Sapere di semi

Si impara, ci vuole molto tempo, pazienza, uno spirito d’osservazione tenace, quotidiano, ma, alla fine, si impara. Ci vuole tempo, volontà. Infine, con una certezza quasi assoluta si apprende a riconoscere quale forma abbiano le tue piantine allo stadio di mono o dicotiledoni.
Se vuoi coltivare il tuo orto, il tuo campo nel migliore dei modi, è necessario che ti impadronisci di un sapere che era comune ai contadini di un tempo ed adesso, si è perso.
Perché era normale riprodursi da sé le proprie sementi, poi, col mutare delle leggi del mercato, sono sempre meno coloro che si approvvigionano delle piantine da mettere a dimora senza far ricorso all’acquisto di piantine già grandicelle. Un salvatore di semi, un custode di antiche sementi deve, per forza di cose, possedere questa conoscenza. Ci sono i manuali, certo, ma nei manuali non ti possono illustrare la sottile differenza tra i cotiledoni, ovvero le prime foglioline del prezzemolo utile o della velenosa cicuta. Simili le piante da adulte, simili anche nel germinare.
Oggi 25 maggio 2017, sul Manifesto, uno studioso di cose rurali, ha scritto un articolo di rara concisione ed efficacia sulla cultura contadina, sul sapere vernacolare incredibile e diffuso che si è perso, Piero Bevilacqua, protagonista al Festival dei Sensi con “Corpi al lavoro, i contadini in un mondo di parole”. Sono riflessioni sue ma che erano già mie, già nostre, del mondo piccolo ma decisamente curioso, carico di memorie, del quale fanno parte i seedsavers. Tra i saperi orali e manuali perduti, questa conoscenza immediata, a colpo sicuro, di una essenza anziché di un’altra, questa, bisogna possederla. Nei manuali non può esserci, per forza di cose, tutto. Così, cominciando, parlo per me ma per quanti conosco è stato un processo simile, si impara dai più facili.
Impari a distinguere le due lunette iniziale delle labiate, il basilico, impari a riconoscere quando spunta. E non solo, impari a riconoscere e non avere paura di quella strana, azzurrina, tenue mucillagine che si forma sui piccoli semi dopo pochi giorni e che, svanendo, lascia il posto ai dicotiledoni che ti diventano familiari. Impari in un vasetto composto col terriccio del tuo podere, impari a non comprarlo più e ricostituire da te anche la tua terra per i vasi, a riconoscere ed estirpare le infestanti più diffuse, la parietaria, la celidonia, il romice, il senecio e sono infinite e dipende da dove abiti e dove coltivi e da cosa cresce all’intorno. Nei miei vasi spuntano frequentemente robinie, bagolari, frassini, ligustri, susine, impari a riconoscere e strappi, con due dita, fuori, con calma, badando a lasciare nel vasetto il terriccio, strappi solo l’infestante. Dopo tanti, per me dal 1982, quando ho cominciato ad imparare, anni, diventi esperto, si, diventi abile e riconosci senza sbagliare la gramigna dal grano o dal mais, l’orzo dall’ordeum murinum, quello selvatico, impari quali sono le infestanti presenti nel tuo terreno e muovi sicuro le mani, anzi, le dita.
Così, aspettando, pazientemente che germogli la specie giusta e non quelle indesiderate, ti rimangono nella mente, ma molto di più negli occhi, nella sensibilità delle dita quei preziosi saperi.
Impari e riconosci, poi, all’interno di una stessa specie, le differenti varietà.
I tagetes, per esempio, impari a riconoscere i dicotiledoni del più comune, il tagetes patula e poi quelli più rari, il tagetes minuta, il tagetes lucida. Impari, ed è un processo a ritroso nella memoria di un popolo che contadino era e facendo imparava e facendo ritrasmetteva conoscenze senza necessità di scrivere. Contadini che non avevano parola ma corpi, corpi che sapevano.
Non riconosci solo dalle forme ma dal tatto, la carnosità di un germoglio, alle volte, il suo odore.
