Questi giorni d’estate

Una sera mi è entrato un pipistrello in casa, le finestre spalancate per il caldo, il topolino volante sarà entrato per sbaglio, proprio accanto alla mia camera da letto, un faro della luce attira tanti insetti. Il piccolo volatile sarà stato a caccia. Senza panico, anzi, divertito, l’ho aiutato ad uscire.

Sono giorni lunghi, torno dall’orto verso le dieci, la luce mi accompagna ed eseguo i lavori necessari sino a tardi. Quanta bellezza e colori. Certo, tramonti e rondini, non sono il frutto del mio lavoro e nemmeno della mia volontà ma i fiori, quelli, si. Assolutamente. Gladioli e fresie, l’origano, le emerocallis, la melissa, le prime zinnie, i cosmos, quelli, li ho messi a dimora io o li ho favoriti con sostegni, appositi tutori o provveduto a riprodurli, liberandoli dalle infestanti o cercando per loro la posizione più opportuna. Sto coltivando intensamente questo mio podere di Cranno. Dal 2009, da quell’autunno, non c’è stata stagione che io non abbia seminato, spostato piante, messo a dimora, potato, sarchiato, raccolto, innovato, inventato qualcosa, scavato nuovi sentieri, sistemato parapetti, eseguito pulizie o innaffiato. Tutto quello che si vede è frutto di lavoro e passione. Io curo la terra. La terra cura me. Il tempo, il denaro, l’acqua, ogni fatica spesa per preservare, arricchire in maniera intensiva ed estensiva quanto si fa nella terra è tutto ben speso.

Se anche non arrivano risultati in termini di raccolte eccezionali, avremo comunque immesso positività nel nostro terreno. Un seme che non germoglia, è sostanza organica o cibo per animaletti.

Una pianta che fiorisce ma non giunge a fruttificare, ha comunque dato fiori ed abbellito il mondo nutrendo gli insetti pronubi. Ogni cosa posta nella terra ha un suo valore. Gli sbagli commessi, anche quelli, aiutano a capire ed a non ripeterli. Una volta mi è morto un albicocco che mi era stato regalato per non aver reciso le radici troppo lunghe, Essendo stato impossibile , c’era lo strato di roccia, scavare un foro abbastanza profondo, credetti, ingenuamente, di ovviare piegando la radice su se stessa. Hai voglia a dare acqua o ricoprire di nuovo terriccio. Quell’albicocco era destinato a seccare. Ora so. Meglio recidere, in questo modo, le radici si ricostituiscono esse stesse ma non si soffocano in giri tortuosi. Si impara.  Si impara dove è meglio seminare, dove è meglio lasciare riposare il terreno, dove è più utile il letame o la sostanza organica che riusciamo a trovare.

Un anno, particolarmente caldo ed umido,il sole faceva una capatina, era estate, al principio, e subito acquazzoni. Le voraci limacce a divorare ogni cosa. Provai la birra, si, funzionava, trovavo annegate a dozzine, ogni mattina, le fameliche, annegate nei vasetti eppure erano troppe. Feci ricorso alla cenere, anelli concentrici attorno alle piante. Funzionò. Mi ero procurato secchi e secchi di ceneri di pura legna da una pizzeria di amici, qui in paese. Non riuscendo ad attraversa i cumuli, le limacce non entravano nelle aiuole appena seminate e le piantine crescevano vigorose ed indisturbate. Avendone scritto su un social, un utente mi rimproverò affermando che così facendo il mio terreno si sarebbe eccessivamente acidificato. Nulla di più falso. A fine stagione i fiori, i pomodori e tutto quanto avevo piantato o seminato, avevano metabolizzato tutto.

Non v’era più traccia di grigio. Tutta la cenere assorbita. Così come, avendo avuto un’amica che lavorava presso la mensa scolastica, le chiesi di mettermi da parte le bucce di banana avanzate dai bambini. Ogni qualvolta servivano le banane,ella mi teneva da parte tutto facendomi trovare i sacchi con le bucce e residui di frutta sotto il faggio. Provvedevo regolarmente a portar via il tutto, a mano ed a piedi, senza problemi, saranno due chilometri fino a casa. Poi, spargevo sul terreno dell’orto, direttamente. Quel mare di giallo scompariva, le bucce diventavano nere, poi, non si trovavano più nemmeno i piccioli. L’orto mangiava tutto. Magari potessi avere ancora bucce di banana.

Sono eccellenti come i gusci d’uovo frantumati, i fondi di caffè, i gusci dei molluschi, le bucce degli agrumi. Da anni, poi, un vicino che ha una villa, lascia che il giardiniere che la cura mi porti i sacconi delle potature, dello sfalcio della sua erba. Da quando trovai il coraggio di chiederlo, e feci bene, per il giardiniere è una fatica in meno, non deve andare fino alla discarica o isola ecologica: molto più comodo lasciare tutto quell’organico a me. Ho proseguito e continuo tuttora a spargere dove serve quel residuo abbondante. Sono foglie, rametti, tralci e sarmenti di rampicanti: di tutto.

Una volta nei sacconi ho trovato tre azalee, erano state buttate con tanto di cartellino attaccato sopra.

Evidentemente apparivano morte. Ho provveduto ad interrarle.  Era il giorno dell’anniversario della morte di Che Guevara, ottobre del 2017. Erano azalee di varietà “Encore”. Adesso hanno fiorito, stanno crescendo e prosperano, per loro ho liberato dalle edere una bella parcella della mia aiuola sotto la vite. Sono semplicemente meravigliose. Divertente il fatto che queste sono azalee a fiore rosso, ne avevo salvata una dalla spazzatura, buttata accanto ad un cestino dei rifiuti in località Crevenna ad Erba, a fiore bianco. Per anni ed anni ha stentato. Davvero penato. Avevo pensato fosse per via della posizione, troppo ombreggiata, quindi la spostai diverse volte ma senza risultato.

Cosa c’era che non andava? Ero contrariato, fatto salvo sbagli come quello del povero albicocco, come già detto, morto per via dell’errore di valutazione sulle radici (quest’anno ne ho posto a dimora un altro: sta benissimo, è della varietà “cafona”, mi darà frutti succosi) mi considero abbastanza bravo…come mai quello scacco, quella miseria di pochi fiori?

Bisogna vederci chiaro, l’azalea era piccola, la prelevo, la guardo bene. Erano tre. Le radici aggrovigliate tra loro entravano in competizione, si soffocavano una con l’altra.

Le ho delicatamente separate. Tre azalee bianche. Sistemate a dimora distanti una dall’altra ma si possono vedere, adesso, finalmente, stanno emettendo nuove foglie nuovi rametti dopo anni di stenti. Io sono uno scrittore. Si, lo sono, mi piace farlo e , pare,sappia farlo.

Dal novembre scorso ho preso a scrivere, invitato dalla redazione, e collaboro alla rivista ecologista “L’Extraterrestre”, prima si chiamava Il gambero verde, che esce con Il quotidiano Il Manifesto ogni giovedì. Vi collaboro dal dicembre 2017, il primo servizio è apparso il 7 dicembre, poi ne sono seguiti molti altri. Scrivo e dai primi anni ottanta anche per altre realtà editoriali.

