aberrazione.

In una foresta primaria, una foresta non toccata dall’uomo.

non vi sono boscaioli, e non ve ne si si avverte la necessità.

Non c’è bisogno di potature, l’uomo non ha mai realizzato

la biodiversità incredibile, la ricchezza di forme, l’armonia

di forme,figure che esiste in una foresta vergine.

Le foglie, le foglie delle piante caduche semplicemente cadono.

e si raccolgono laddove il vento le ammassa e colà si origina

la vita. Nessuno si sogna di fermare l’autunno.

Non si può arrestare una stagione nè con un soffiatore a gasolio

e nemmeno insaccando foglie caricandole su camion.

Recupero le foglie ovunque posso, raccolgo le foglie ed effettuo pacciamatura.

Le foglie, non impiegano molto a decomporsi.

Un minimo di conoscenza necessaria delle foglie, se tendono all’acido o all’alcalino e sapremo come utilizzarle ai piedi delle piante che richiedono le une o le altre.

Ma non vorrei mai vedere foglie trattate come spazzature,

non lo sono.

Togliamoci le voglie, ricopriamone la terra, proteggiamola dal gelo,

evviva chi ama le foglie e le raccoglie.

Era un mestiere, qui, nel Triangolo Lariano arrivavano sin dalla Svizzera,

contadine con le gerle ricolme di foglie di faggio per far le lettiere

nelle stalle. Riscopriamo la sacralità della foglia.

Insegniamo ai bambini a riconoscerle.

Le foglie d’autunno, una armonia e una esplosione di colori.

Che siano libere di volare e ricadere. Le foglie di città, raccolte e ammucchiate negli orti urbani.

Le foglie siano concime, siano nutrimento nuovo per un terriccio migliore.

Da anni, a Cranno, recupero le foglie ed anche quelle del vicino,

incomincia anche tu.

Raccolgo foglie e ramaglie ed un terreno argilloso,

compatto, che si screpolava alla prima siccità, sta cambiando, diventando più poroso, più sciolto. Migliora, l’apporto di pacciamatura lo arricchisce.

Non dimentichiamo che il miglior concime è il compost e le foglie

ne sono una componente preziosa. Ringraziamo l’autunno, e che

il vento, qui a Cranno sempre generoso, accumuli nei nostri giardini sempre più foglie. Saggio e felice il contadino che le raccoglie.

Teodoro Margarita

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Il terrorismo non si combatte con le bombe.

Partita di Crevenna.Il terrore non  si combatte col terrore.

il terrore non si combatte col fragore delle armi e con gli stendardi al vento.

Il terrore si sconfigge con l’accoglienza,

col sorriso e la  condivisione.

Il terrore si placa con l’amicizia.

Con il non voler approfondire il solco delle differenze

ma con il colmarle.

Il terrore si combatte con il non considerare

fondanti nè religione nè colore.

il terrore è alimentato dalle industrie delle armi.

Il terrore è cercato dalla crisi economica e genera altra crisi.

il terrore alimenta le dittature.

Il terrore serve alle dittature.

la libertà nasce dalla fiducia.

La guerra allinea e incanala.

la guerra è il terrorismo legalizzato.

Noi siamo la base, loro sono il vertice.

Abbraccia il tuo vicino straniero e suo figlio

non diventerà un terrorista.

Condividi l’amore per la terra, insegna la sua fertilità,

salva il seme buono della fratellanza,

abbraccia forte in ogni individuo la bontà e la speranza.

coltiva bene il tuo giardino,

insegna le mani nella terra ad ogni bambino.

Abbraccia con lo sguardo il mare e sappi

che è immenso e che non lo potrai mai acquistare.

Fatti prendere dalla dolcezza del tramonto e salverai

un angolo di mondo.

Adora i colori  dell’arcobaleno e resta incerto delle tue certezze.

Il terrore si alimenta di frasi forti e slogan rimbombanti,

scegli la delicatezza, apprezza le carezze,

ama la fragilità dei fiori.

Persino il militarista più cocciuto, ne vorrebbe qualcuno sulla sua tomba.

Noi, amici della pace, dedichiamoci a coltivare, coltivare e praticare il dono.

Ogni qualvolta che cantiamo una canzone bella,

ogni qualvolta che insieme facciamo colazione con le mele

e la marmellata dell’albero piantato insieme, allontaniamo

di un poco la guerra.

La pace passa dalla terra.

La pace passa dall’orto condiviso e  dal giardino.

La bellezza annienta la disperazione.

Il terrore nasce dalla solitudine e dalla disperazione.

Che le nostre case siano il focolare accogliente del villaggio

grande di pace che vogliamo costruire,

non saranno i soldi a pacificare il mondo.

Non saranno le armi.

Saranno il sorriso, dispensato a palate, saranno

questi mani, queste braccia forti che si astengano dal sangue.

Queste braccia e queste dita fragili che sappiano usare una vanga, una penna, una matita.

Queste mani forti e delicate che con occhi, cuore e mente, sappiano, ogni giorno, con costanza,

immaginare un’altro mondo, un’altra vita.

Il banco dei semi.

T M