Per risalire a questa sapienza, è importante partire da un vaso. Chi semina su larga scala, non impara nulla. Macchine depongono il seme, macchine diserbano, macchine regolano l’altezza, macchine raccolgono, mietono, trebbiano. Un professionista siffatto non ha nemmeno bisogno di riconoscerlo il cotiledone del mais. La sapienza rinasce facendo di persona. Si parte da un vivaio.
Un vivaio costituito da vasi di diversa foggia e dimensione per le differenti essenze. Impari dalla a alla zeta. Impari a tenere in mano il vasetto… scontato? Affatto, quando ho avuto il mio bravo orto didattico, non erano pochi i bambini che si lasciavano sfuggire il vasetto dalle mani, irrimediabilmente tutto perso, vasetto, terriccio e buona semente.
Allora, ci vuole pazienza e non rimproverare, su, ricominciamo daccapo. Un vivaio, i vasi lunghi e rettangolari da geranio, quelli tondi, per i fiori ed una infinita serie di recipienti che si possono anche autoprodurre e riciclare. Alice Pasin, architetto paesaggista, quando tornò dall’Azerbaigian, portò bustine di sementi comprate al mercato: una emozione vedere come queste signore, babushke, nonne, avessero confezionato e cucito, a mano, quelle bustine in carta e scritto con la chiara grafia, in cirillico “Delfinium”, e raccontò di come, nei mercati locali, mercati popolari, usassero vendere piantine nelle latte del pomodoro o dell’olio o della prima cosa fosse un recipiente disponibile, basta forare sul fondo e pure i vasetti dello yogurt diventano vasi.
Normale, nella mia infanzia, incontrare vecchie vasche da bagno diventare fioriere o semenzai.
Un vivaio è il principio ed è giusto, vivaio è una bellissima parola, viene da “vita”, in francese si dice “pèpiniere” e non ha la stessa radice. Vivaio sembra essere il contrario di “mortaio”, nel vivaio allevi il principio della vita del tuo orto, nel vivaio impari a riconoscere i germogli.
Impari a proteggere il tuo vivaio, puoi costruirti la tua serra, in città, ma non solo, conosco persone che seminano nella sala da bagno, delle vetrate ampie aiutano, oppure nell’intercapedine delle finestre. Se si ha voglia, si trova lo spazio per seminare.
Ed impari, impari la differenza tra monocotiledoni e dicotiledoni. Impari a conoscere la luna, il tempo, le stagioni, impari oppure ti servi di un calendario biodinamico, ottimo quello di Maria Thun, Editrice Antroposofica, impari anche le stranezze e le fissazioni di questo calendario.
Da un decennio lo acquisto e mi chiedo, è invariabile, è così, fisso e stabilito, ogni Venerdì Santo, Sabato Santo, ogni anno è tratteggiato: non si può seminare nulla. Conoscenze astronomiche o superstizione religiosa? Mah, chi lo sa, chi lo può sapere, ma Catone nel suo De agricoltura, manuale molto preciso e ruvido, sbrigativo, oltre a consigliarti cosa e come coltivare, quale frutta secca mettere da parte per gli schiavi, ti elencava, pure, perché non si può mai sapere, anche una serie di scongiuri ed incantamenti. E si, i Romani antichi credevano che qualcuno potesse fare “volare” alla lettera, tutto il tuo raccolto, nel proprio campo e, dunque, bisognava pur conoscere lo scongiuro adatto. I Romani, quelli che hanno costruito strade sulle quali si circola ancora oggi e costruito ponti che l’Anas se li sogna. Ovvero, permane e permarrà sempre, lo stupore, la meraviglia. Per quanto si possa essere certi di riconoscere e di sapere, cosa accidenti stia spuntando nel proprio vaso, se non abbiamo comprato la sterile e morta terra del supermercato, certificata “sterile”, asettica, immune da ogni contaminazione, un elemento di perplessità, permane.
Per esempio, ho seminato, come da diversi anni, il sorgo rosso, pianta preziosa e importante.