Eppure, ieri, domenica 8 luglio, quanta identica se non superiore gioia nel mettere a dimora una fioriera di quelle grandi, un capolavoro in vaso. Avevo seminato segale, cosmee, zinnie, tithonia, papaveri bianchi, balsamina, mirabilis jalapa, un profluvio tra cereali e fiori tutto assortito.

Bellissimo da vedere, la capace fioriera ospitava tutta questa meraviglia e tutto al suo interno cercava un suo spazio. Ogni essenza a lottare, cercare luce, nutrimento. Un gran consumo d’acqua, nonostante la grandezza della rotonda e bella fioriera. Così mi sono deciso ad interrare il tutto. Una volta a dimora, ogni essenza, libera dal poter cercare nel terreno il proprio spazio avrebbe trovato il proprio agio. Ho trascinato, era pesante,la fioriera fino al punto prescelto.

Problema, non riuscivo, da solo, a capovolgerla per poterla metterla dimora, io non sono uno scrittore di giardini ricco, faccio tutto con le mie mani, non ho di certo un aiutante.

Così, illuminazione. Esco dall’orto, vado sulla strada e chiedo aiuto al primo escursionista che trovo, qualche minuto ed ecco arrivare un ansante e robusto giovanotto. Laddove abito, Cranno, è meta di  gite per ciclisti in mountain bike o atleti che fanno jogging, si va verso il monte Cornizzolo in un percorso di boschi bellissimi,  così, trovare qualcuno, non è difficile, di domenica poi.

Si chiama  Giuseppe il bravo giovane, gli spiego la situazione. Dieci minuti ed in due abbiamo capovolto la grossa fioriera e provveduto alla sua messa a dimora. Nessun fiore danneggiato, non una spiga di bella segale tranciata. “Grazie, grazie infinite. Vuoi qualche pianta aromatica o delle fragole?” “No, grazie, è stato un piacere.” Ed ha proseguito il suo allenamento.

Tutto questo, coltivare, instaurare relazioni, pensare nella terra, vivere con la stagione presente mi cura. Sto bene, sono felice. Mi fa star bene il farlo, innanzitutto ed anche adesso, lo scriverne.

Avevo un articolo da preparare, già concordato col mio caporedattore, uscirà certamente nelle prossime settimane. Ieri sera, una settimana per la raccolta delle informazioni, qualche ora per la scrittura del pezzo, ho ultimato l’articolo. Sono stato contento e soddisfatto.

Sono soddisfatto anche quando pongo a dimora dei bei fiori, una composizione mirabile, un capolavoro autentico come quello di ieri. Provo una gioia infinita. Perchè ho cominciato con il procurami la semente. La segale mi viene dal mio amico Patrizio Mazzucchelli di Retia Biodiversità Alpine, i semi dei fiori sono miei, frutto di scambi in tutta Italia o di oculati acquisti.

La gioia del fare giardino è pari a quella dello scriverne. Quando scrivo non mi sciamano farfalle intorno,non ci sono merli spaventati e monelli che sono stati beccati a piluccare il mio ribes, ah, malandrini…buon appetito, fratellini. Tutta la meraviglia di un fiore di carciofo letteralmente popolato da una piccola fauna di api, bombi, scarabei, calabroni, una popolazione intera, un mondo che, pascolando, camminandosi sopra senza farsi alcun male e senza il minimo fastidio, in comune accordo, cerca il suo polline, abbondante dentro quelle corolle enormi, vere mammelle di polline, una mucca vegetale tranquilla che nutre chiunque le faccia visita. Nel pieno del giorno quando il sole picchia, questi grossi cuori di carciofo, ho fatto bene a non coglierli prima per mangiarli, contengono un villaggio felice. Io guardo dentro, i carciofi non sono paperini e sono alti, alti, alti e dunque mi basta stare quieto ed osservare e in quel colore, in quelle corolle popolate avverto la pace, la meraviglia dello stare al mondo in armonia e sorrido: qualcuno, ieri, uno scarabeo, evidentemente troppo satollo, si è proprio addormentato dentro. Mentre i bombi, le api, farfalle venivano a succhiare proprio le estremità delle antere, lui, beato, se la dormiva.

Ripassato a vedere, l’ho notato muoversi, una specie di bulldozer in mezzo agli altri. E nessuno che punga, che molesti gli altri, nemmeno le vespe. Si vede che il carciofo ha questo potere di annullare lo stress, contro il logorio della vita moderna, anche per gli insetti che nel carciofo si “papareano” come si dice in napoletano, si spaparanzano e godono, il sole, la morbidezza, la lieta vicinanza degli altri. Deve essere un luogo di tregua, un villaggio di danza popolare.  Ed è solo un pugno di viola intenso cuori di carciofo.

Ecco, tutto questo osservare, questo vivere nel giardino o orto o podere,non so come descriverlo, coltivo in un disordine che per la terra è ordine e lei ci capisce e decide se va bene o no, bietole e garofani, melissa e girasoli, camomilla ed assenzio, mais ed amaranto, in questo caos vivente, questa stella danzante che è un orto io sto bene così come sto bene adesso che ne scrivo.

Datevi all’orto. Vi curerete. Non importa poi senon ne scriverete. Mangerete la vostra lattuga, farete gustare ai vostri bimbi le fragoline. Farete “buh!” ai merli ladruncoli. Oppure lascerete che essi becchino le ciliege in alto del vostro albero. Fate l’orto. Sarete felici.

 

Teodoro Margarita, luglio 2018

 

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Chiamata a raccolto. “I semi appartengono ai bambini”

Molto spesso chi organizza determinati eventi che, pur raggiungendo appieno il loro scopo non sono tra le notizie del giorno nei media, non si rende conto della rivoluzione vera e propria che sta realizzando. E’ il caso di “Chiamata a raccolto” che da sette edizioni convoca, è proprio il caso di dire, la realtà bellunese di Coltivar condividendo.
Veniamo al “manifesto” di convocazione “I semi non appartengono alle multinazionali. I semi non appartengono nemmeno ai contadini. I semi sono il futuro. I semi sono dei bambini”.
Si svolge l’ultima domenica di novembre nel Bellunese, più precisamente nel Feltrino, ai piedi del massiccio del Grappa. Per la terza volta, ci siamo andati.
Si tratta di un evento assolutamente atipico. Nessuno sponsor, nemmeno un patrocinio di un comune o di una comunità montana, niente di niente. Il manifesto declama secco il suo obiettivo. Null’altro. Chiaro che chi ha ideato tutto non ha voluto immischiarsi con amministrazioni, localismi,
parrocchie partitiche varie. In Italia è molto raro.
Di cosa si tratta? Perchè attrae migliaia di persone da tutto il nord est? E non solo, in molti arrivano anche dalla Toscana che non è precisamente dietro l’angolo.
E’, come dice la locandina, una “Chiamata a raccolto” avente nel suo obiettivo unico e chiaro, quello di far conoscere, comunicare tra loro, tutte le realtà che dal basso si occupano di semi della tradizione, i semi non ibridati, non modificati geneticamente, non sequenziati e nemmeno brevettati, accaparrati da qualcuno. I semi sono di tutti e nelle mani di tutti devono restare.