Non germinava, io lo so che il sorgo è una graminacea, quindi monocotiledone. Ovvero, come per il mais, spunta un solo stelo che cresce e si sviluppa. Bene, ho seminato in aprile, una marea di sementi differenti, non voglio restare sprovvisto, quindi nei giorni di Pasqua, venerdi e sabato esclusi, come da calendario di Maria Thun, quindi anche il sorgo. Siamo a fine maggio, in un mese, nulla. Allora mi sono voluto illudere ed ho visto il sorgo sotto altra specie e forma.
Ho voluto credere sorgo ciò che sorgo non poteva essere e lo sapevo bene. Piantine, germogli dicotiledoni: sarà per caso questo? E via a spiare… osservare cosa venisse fuori. Finchè, questa mattina, in un vasetto tondo di quelli classici neri, eccolo per davvero. Il sorgo, il monocotiledone senza dubbio che si origina dal piccolo e lucido semino rosso.
Vado a cercare in rete: il sorgo va seminato dopo la prima metà di maggio, ha bisogno di caldo.
Solo in questi giorni, infatti, la temperatura si mantiene sopra i venti gradi e poco sotto i trenta.
Ovvero, ho sempre saputo come fosse il germoglio del sorgo ma non volevo aspettare troppo.
Infine, è arrivato, e come è germogliato in quel vasetto, sono certo, germoglierà ovunque.
Importante scrivere di queste cose. Non si trovano nei manuali di agronomia.
Essi sono fatti per una agricoltura su vasta scala e si suppone che all’agricoltore moderno, dotato di macchine, non importi nulla né della forma del cotiledone e tanto meno della luna o del calendario religioso della Maria Thun. La mia prima suocera che di certe cose si intendeva, seminava in grandi catini, le essenze per la casa, le aromatiche necessarie alla cucina meridionale, diceva che i semi sono come le stelle: porta male a contarli.
Vorrei essere presente a quel Festival dove Piero Bevilacqua, ho avuto modo di sentirlo al telefono, persona squisita, e mostrargli queste pagine. Sono la cultura contadina che io, laureato, provo a mettere per iscritto e per iscritto, queste cose, non stanno.
E’ importante fare da sé, partire dal vaso, dal vaso sul balcone e comunque da un vivaio.
E’ vitale conoscere come sono fatte le pianticelle, non lasciare a biologi e genetisti, solo a loro, la conoscenza. Conoscenza sterile perché senza memoria, senza amore, senza costanza, senza uno stormo di anatre che ti distrae sorvolando il tuo podere all’improvviso, senza le farfalle, senza quel bruco che se ne sta là, perché mai, appeso sul muro, immobile ma immobile non è, a fare la sua muta. Conoscenza sterile perché nei laboratori non passano i bambini o Penelope, la curiosa ed affettuosa, e cacciatrice infallibile, micia dei vicini. I semi sono segni. Scrissi, ed avevo vent’anni,
“L’alfa alfa germoglia, le betulle sono delle piccole beta che spuntano tutte nell’infinita gamma dei segni” laddove l’alfa alfa è un’erba, e non tutti lo sanno. Mario Rigoni Stern, lo scrittore, ha detto che è il contadino il portatore della cultura più ricca e più completa. Aveva ragione, è il contadino, abitante del contado, ciò che circonda la città, come “paysan” in francese vuol dire abitante del paese, il territorio nel suo insieme. Eravamo tutti o quasi contadini, conoscevamo tutti le forme dei germogli. Non basta un ecologismo militante per riportarci alla Terra, la Terra bisogna averla sotto le unghie, bisogna metterci le mani dentro. Saper leggere, leggere di terra, serve. Esistono case editrici che hanno svolto un lavoro esemplare, piccole e preziose, Quaderni d’Ontignano, per esempio, riviste che hanno recuperato un sapere immenso, la AAM Terra Nuova che significava “Agricoltura, alimentazione, medicina”, adesso c’è Pentagora dell’amico Massimo Angelini.
Sono tanti i riferimenti bibliografici intorno alle cose della terra che parlano della terra e dei contadini con venerazione e rispetto, che rispettano il seme e la fatica, che conoscono le nuvole e sanno quali porteranno la grandine. Ma esisti tu, tu che hai deciso di coltivare e quindi di coltivarti.
Quanto a me, il primo riferimento scritto alla Terra, riferimento fantasioso, leggendario quindi degno di memoria ed assieme pratico quindi vivo, risale alle elementari, il sussidiario della Fabbri editori, si chiamava “Il perché delle cose”, vi leggevo che, forse, l’agricoltura è nata per un gioco di imitazione dei bambini che seppellendo dei semini, hanno poi scoperto che questi, meraviglia delle meraviglie, germogliavano. Questa cosa mi ha colpito, mi è rimasta dentro. Sono parole gravide di immaginazione. Le porto dentro come mi rimane dentro l’odore penetrante dei buoni pomodori, le piante, non i frutti, quando ci passavo in mezzo. Lo risento, quando crescono i miei. Mi torna alla mente quell’odore e rivedo mia madre che quei pomodori, certamente, aveva provveduto a “pastinare” ovvero a coltivare. Mi viene in mente questo e con orgoglio, tutta la sapienza antica dei nomi dialettali delle piante, l’”accio” che poi è l’apium, il sedano per i Romani e mi rendo conto che l’analfabetismo di mia madre, contadina, era un vivaio immenso, un patrimonio di conoscenze che, messo per iscritto, mi basterebbe per infiniti saggi. Per me, avere le mani nella terra, la bella terra marrone scuro, significa fare e pensare. Significa restare connesso col senso delle cose più pronde e che anche quando non scrivo, invece lo sto facendo. Si, quando riproduciamo i nostri buoni semi di varietà antiche, noi facciamo cultura, noi ci coltiviamo e coltiviamo un mondo umano connesso col suo passato, che sta vivendo nel presente e che è fiducioso nel futuro. E siamo meno tristi per chi ci ha generato e più non possiamo abbracciare. Esso, essi, tutti i contadini e le contadine che ci hanno preceduti, stanno con noi e con noi stanno, anch’essi, anche loro, connessi, intimamente collegati dalla tua mano, dai tuoi occhi nella terra ed anch’essi, confidano e sperano, fanno voti solenni a tutte le divinità del cielo e della terra, iperuraniche o ctonie, che tu possa vivere, che i tuoi semi possano germogliare, che chi ti sta leggendo, e leggere viene da raccogliere, possa provare come te questa gioia immensa. “Essi mi seppellirono, credendo di uccidermi. Ma essi non sapevano che io ero un seme” questo è un detto Mapuche, e mi appare come la immagine più bella per concludere, si fa per dire, il nostro ragionamento. Allora, anche tu, non hai cominciato a preparare il tuo vaso? Fai in tempo, la stagione, per i contadini del sud la “stagione” era l’estate, puoi seminare ancora basilico, fagiolini, attento al prezzemolo , è capriccioso, ci mette tanto tempo, come il sorgo rosso.
Abbi fede, anche quello, se lo semini, senza dubbio, come una bella pagina di poesia, come una canzone nuova, emetterà le sottili piccole ali e si innalzerà. Ricordati di lasciare andare a seme una bella piantina, il prossimo anno, non dovrai comprarlo.
Teodoro Margarita, salvatore di semi.

Semi per Lampedusa

In occasione di “Seeds and chips” evento molto modaiolo svoltosi a Milano durante la prima settimana di maggio, il ministro per l’agricoltura Maurizio Martina ha offerto all’ex presidente americano Barack Obama dei semi provenienti da Lampedusa. Questi semi, quattro varietà antiche, favino nero, orzo, lenticchie e zucchine sono state raccolte dall’associazione Terra! Onlus che sull’isola da qualche anno ha allestito un orto sociale condiviso “P’orto di Lampedusa”.
Seeds and chips a Milano ha voluto essere una sorta di raccolta del testimone di Expo 2015 “Energie per la vita. Nutrire il pianeta” che sappiamo cosa è stato e che cosa ha rappresentato.