Non hanno bisogno di una ® che ne registri la proprietà , devono restare accessibili a chiunque voglia coltivarli, riprodurli, condividerli nella libertà totale.
Quella lbertà, dicono quelli di Coltivar condividendo, che, di fatto, non esiste. Sappiamo che sono non più di mezza dozzina le multinazionali nel mondo che possiedono oltre la metà delle sementi in circolazione e se parliamo di soia, mais, riso, questa percentuale sale ancora.
Le multinazionali si fondono, si aggregano e incorporano tra loro, i Cinesi di Chem China acquisiscono la svizzera Syngenta, Monsanto e Bayer si vorrebbero unire.
Ed i piccoli contadini? Chiamata a raccolto è l’esempio paradigmatico di cosa dovrebbe essere la risposta. Una risposta chiara, forte e radicale dal basso.
A Chiamata a raccolto si scambiano i semi. Tiziano Fantinel, anima del gruppo chiama, ovvero invita tutti quelli che conosce e sa essere sinceramente riproduttori e conservatori di semi.
Seedsaver, per il motivo che è negli Usa essi sono nati e poi diffusi in tutto il mondo.
Seedsaver, salvatori di semi, come si preferisce, che agiscono sul modello che il neurobiologo vegetale Stefano Mancuso ha ben descritto come modello “vegetale” ovvero modello a rete.
Mancuso scrive che il modello vigente di organizzazione, verticistico e gerarchico, è quello ereditato dal mondo animale. Un animale ha un cervello e se perde un arto è tremendamente menomato. Un vegetale, al contrario, non avendo il suo “cervello” determinato e distinto in un suo organo preciso, è capace di “ragionare” ovvero di adattarsi con molta più flessibilità.
Stefano Mancuso, delegato di Slow Food al congresso mondiale dell’organizzazione che si è recentemente svolto in Cina, scrive proprio che le associazione, gli organismi umani dovrebbero abbandonare il verticismo e la leadership univoca tipica delle organizzazioni attuali, tra le quali la stessa Slow Food, ed adottare un modello a rete, assolutamente a partire dalle radici ed indipendente nei suoi nodi, nei suoi rami.
Il movimento dei seedsaver convocato e radunato a Chiamata a raccolto, esprime già, assolutamente questo diverso, antitetico “coevoluzionario” modo di interagire.
Tiziano Fantinel ed il suo gruppo convocano, chiamano a raccolta. Il popolo dei seedsaver risponde compatto nel numero. Sette, ottomila presenze connesse esclusivamente dal condividere e ricercare, solo ed esclusivamente buone sementi, è una impresa e si ripete da sette edizioni con numeri sempre crescenti, assolutamente da tenere in considerazione.


Ma Tiziano Fantinel non è il “capo”, non è il leader, certamente, tutti, indistintamente, gli riconoscono carisma, capacità indubbie di organizzazione, fiuto e visione ampia. Ma, poi, finita la kermesse, l’evento davvero coinvolgente e totalizzante per questo mondo in tumultuoso movimento,
ciascuna realtà, associativa, strutturata o meno, ci sono coordinamenti e persino singoli che mettono giù il proprio ben fornito banchetto, dopo, ritorna nel suo territorio e riprende le sue interne dinamiche. A Chiamata a raccolto non si vendono i semi. Assolutamente proibito. Chi dovesse essere preso a farlo, è fuori, messo alla porta. Certo, per evitare che qualcuno, sprovvisto totalmente, perché magari alle prime armi o magari perché colto da una grandine, nel mondo agricolo è la terra a dettare le sue leggi, si consente di lasciare una piccola offerta, si tratta di pochi euro, beninteso, se lascia 50 centesimi, vanno bene lo stesso. Nessuna associazione presente ha da obiettare. E’ la regola. Una regola che, nel mondo in cui viviamo, è assolutamente in controtendenza.
Il linguaggio che si parla, sottinteso, evidente nei fatti e non tanto nei proclami, è che i semi sono sacri e devono restare liberi: no a ditte sementiere. No a chiunque, pur essendo certificato biologico, etico, equo e solidale o quanto di più rispettoso verso ambiente ed umani, voglia vendere.
La sala principale è riservata agli scambi. La sala importante, riscaldata. Fuori, il mercato rigorosamente biologico e per lo più locale , dove liberamente si possono acquistare dagli ortaggi ai prodotti tipici dell’artigianato locale ed anche qui nessun rivenditore ma solo autoproduzioni.
Uno schema netto: Chiamata a raccolto permette e sostiene la piccola agricoltura contadina, abbiamo constatato personalmente che nello spazio fuori c’erano davvero solo piccoli.
Non sono ammessi i soggetti del tipo “Natura Sì” per intenderci.
Questa divisione netta è frutto di una scelta chiara, i semi non si vendono, si scambiano.
Gli ortaggi, le marmellate, le calze di lana, per esemplificare, frutto di un lavoro di soggetti che si sostentano nel rispetto della terra e dei diritti di chi lavora, si possono vendere. Tiziano Fantinel è un contadino, produce piantine da orto a partire dai semi antichi in suo possesso, eppure, a Chiamata a raccolto, non è là, dove potrebbe legittimamente stare, in quel mercato, dove potrebbe guadagnare la sua giornata e dato l’afflusso, certamente la guadagnerebbe, ma è dentro, a distribuire, condividere, scambiare, ragionare col pubblico di semi.
Una collaborazione ed una stima reciproca affratella le varie realtà che, dal basso, in Italia, costituiscono la parte “organizzata” del movimento seedsaver, ed è dimostrata, anche questa, non da “documenti” ma da fatti. Il Consorzio della patata quarantina, fondato ed animato dalla figura di Massimo Angelini, tra i più stimati ruralisti italiani, è presente da sempre con la sua più unica che rara collezione di ben quattrocento patate italiane ed estere che sono là, sui banchi, a destare lo stupore e la meraviglia di un pubblico attento e sempre partecipe. Nessuna associazione, tranne quelle più meridionali, di rilievo, in questo panorama è assente, ma, ovvio, solo per una ragione di costi di spostamento, che, quanto all’ospitalità, quelli di Coltivar condividendo sanno aprire le porte e un posto letto lo trovano.
Chiamata a raccolto è un esempio, un esempio magistrale di decrescita felice, di collaborazione dal basso, di interazione a rete, per esempio, in questa sede, i dibattiti, dove, lo sappiamo tutti, chi “parla meglio” naturalmente tende o vine e spinto a tentare di prendere la testa del movimento, qui sono assolutamente marginali. Sono intervenuti esponenti di spicco delle diverse associazioni seedsaver anche dall’estero ma il cuore dell’evento, la ragione ultima per quale questo affezionato pubblico torna ed è sempre più numeroso, sono non le persone, per quanto, nell’ambiente tutti i più informati conoscano Tiziano Fantinel, Massimo Angelini o Alberto Olivucci, tra i nomi che, in virtù della lunga presenza ed operatività nel settore, si sono resi più visibili, ma i semi. I semi, stanno al centro, sono il cuore vivo, il germoglio pulsante senza i quali Chiamata a raccolto non raccoglierebbe, appunto, proprio nessuno.
Ricordo una delle prime edizioni, già notevole per presenze, dove, per tacito accordo, tranne un annuncio di benvenuto, a nessuno fu permesso di intervenire, solamente una poesia, “Cosa deve fare il custode di semi” fu letta pubblicamente. Si trattava di una poesia, non di un discorso “politico” o programmatico. Eppure Tiziano ed il suo gruppo hanno idee chiare, chiarissime sulla politica in generale e sulla politica alimentare praticata a livello planetario.
Affermiamo che oltre queste necessarie e condivise visioni, è Chiamata a raccolto stessa, un programma chiaro. Basta leggere i fatti. E sono fatti composti di persone che affrontano un viaggio dove, è certo, non guadagneranno nulla , al più troveranno ed è gioia pura, per la quale vale la pena muoversi, sementi rare per il proprio balcone, campo, orticello.
Un amore grande e condiviso. E poi, gli abbracci, che sono anch’essi gratis e per tutti.
Chiamata a raccolto, per chi ritorna, ha una dimensione umana nella quale, durante gli scambi, se qualcuno intona una bella canzone, altri gli vanno dietro. E’ normale, è giusto, è bello così.
E, per ultimo, ma last but not least, i bambini. I bambini delle scuole dove si pratica l’agricoltura più bella, quella che fa crescere ed insegna. I bambini con i loro maestri e maestre degli orti didattici della zona. Una presenza gentile, i semi, non lo abbiamo già scritto e ripetuto, non appartengono alle multinazionali, i semi non appartengono nemmeno ai contadini. I semi, si sa, sono il gernme che custodisce il futuro, i semi sono dei bambini.
Teodoro Margarita
Asso, 27 novembre 2017