Della venuta di Barack Obama a Milano i giornali ci hanno raccontato della cena a pagamento, 850 da versare, per sentire il discorso di Obama. Sappiamo del dispiegamento di forze di polizia ingente, della passerella in centro, conosciamo il menu delle varie cene e pranzi, sappiamo di Renzi, ex capo del governo e di come questa Seeds and chips abbia avuto grande eco sui media.
Seeds and chips: semi e patatine. Vogliamo andare oltre, scavare sotto l’apparenza?
Barack Obama è stato il presidente Usa che ha fieramente dichiarato di aver lasciato il proprio paese più armato, fino ai denti, le sette potenze che seguono gli Usa, tutte insieme non eguagliano il budget speso per la difesa dagli Americani durante la presidenza Obama. Trump dice che gli Stati Uniti sono si sono indeboliti: mente sapendo di mentire.
Barack Obama, premio Nobel per la Pace. Quanto alla sua relazione col mondo dell’agricoltura, dobbiamo ricordare che Obama ha firmato il cosiddetto “Monsanto Act” ovvero la legge che annulla l’obbligatorietà negli Usa, sugli scaffali dei supermercati, delle etichette indicanti OGM o no nei prodotti alimentari. Significa che il consumatore non può più scegliere cosa mangiare, se non desidera ingerire derivati da sementi OGM, non sarà più in grado di leggerlo tra gli ingredienti.
Non siamo in grado di giudicare l’insieme delle politiche ambientali di questo presidente, il primo non bianco che gli Usa abbiamo mai avuto, gli riconosciamo, prima della sua uscita di scena di aver firmato il bando alle ricerche di idrocarburi nell’Artico e, subito Trump lo ha stracciato, anche uno stop all’oleodotto che minacciava le terre sacre dei Dakota.
Torniamo a Lampedusa. Ci torniamo in ogni senso, sull’isola, la scorsa estate, sono stato, ho partecipato a P’Orto, ho condiviso una settimana di incontri, di lavori, con i soci di Terra!Onlus.
Lampedusa è un simbolo potente, un faro sul mare. Tragedie umane derivate dall’esodo di centinaia di migliaia di persone dal sud verso il nord del mondo hanno fatto di questa isola un catalizzatore dell’attenzione dei media di tutto il mondo. Lampedusa è una piccola isola, più a sud di Tunisi, ha visto materializzarsi concretamente lo spostamento di popolazioni in fuga da guerre, persecuzioni, calamità ambientali e politiche. Lampedusa è, grosso modo, un rettangolo frastagliato, un bassopiano a picco sul mare, non ci sono alture di rilievo, un solo centro abitato, un porto, un aeroporto. Appena arrivati, in aereo, via mare, partendo dalla Lombardia richiede diversi giorni di viaggio, appare questa distesa di case in mezzo ad un paesaggio che presenta il verde solo nei canaloni che digradano verso la costa. L’agricoltura è scomparsa o quasi. L’isola è in preda alla desertificazione, la roccia madre appare viva, sempre più estesa. Muretti a secco dirupati, ovunque.
I resort e i bungalow, ville e villette per turisti sostituiscono le antiche masserie.
Lampedusa vive di turismo, decine di migliaia le presenze, concentrate in estate, l’agricoltura, una volta attività prevalente, assieme alla pesca dello sgombro, è relegata a fatto sporadico.
Il favino nero, l’orzo, i semi di zucchino e le lenticchie donati dal nostro ministro dell’agricoltura a Barack Obama, sono un simbolo, non una produzione di massa di Lampedusa.
Per esserci stato e per aver girato in lungo e in largo l’isola, non ci vuole molto, a piedi, qualche ora e il periplo è fatto, so che le lenticchie erano tipiche di Linosa, l’isoletta ancora più piccola che costituisce il comune, orzo, favino nero e la zucchina, immagino siano le belle zucchine tonde che ho trovato in vendita dai fruttivendoli, ma sono coltivate anche in Sicilia, regione alla quale appartiene Lampedusa. L’agricoltura messa da parte, lo spettacolo dei muretti a secco dirupati, delle vecchie coltivazioni abbandonate dappertutto, è il paesaggio dell’isola. Vista dal mare, un giro in barca, ne vale la pena, l’isola appare bellissima, spiagge splendide, massimamente quella detta “dei conigli” ma tutte le altre cale e calette ospitano una fauna avicola incredibile, il falco della regina, rondoni di mare tra le altre specie.
Abbiamo avvistato delfini, mare incredibile, laggiù. Veniamo alla terra. Nel pieno centro dell’abitato gli orti sociali gestiti da Terra!. Un piccolo appezzamento dove doveva sorgere un parcheggio, sono anche stati effettuati scavi archeologici ma i resti, fari e faretti erano tutti spaccati, abbandonati, vede queste porzioni coltivate. Salta all’occhio la differenza tra un modo di coltivare considerato “comune” ovvero le solite file di pomodori inquadrate a scacchiera ed un piccolo orto sinergico, con le sue pacciamature con paglia, le consociazioni tra aromatiche, fiori e verdure. Da una parte il deserto, combattuto con innaffiature continue e nel piccolo orticello curato dal permacultore Simone Palomba, il verde, il profumo della menta, il giallo svettante dei girasoli.
Non è per cattiva volontà che non si estende a tutto il complesso dell’orto quel saggio e poco idrovoro sistema. Lampedusa vive di acqua del desalinizzatore, tutti bevono acqua in bottiglia.
P’Orto è un progetto di orti sociali e gli utenti del Centro di Igiene Mentale sono i protagonisti.
Non discuto questo. I dirigenti e soci di Terra! Sono degli ecologisti convinti, persone che amano il pianeta, assolutamente sensibili. Che abbiamo procurato quelle quattro essenze ritrovate sull’isola e le abbiano fatte pervenire, per mezzo del nostro ministro a Barack Obama è cosa buona ed ottima.
Si tratta di porre le basi per una rinascita possibile dell’agricoltura sull’isola.
Essa, al momento, dipende in tutto e per tutto dal turismo e dalla pesca. Dalla Sicilia arrivano i generi alimentari che troviamo nei negozi. Non è sempre stato così. Lampedusa era una terra che viveva di mare e di agricoltura ed esportava prodotti di eccellenza. La storia ce la racconta il professor Taranto dell’Archivio storico lampedusano. La storia ce la ha raccontata il professore Tommaso Lamantia dell’Università di Palermo. Con lui abbiamo camminato per i canaloni digradanti verso il mare, ci ha parlato a lungo verso Cala Pulcino.
Lampedusa conosceva e, in parte, possiede ancora, una varietà di viti incredibile. Ogni marinaio, pescatore, marittimo imbarcato, riportava sull’isola vitigni ed anche sementi che trovava altrove.
Ogni uomo che dal mare traeva il suo vivere, era alla sua terra, per piccola che fosse, che pensava.
Lampedusa era conosciuta ai Greci, è stata trovata una moneta di piccolo conio, recante l’iscrizione “Lipadusa” è l’orgoglio dei lampedusani, indice di indipendenza e di tradizioni antiche, pluri- millenarie .
Lampedusa è stata cantata da Ludovico Ariosto. Terra neutrale universalmente riconosciuta, nel corso della sua storia ha accolto genti di fede e provenienze diverse. Celebre la grotta, ora diventata santuario, nella quale un santo eremita permetteva si celebrassero fianco a fianco i culti cristiano e mussulmano. Lampedusa terra di accoglienza. Terra di dialogo. C’è un museo, svettano sul suo tetto, pennoni che recano flottanti i giubbotti di salvataggio arancioni dei migranti, ci sono associazioni e reti di accoglienza. A Lampedusa c’è un centro sociale, “A scavuza” a piedi scalzi, il centro sociale più meridionale d’Europa.

Vogliamo citare il nome di Giusi Nicolini? Superfluo, mica tanto, il sindaco, che, ricordiamo, succede ad un altro, leghista, Mara Maraventano, Nicolini, era presidente del locale circolo Legambiente.