Ermanno Olmi, un amico della terra

Ogni domenica, chi ascolta Radio Popolare di Milano, da quanti anni esiste questa trasmissione, “La sacca del diavolo”, condotta da Giancarlo Nostrini, nella sigla iniziale, sente delle voci, voci dure, un dialetto stretto, suoni gutturali, sono le voci tratte da un film, rudi voci contadine, dicono qualcosa come “la vita l’è dura”, il film è “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi.
La sacca del diavolo propone suoni e musica dal mondo, “musica etnica, musica tradizionale” recita il buon Nostrini. L’albero degli zoccoli, vinse la Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 1978, quarant’anni dopo, il maestro ci ha lasciati, un giorno di maggio. Questi giorni, qui, nel nord Italia, sono stati giorni di alternanza di sereno e caldo primaverile e grandi temporali, grandinate e afa, pioggia, instabilità primaverile, tutto in una giornata, le luci variabili di una primavera incerta.
Cosa ha detto, davvero, Ermanno Olmi? Quale la sua eredità, da raccogliere e spendere?
Quelle voci, innanzitutto. Voci contadine, così come sono, senza infingimenti, infiocchettamenti alla Mulino Bianco. Quelle voci dure e cupe, sono le voci dei contadini di tutto il mondo. Ci si cuce addosso un castello di menzogne e falsità di plastica. Nella sua opera di tutta una vita, Olmi disincrosta e scarnifica, ripulisce il lerciume interessato delle pastorellerie da quattro, davvero quattro, e sono fin troppi soldi, che si accumulano sulla pelle del mondo contadino.
Ci torna il mente , nel suo fare cinema, questo essere restato un documentarista, ovvero nel non aver voluto mentire, mai. La vita è quella che è. Gli umili, che poi, sono i cafoni, i terroni di ogni parte del mondo, se la passano male e peggio. Non possono nemmeno ricavare, intagliando nel tenero legno di un salice, degli zoccoli per il proprio figliolo. Il castigo arriva sempre, come la grandine, come il cattivo tempo. E non si sfugge. In un suo documentario, Terra Madre, la parte più bella e interessante, oltre la celebrazione, sono fin troppo celebrati, di Vandana Shiva e Carlo Petrini, è quel film nel film dedicato ad un anonimo contadino, tutte le stagioni, i quarant’anni della sua vita, le mani che sanno, le mani che conoscono. Quel contadino, il tempo che cambia, l’inverno che precede la primavera, l’estate che segue. Le mani che sanno intrecciare vincastri di salice per legare una vite .Le mani forti e sapienti che sanno vangare. Le mani rese sapienti dalla necessità. La pioggia, il sole. La casa colonica dove , senza telefono ed elettrodomestici, non manca, però, di quanto occorre davvero ad un uomo per vivere. I setacci, l’imbuto, gli attrezzi agricoli. In una scena, commovente, reale ed eterna, le mani di quell’uomo scelgono, selezionano è termine offensivo, i semi di zucca, li tengono cari e sicuri.
Quei semi, grossi, come qualunque altro seme, sola speranza di sopravvivenza.
E quelle mani, ricordano le mani di ogni contadino del mondo. C’è un bellissimo film a disegni animati che si accosta e precede, questo. Penso all’ “Uomo che piantava gli alberi” , il cortometraggio animato tratto dal romanzo di Jean Giono, di Frèdèric Back, vincitore di un Oscar per la sua sezione nel 1988, penso alla lentezza della narrazione, quelle mani sono le stesse.
Sono le mani, quelle di chi carezza semi, che non conoscono fretta. Mani forti che conoscono ritmi sani, quelli delle stagioni. In fondo, il linguaggio di questo film, è lo stesso. Da 25 anni, da quando insegno, trovo il modo di mostrare ai miei alunni questo film delicato e solenne. Sono certo che Olmi avrebbe apprezzato. Qualche giorno fa, davvero, mentre andavo a scuola, mi venivano in mente, a fior di labbra, dei versi. “Il contadino vive ogni stagione come una vita. Egli vive la stagione del fiordaliso, la stagione della camomilla, del papavero e la stagione del grano,. Se un contadino vive ottant’anni, egli ha conosciuto pressochè l’immortalità. Se suo figlio raccoglie quei semi e continua, quel contadino non muore mai”. Le ghiande delle querce nelle mani di Elzeard Bouffier , i semi di zucca nelle mani del contadino di Olmi in Terra madre, sono le mani dei contadini del mondo. Si, un uomo che semina, vive davvero ogni stagione come una vita intera. Dalla semina al raccolto, ci passa un’eternità. Nel film,come nella vita reale di chiunque coltivi, ciò è vero. Terribilmente vero. Una siccità, nel film di Olmi, rovina il raccolto di quel suo contadino, egli si industria e cerca di sopravvivere con le scorte degli anni precedenti, disdegna ogni aiuto dei parenti. Sa che che ce la deve fare. Un contadino trentino, le luci, i suoni delle stagioni che mutano.
Gli uccellini che banchettano su resti di una zucca che lui, buono e generoso, ha lasciato fuori, apposta per loro. Il fiume che scorre maestoso. Le vigne, l’andare lento con la vanga.
Ermanno Olmi dedica al tempo normale, non frenetico, della vita di campagna, queste immagini.
Nel suo ultimo film, “Torneranno i prati” girato dove ha voluto trascorrere gli ultimi anni della sua vita, si vede un albero, si vede quest’albero nelle diverse stagioni. Perde le foglie, si riveste. Fiorisce a primavera. Nel vortice della guerra di trincea, quell’albero è lì, a ricordarci che oltre all’odio, al fanatismo, all’insensatezza della politica degli uomini, c’è la natura, madre natura, che non cambia e che veglia. “Torneranno i prati”. Si, torneranno. Ci sono persone che nella loro arte hanno mostrato al mondo di aver compreso. Olmi come Tolstoj, Olmi come Virgilio, Olmi come Henry David Thoreau. Olmi è vissuto adesso. In questi nostri anni dove la terra è avvelenata e intossicata, dove i semi, certi semi, non sono nemmeno più riproducibili.
A strappare al contadino quella certezza, non illusione, proprio certezza, di potersi perpetuare, procurando, come da diciottomila anni, il cibo ai suoi figli.
Io non l’ho conosciuto e me ne duole. Lo ha invece conosciuto, invece e per fortuna, tantissima gente. In particolare, tra i miei amici, fratelli salvatori di semi, Tiziano Fantinel e voglio ricordarlo e per una ragione valida, da raccontare. Il 2 giugno del 2014, Tiziano era ad Asiago, ospite con esponenti di Slow Food, del presidente nazionale Roberto Burdese, del professor Cantele ed altri, al Festival delle erbe di montagna. ad Asiago. Ebbene, in quella occasione, quante volte me lo sono fatto ripetere, Ermanno Olmi criticò aspramente e senza mezzi termini quella baracconata di plastica dal nome “Expo-Energie per la vita. Nutrire il pianeta”. Tiziano mi riferiva che Olmi, nel sentirgli raccontare delle efferatezze che le multinazionali arrecano al seme contadino, il maestro lo abbracciò e si lanciò in una fiera polemica contro di loro, attaccò i pesticidi che avvelenano la terra e affermò, rude e chiaro che alle leggi ingiuste bisogna disobbedire se contravvengono al diritto delle genti.
Ero attivamente impegnato nel movimento No Expo, dio sa come ho cercato di rintracciare Olmi, era importante per noi, rappresentanti di un mondo contadino che con le multinazionali presenti in quel luogo, Monsanto, DuPont, Coca Cola e le altre, proprio non c’entrano per niente, avere quel sostegno.
Ermanno Olmi, non c’è è più ma nel suo mondo, le parole di un uomo contano e se anche la stampa ed i media non lo hanno mai raccontato, egli, quel giorno, si pentì di aver fatto da “ambassador” ad Expo. E’ vero. Le persone che assistettero a quell’incontro possono testimoniarlo.
Olmi non c’è più. Guardo il mio salice, qui, nel mio podere. Penso a quel bimbo nel film, a quegli zoccoli. Aver punito quella famiglia per quel taglio, necessario, quando un salice, lo so bene, lo abbiamo abbattuto questo inverno, per ricavare un altro spicchio d’orto, cresce velocemente, davvero, non ci vuole nulla, i salici crescono a vista d’occhio, una crudeltà inutile.
Per ricordare il maestro, vogliamo ricordare i suoi film che hanno cantato nella sua durezza, la sua poesia necessaria, senza la quale non si canta e non si vive, il mondo contadino, soprattutto, vogliamo ricordare le sue parole. Vogliamo farlo e invitiamo, a piantare un salice, mille salici, necessari e leggeri per il grande Ermanno Olmi.
Teodoro Margarita, otto maggio 2018

Tre fragoline

Stamani, era l’ultimo giorno di lezione in quella classe, una gradita, tenera e stimolante sorpresa.
Lo scorso anno, come ho fatto con amici, colleghi ed anche bidelle, ho donato le mie numerose piante di fragola da giardino che mi avevano, ero partito da tre esemplari! colonizzato interamente l’orto. Nonostante io ne abbia spostato numerose per ogni dove nel mio non grande podere, me ne restavano da asportare, per forza, o le fragole o l’insalata, ancora parecchie, ne ho donate anche agli alunni in diverse mie classi. Da notare: erano tutte fragole a radice nuda, ovvero le piantine, appena tolte e basta.
Un anno è passato. Una collega mi ha inviato, via wazzap, foto delle fragole spuntate con simpatici ringraziamenti. Una signora, la madre del nostro gommista, dal suo terrazzo, mi felicita per le fragole dello scorso anno, dice che ne sta mangiando di ottime. nemmeno ricordavo di averne donate anche a lei. Si vede che, passando, mi è parso spontaneo tirarne fuori dalle borse e dargliene. La sorpresa, bella, inaspettata, è venuta, dicevo, in una mia classe.Oggi, un’alunna ha portato a scuola in un bel contenitore di quelli di plastica, avvolte in salviette di carta, tre fragoline. “Prof, queste sono per lei, sono le sue, quelle dell’anno scorso”. Mi sono commosso.La ragazza mi ha dato l’occasione per un insegnamento più vero ed umano. Noi siamo la cura che mettiamo nelle cose, siamo la costanza e la dedizione. Noi se diciamo di voler bene, questo bene non si può che nutrire di tenacia e delicatezza. Ho detto queste cose, che quelle fragole ci hanno messo tempo per nascere, che esse hanno attraversato un inverno, preso la neve la pioggia, hanno visto il cielo e le nuvole e formichine le hanno percorse.Le fragoline, buone, pensiero gentile. Molti altri ragazzi mi avevano già detto che anche le loro aveano attecchito e mi avevano ,già prima e da tempo, ringraziato. G. P. ne ha portate a scuola. Un passo ulteriore, una volontà gioiosa di condivisione. Quante cose ci insegnano quelle tre fragoline. Un racconto che ne parlasse in un libro non avrebbe mai la luce ed il sorriso della sorpresa. e, vogliamo mettere il sapore? Non potrò descrivere come mi sono sentito. Quello che ho detto, qualche poesia, bella, che ho recitato. I ragazzi c’erano, essi sanno. La voce che trema, e no, la gratitudine, la lieta gratitudine non è la norma nemmeno in una scuola. Oggi, abbiamo fatto davvero lezione. Il prof ha imparato che non è lui il solo insegnante, là dentro, che un’alunna può insegnare quanto e più felicemente.Il compito di un professore è quello di raccogliere e descrivere, amplificare e connotare meglio quanto di generoso accaduto.
G.P. non sarà con noi l’anno venturo, cambierà di scuola.
Ci lascia con un pensiero gentile. Erano tre fragoline. Solo tre fragoline, valevano molto, infinitamente di più.
T M Condivido con voi, amici ed amiche, questo episodio.Certo, io lo metto in salvo. Voi…fatene quel che volete e…sono solo tre fragoline, adagio, una per volta. Buona lettura.

XVI edizione della “Giornata della civiltà contadina”

Si svolgerà , domenica 20 maggio, nella suggestiva cornice di Villa Amalia, villa e parco settecenteschi, tra gli ospiti illustri, Ugo Foscolo, i fratelli Taviani la prescelsero per girarvi alcune scene del loro film “Allonsanfan”.
ad Erba (CO) in località Crevenna, la sedicesima edizione de “Biodiversità in erba” Parole-suoni-azioni in difesa della terra. Con il patrocinio, già concesso, della Provincia di Como, amministratrice dell’immobile e del parco, in attesa di quello del comune di Erba, Civiltà Contadina, associazione nazionale per la salvaguardia della biodiversità rurale,organizza la consueta giornata nel mese ormai tradizionale di maggio, il suo evento annuale al centro del quale stanno sementi e piantine recuperate soprattutto nel nostro territorio. Il gruppo locale, Alta Brianza-Valassina, intitolato a Lia Nardini, primo gruppo sorto a livello nazionale a strutturarsi tra i soci di Civiltà Contadina, aspetta gli iscritti, i simpatizzanti, i semplici curiosi innamorati del verde non commerciale, per una giornata particolare. Evento clou è lo scambio di semi ed, essendo la stagione inoltrata, anche di piantine da orto, a Villa Amalia, come per le precedenti quindici edizioni è stato a villa Ceriani Bressi, sempre ad Erba, al momento indisponibile per lavori, funziona se ciascuno porta le rarità recuperate e salvaguardate nei propri orti e, adesso, condivise.
Tra le essenze che certamente si potranno trovare, il nostro ormai famoso, scoperto e rilanciato “miliun” la cyclanthera pedata, questo strano e peculiare cetriolino a forma di becco di pappagallo, il pomodoro perino giallo ed altre decine di varietà,il cetriolo limone ed altre, tante altre assieme ad erbe aromatiche ed officinali.

Quest’anno, ospite d’eccezione, sarà con noi Massimo Angelini, già ideatore e fondatore del Consorzio della quarantina di Genova, ruralista e scrittore, ragionerà con noi del suo ultimo libro, edito da Pentagora, “Ecologia della parola”.Si tratta di pensare profondamente al senso delle parole che adoperiamo, a cosa significano ed implicano, in ciascun momento importante della nostra vita, in termini di estetica, di espressione di valori e disvalori. “Ecologia della parola” un libro agile e denso, Massimo Angelini saprà certamente stimolare un pubblico di certo innamorato della natura nella sua manifestazione originaria: il buon seme. Avremo tutto il tempo e la tranquillità di ascoltare e di dialogare su questi argomenti. Massimo Angelini comincerà alle 15.00.
Biodiversità in Erba apre i cancelli di Villa Amalia alle ore 9.00 e si concluderà alle ore 19.00.
L’evento è ad ingresso libero, adatto ai bambini, si terrà anche in caso di pioggia.
Durante la giornata sarà possibile iscriversi all’associazione Civiltà Contadina.
Il parco è ideale per una passeggiata, gli amici a quattro zampe sono benvenuti.
Il pranzo, condiviso, ciascuno porta evitando piatti e posate di plastica. Benvenuti i nostri piatti tipici e meglio ancora, le primizie dei nostri orti. Nel corso della giornata la nostra esperta, Alice Pasin, architetto paesaggista, titolare dell’azienda agricola “Il Fagiolo Magico” di Fraino, Asso, membro del Direttivo di Civiltà Contadina, sarà certamente disponibile per consigliare e indirizzare chi volesse cominciare un orto o apprendere i segreti dell’agricoltura sinergica.
Avremo la tranquillità, tutto il tempo per incontrarci, chiacchierare di terra e di semi in un luogo magico.


Per maggiori informazioni e dettagli sulla giornata, ricordiamolo, tra le prime, in Italia, incentrate sullo scambio dei semi rurali contattaci utilizzando la Pagina o il o il Gruppo Facebook : “Civiltà Contadina”
Sito web : www.civiltacontadina.it

Per Civiltà Contadina, gruppo locale Alta Brianza-Vallassina “Lia Nardini”
Teodoro Margarita

Tra le associazioni e media amici che ci aiuteranno nella buona riuscita dell’evento troviamo : “Circolo Ambiente Ilaria Alpi” , Altracomo, Il Gambero Verde, settimanale extraterrestre de Il Manifesto, Ciboprossimo. Rete Semi Rurali. Edizioni Pentagora.

Seed Savers: “…quei bei fagioli striati della Valsassina…”

Erano tre fagioli belli grossi, simili ai bianchi di Spagna ma viola e striati di marroncino scuro, solo tre fagioli. Me li aveva procurati Mariuccia di Malgrate “Vengono dalla Valsassina, me li ha dati la signora Domenica, volontaria alla bottega equa di Lecco, glieli ha dati, tanti anni fà, la sua mamma e lei li ha sempre coltivati in quel di Barzio, su in montagna.

Queste le notizie, contemporaneamente scarne e preziose, essenziali su quei tre fagioli.

La signora Domenica, poi ho saputo, è morta. A me sono rimasti quei tre fagioli. Gli anni sono passati, son venuto a sapere tante altre cose su quei fagioli, intanto il loro bel nome scientifico “faseolus coccineus” per via del colore, rosso, molto intenso, dei fiori e tante altre cose.

Ho scoperto che sono una varietà, ne esistono anche in altre versioni, non solo viola, possono presentare altre fogge altrettanto variopinte, si tratta di un fagiolo di montagna molto resistente presente sulle nostre Prealpi, diffuso dalla Valvarrone alla Val Camonica, veniva chiamato dalle popolazione che lo coltivavano “scazafam” scacciafame, bastava a riempire una bella pentola per una zuppa sostanziosa e le tingeva di rosso.

L’ho coltivato con cura, è una varietà molto forte, si arrampica con vigoria e raggiunge e supera facilmente i tre metri, presenta una vegetazione imponente di un bel verde intenso, germoglia con facilità e si avvince al sostegno presto, conviene approntare dei paletti alti, meglio ancora lasciarlo andare, liberamente su un albero o su un pergolato.

Con il passare degli anni, non molti, per molte stagioni ho sempre conservato soltanto tre fagioli: tutti gli altri li ho donati, regalati ad amici, ai vicini, a chi me li chiedeva. Questa stagione è la prima volta che ne tengo di più per me. Perchè , finalmente, i fagioli di montagna della signora Domenica possono dirsi salvi: amici che ne avevano ricevuti ne hanno riprodotti a sufficienza: per l’anno venturo voglio provare a cucinarne un pò.

Non ne ho avuto l’ardire, sempre teso alla loro diffusione e a nulla mi è servito il sapere che questi fagioli erano coltivati da amici in Val Varrone, sulle montagne dell’Alto lago di Como, i miei fagioli restano quelli di Domenica e mi tocca preservarli, tenerli preziosi, chi me li ha affidati lo ha fatto persuasa di avere a che fare con un vero “seedsaver” un buon custode di semi antichi e tale, io, son voluto essere.

A chi volesse cimentarsi nella loro coltivazione posso dire di pazientare: non ne spedirò a nessuno, intendo, data la quantità non notevole, limitarne la riproduzione nelle valli qui attorno e diffonderne tra amici fidati, una volta che saranno diventati più diffusi ed abbondanti, volentieri potrò cederne, ma mai più di tre alla volta. A me tre fagioli son bastati, sono bastati per riprodurne altri e seminarne in giro, chi ne ha ricevuti si è detto contento e nessuno me ne ha mai richiesti di più.

Anche questa è una bella storia, una buona e salutare pratica di sobrietà e cura, dalla montagna di Barzio, in Valsassina fino a casa mia, in Vallassina, nomi che spesso sono confusi: tra le due valli c’è però il lago, il ramo del lago di Como dalla parte di Lecco, dalla mia finestra si vede la Grigna , una montagna aguzza ed alta che d’inverno si riempie di neve, ecco, proprio da dietro quelle guglie, di là mi son venuti i tre fagioli della signora Domenica, grazie, dormi Domenica, sulla valle vegliano , numerosi, ciocche di fiorellini rossi e sale il buon profumo di una zuppa di fagioli gustosi.

Mio articolo uscito il sabato 24 settembre 2011 su Bioregionalismo Treia

Pomodori sul Lambro

Lambro
Questo fiume, originato da una sorgente sui monti del triangolo lariano dal nome antico, Menaresta, ovvero, in dialetto, intermittente, è considerato tra i più inquinati d’Europa.
E lo era anche qui, davanti a casa mia, ad Asso, non molti decenni orsono. Il Lambro era un fiume Arlecchino e a seconda delle lavorazioni in corso nella locale stamperia cangiava di colore e lo vedevi giallo, rosso, blu di settimana in settimana. Poi vi si aggiungevano gli scarti delle imprese che lavoravano le forbici e prive di qualunque depurazione, il cromo, il nichel residuo finivano direttamente in acqua.
Già questa sarebbe stata la morte e la fine del corso d’acqua, no, non bastava, innumerevoli scarichi industriali dell’operosa e velenosa Brianza, non sono io, cito Battisti, continuavano l’opera di assassinio del Lambro fino al suo sbocco nel Po, fino all’arrivo a Milano allo stato di cloaca chimica pura.
Questo il Lambro.
Sono passati gli anni, le piccole officine dei forbiciai hanno chiuso i battenti grazie alla concorrenza asiatica, la stamperia si è dotata di un buon depuratore, mano mano hanno fatto le restanti industrie ed ora il Lambro, almeno qui, a monte, è tornato vivo.
Lo testimoniano le troterelle che vi nuotano dentro, le famigliole di anatre che vi abitano stabilmente, l’airone che pesca e se ne sta tutto serio e compito sul masso al centro dell’alveo.
Nonostante un serio sversamento di idrocarburi di una ditta di Villasanta, il Lambro dimostra che se si vuole, un fiume può rinascere alla vita, può riprendere ad essere portatore di acqua e non di veleni.
Occorre che gli uomini lo vogliano, che le leggi che essi stabiliscono vigilino e decretino sulla salubrità dell’acqua.
Ma io voglio parlarvi dei pomodori sul Lambro, si, voglio descrivervi i pomodori, diverse varietà, che stanno, ora, in questi giorni maturando a decine e decine nel greto del fiume, qui ad Asso, di fronte all’Oltolina, proprio in mezzo al paese.
Sono andato a raccogliermene qualcuno, sono davvero tanti. Sono germinati e spuntati, sono andati avanti, sono venuti su in silenzio ed ora eccoli: a pera, tondi larghi, piccoli ciliegini, lunghi e a punta, a peretta. Pomodori sul Lambro come emblemi di gioia, di una speranza che è espressa da colori i più sgargianti, il rosso dei pomodori frammisto al verde dei piccoli pioppi, dei salici, della menta acquatica, del pepe d’acqua, di tutte le altre essenze che ci si aspetta di trovare lungo un fiume prealpino… e questi pomodori!
Come se una mano geniale si fosse divertita a creare un orto magico, diffuso lungo un fiume, tra i sassi, lungo le rive, sotto il ponte.
Li prendo come un auspicio, come un segno di augurio, una fervida speranza: se nel Lambro possono nascere e vegetare, diventare maturi i pomodori vuol dire che ce la possiamo fare?
Alcuni anni fa io avevo interrato lungo le rive dei tuberi di topinambur, anche quelli sono spuntati, avevo anche gettato dagli argini, semplicemente giù dalla strada, semi di enotera, bellissimi fiori gialli: eccoli là, in mezzo ai pomodori in una commistione di colori unica.
Se altri seguissero, se altre essenze venissero messe a dimora, se altro fiorisse assieme a questi bei pomodori, chissà, un giorno potrebbero tornare altri animaletti, si potrebbero riprodurre più uccellini, a causa del cibo che troverebbero facilmente, chissà…

Godiamoci questa fine estate e se passate di qui, scendete lungo il greto e ammirate anche voi questi pomodori, magari ne portate a casa qualcuno. Non dalla Sicilia, non dalla Spagna, direte ai vostri figli, questi sono pomodori figli di una speranza
nuova e tutta lombarda: sono i pomodori del Lambro.
Teodoro Margarita.

Scambio dei semi

Forse non ci si rende conto di cosa e quanto muove, anche economicamente, uno scambio di semi ben organizzato. Bisognerebbe sapere, per esempio, per farne uno solo, che, quando acquistai una bustina di tithonia, fiore bellissimo detto anche “girasole messicano”, ne trovai sei semi, dico “6”, e non oltre, presso la Coop di Serfontana, Canton Ticino, Svizzera. Il costo della bustina, prodotta dalla ditta certificata biologica “Sativa” è stato di sei franchi svizzeri. Considerando che conteneva sei semi, ciò vuol dire il costo di un franco svizzero cadauno. Di questi sei semi, solo due germinarono. Da allora, liberamente ne sto distribuendo, regalando ai vari scambi di semi in giro per l’Italia, non so quante bustine. Quest’anno, estate particolarmente favorevole dove abito, Cranno, colline del triangolo lariano, qualche temporale, anche grandine, ma nulla di devastante, ha favorito la crescita delle tithonie e di tutti gli altri fiori che da sempre coltivo in consociazione.

Significa che avrò, ho già un piccolo patrimonio, vedendola solamente dal lato economico, di semi di tithonia. I cosmos, le cosmee, le zinnie, i numerosi tagetes minuta, rappresenteranno quanto di prezioso, di bello, di autoriprodotto da anni e quindi sicuro, certo, acclarato, io metta in comune nella rete degli scambi di semi.

Civiltà Contadina, l’associazione della quale faccio parte e sono dirigente, ha una sua Arca dei semi ed un suo Index Seminum accessibile agli iscritti e certamente i miei semi sono a loro disposizione.

Ma ne ho di più, un surplus di quanto mi venga richiesto. Tengo per me e per le persone vicine, un seedsaver deve curare meticolosamente i buoni rapporti col vicinato, una adeguata quantità, a Civiltà Contadina , avremo una assemblea nazionale, in novembre, lascio un bel sacchetto per ciascuna essenza ed ancora me ne avanzeranno.

Ho redatto schede su queste varietà, me ne richiedono per posta. Ne spedisco, in cambio del costo della affrancatura. Ci penso. Ed è proprio così. Le multinazionali come Monsanto, Dow Chemical, Dupont e le altre, espressione finale dello spirito rapace e dell’avidità oltre ogni limite del capitalismo, del mondo visto solo come una sacca senza fondo dalla quale attingere, ad ogni costo, umano, sociale, culturale, a costo di qualunque guerra o fame, proprio questo non vogliono.

Hanno creato prima ibridi F 1 ed F 2 e poi messo “mano” agli organismi modificati geneticamente esattamente per creare sementi non più liberamente riproducibili.

La mia tithonia, fiore bellissimo, liberata dalla sua bustina con prezzo, codice a barre e certificazione biologica annessa, l’ho potuta donare, scambiare, diffondere, portarla in giro nelle mie  vacanze ed ogni dove, certo del suo attecchimento. E’ solo un fiore. Moltiplicate, provate ad immaginare cosa significano tonnellate, milioni di tonnellate di mais, di riso, di soia assolutamente non riproducibili e che devono, ogni anno, essere riacquistate, per forza, dai coltivatori.

In virtù del loro essere stati brevettati, sequenziati anche parzialmente, questi semi sono solo zavorra, palla al piede di una terra incatenata al profitto.

Sono non semi di vita ma semi di profitto. E non accenniamo al discorso della qualità infima, venduta per eccellente ma è neolingua pubblicitaria orwelliana: gli OGM sono esattamente feccia da un punto di vista della resistenza alle avversità, a qualunque insetto erbivoro, a qualunque muffa voglia invadere i campi.

Sono partito dalla “mia” tithonia di origine biologica, sono partito da quanto muove, invece, in termini positivi uno scambio di semi ben organizzato.

Aldilà della conoscenza necessaria, delle amicizie incredibili che nascono tra noi, dei rapporti forti che si stabiliscono, siamo là perché sappiamo quale è la posta in gioco vitale, i nostri sacchetti, le bustine di semi fatte in casa, rappresentano un tassello fondamentale verso l’autonomia.

Se i politici più consapevoli, che pure esistono, si battono per fare opposizione verso gli OGM ed abolire le leggi che stringono il cappio attorno alle sementi nostre, le sementi contadine, se gli scienziati come  Gianni Tamino e Vandana Shiva scrivono per appoggiare la nostra feconda battaglia, siamo noi, seedsavers, salvatori di semi, la base, il movimento che combatte, armato di conoscenze, di costanza, d’amore e fede tenace, la pars costruens, siamo noi che deteniamo nei nostri orti la vita, il buon seme.

Chiamata a raccolto sarà il 25 novembre 2017 a Seren del Grappa. E’ indubitabilmente il più grande scambio di semi d’Italia. Ci saremo. Ci sarò. Perchè le tithonie, così come i fagioli, il mais, il pomodoro, deve viaggiare. Il buon seme deve cantare la sua libera e bella canzone negli orti.

E più associazioni e coordinamenti e gruppi informali e collettivi ci sono e meglio è.

Il movimento è uno, le sue voci, tante. Ci incontriamo, qualcuno mi ha scritto che Civiltà Contadina è “la nonna di tutti”, ma si se penso alla baldanzosa e fiera Nonna Abelarda dei fumetti, certamente,

Nonna Abelarda con un cazzotto era capace di stendere un toro. Noi, più modestamente, ci accontenteremmo di stendere un velo di terra, un lenzuolo salvifico di humus, che dormano tranquille, le buone e libere sementi, nei nostri campi. Primavera, verrà.

Teodoro Margarita

La Rete Semi Rurali

La Rete semi rurali è una associazione di secondo livello. E’ lo sbocco istituzionale di un movimento, quello dei seedsavers, salvatori di semi, che in questi anni, gli ultimi dieci, quindici anni, è cresciuto impetuosamente. Riuscendo solo raramente a bucare lo schermo dei media importanti, soffocato dalla ingombrante e compromessa figura di Carlo Petrini e dalla sua Slow Food onnicomprensiva e vorace, un movimento come il nostro, nonostante l’oscurità mediatica, si contano sulle dita di una mano le volte che la Rai o i grandi giornali si sono occupati di noi. Ciò nonostante, il movimento cresce. Noi, ovvero Civiltà Contadina, ne siamo parte fondante e la sola associazione strutturata operante a livello nazionale. Più presenti nel settentrione, ci siamo. E’ stato del nostro presidente storico, Alberto Olivucci, il primo libro “Salva i semi con i seedsavers” ed ancora è nostro il “Manuale per salvare i semi e la biodiversità” nelle sue due edizioni, l’ultima, con Terra Nuova.
E’ sempre Civiltà Contadina che è entrata nelle università, Politecnico di Milano e Accademia di Brera. Tesi di laurea sono state scritte su di noi e le nostre tematiche. La Rsr raccoglie il meglio di tutte queste intelligenze.
Ci conosciamo e di persona. Riccardo Bocci, Massimo Angelini, Claudio Pozzi, Tiziano Fantinel. Nelle regioni dove operiamo da sempre, promuoviamo scambi di semi. Promuoviamo la ricerca delle sementi rurali.  Ricerca metodologicamente scrupolosa. Privilegiando le essenze locali aventi un nome dialettale, il che vuol dire stabilire una storia etnobotanica dell’essenza in questione. Ciascuna associazione ha i suoi fiori all’occhiello. La nostra sezione lombarda ha ritrovato e riprodotto essenze che altrimenti sarebbero scomparse con tutta la loro storia popolare. Una, in particolare, il “miliun” che, per dire, cresce abbondantemente nel mio orto, questa bella e fruttifera cyclanthera pedata. Altre associazioni hanno le loro patate, i fagioli, i pomodori, per non dire delle infinite varietà di mais, di cereali antichi sottratte all’oblio.
Ci siamo. Globalmente, cresciamo e non è questione di numero di iscritti. Scissioni, ricomposizioni, un mare biodiverso che ribolle. Incomprensioni, rotture anche sul piano personale, una somma di problemi non hanno arrestato la crescita impetuosa del movimento perchè è di un movimento che si tratta.
Un movimento che ha saputo trovare i suoi alfieri, la sua poesia, ha le sue bandiere e sono diverse e tante ed è giusto, sacrosanto sia così. Ciascun contadino, anche uno solo, cosciente e consapevole, sa di possedere un tesoro, una grande risorsa non solo genetica ma la memoria di un piccolo popolo che ha adattato a sè, alle proprie esigenze, al pedoclima della propria terra, quell’ortaggio, quel particolare cereale, quel singolare albero da frutta, quell’animale della bassa corte.
La biodiversità ha questa caratteristica, quella di essere locale, esistevano già le patate usate da tutti, le patate provenienti dai laboratori americani, meglio dire statunitensi, ma il nostro grano, il nostro mais, così ci dicono i contadini, canta un’altra, singolare canzone.
In questo settembre che ha seguito una estate torrida e infuocata, momenti importanti per il movimento. Il convegno Fao a Roma al quale la Rsr ha partecipato sulle “Case delle sementi”, riconoscimento al livello più alto dell’importanza dei seedsavers e del loro lavoro di riproduzione e custodia. Nei giorni 14 e 15 ottobre prossimi, a Bergamo, si svolgerà il vertice dei ministri dell’agricoltura del G 7.
Cosa andremo a dire, tutti quanti insieme, noi salvatori di semi, a quei signori? Sappiamo di già che Slow Food, parole del ministro Martina, sarà nei palazzi, a pranzo con loro.
E noi, cosa ne dice il movimento di base per la biodiversità? Cosa andremo a dire, noi, seedsavers? Cosa dirà ogni singola associazione o collettivo, e infine la Rsr, cosa dirà nel suo complesso?
Una posizione comune? Ciascuno per la sua strada? Arrivano ministri con idee diverse, quello Usa, emanazione del pensiero (?) trumpiano, nettamente pro-OGM e negatore del cambiamento climatico e gli altri, con sfumature diverse se non in netta contrapposizione agli Americani.
Il nostro movimento cresce, è nostro dovere dargli un’espressione pubblica, politica, nel termine più nobile della parola.
Civiltà Contadina aderisce alla Rete bergamasca sul vertice dell’agricoltura.
Aspettiamo di sentire gli altri o la Rete Seme Rurali nel suo complesso.
Ci vediamo a Bergamo! Con buone idee.
Il buon seme si salva stando insieme.