Ho lavorato in quell’orto, vissuto una quindicina di giorni a Lampedusa, visitato anche Linosa.
Da salvatore di semi, da ecologista radicale e profondo, quello che mi ha impressionato è il processo di desertificazione. La sensazione di degrado verso la roccia non è una sensazione.
Se si abbandona l’agricoltura, se si permette la pratica di una pastorizia senza vincoli, l’alternativa al deserto, su questi spazi ristretti, non esiste. Nella caletta dove era ubicato il nostro camping, Cala Greca, un personaggio incredibile faceva il suo compito per arrestare questo degrado. Nicola, e va bene chiamarlo così, per sua iniziativa spontanea, sta, da anni, piantumando aloe, agavi, oleandri e palme per rimboschire quel luogo. Perché, nelle profonde incanalature lungo i solchi delle fiumare stagionali, c’è umidità. Persino in pieno luglio, svegliandosi presto, i rami delle tamerici erano gocciolanti dell’acqua che evaporando dal mare per l’escursione termica, si depone sulla vegetazione.
Lo stesso fenomeno accade a Procida, anche più copiosamente.
Sfruttare questo processo piantumando, le tamerici, con le loro profonde radici, una , durante lo scavo del canale di Suez fu trovata con radici profonde trenta metri, vanno benissimo, si arresta il deserto. Nicola, solitario custode della cala, quando i turisti vanno via, lui, resta, fa bene.
I ragazzi di Terra! Sono , possono rappresentare una inversione di tendenza nell’abbandono dei campi. Il loro orto, coltivato in mezzo al paese, diventare un esempio di ripartenza.
Nel corso del campo abbiamo incontrato esponenti dell’associazionismo più illuminato e consapevole, esponenti delle famose Ong adesso sotto accusa, abbiamo conosciuto Legambiente, il circolo dedicato ad una bambina, Esther Ada, profuga, l’isola è meta di artisti, cineasti, muralisti, Terranera, tra gli altri.
Gli occhi del mondo guardano a Lampedusa. Se da Lampedusa si dipartissero, si diffondessero buoni semi di essenze forti e resistenti, buone pratiche agricole , modello per la prossima Africa, se i migranti accolti fossero accolti in questo progetto, avremmo tutti da guadagnare.
Non scordiamo che un evento imprevisto, al momento attuale, con la dipendenza alimentare totale dalle importazioni, una tragedia, togliendo la risorsa turistica, scaraventerebbe l’isola nella crisi più nera. Lampedusa è piccola. Si potrebbe fare. Ricostruire i muretti a secco, ripiantumare le viti partendo dalle varietà antiche. Adesso come adesso, camminando a piedi, troppa immondizia dappertutto, e quanto facile, col concorso di tutti, una buona raccolta differenziata, anche dell’organico per produrre in loco, ottimo compost di cui l’isola ha disperato bisogno.
I soggetti attivi sono tanti, le intelligenze disponibili anche.
Ho spedito semi di sorgo rosso, cereale che cresce bene con quel clima secco, altre essenze che necessitano di poca o nulla acqua. I salvatori di semi, che rappresento, ci sono.
Da Lampedusa, per diffondere semi buoni, buoni semi di autosufficienza e di libertà, è necessario che colà vengano coltivati. Veramente, con la costanza, la sapienza e l’amore che trascinano il mondo. Lampedusa come modello positivo, abbiamo conosciuto l’accoglienza, l’altruismo degli isolani, vorremmo che anche sul versante ambientale lo stesso impegno.
Dall’isola, da ambedue le Pelagie, un segno forte, un fiore di vita, un fiore di libertà nel Mediterraneo. Allora quei semi donati a Barack Obama, avranno davvero un senso, un forte ed inequivocabile senso di vita. Ci vuole l’impegno di molti. Le mie suole, le suole delle scarpe, lasciando Lampedusa, profumano, non portiamo via solo l’eco delle strida dei gabbiani e la voce del mare, lasciamo buona semente. Lasciamo un segno di vita che si riproduce. Lampedusa merita di rivedere le viti, l’orzo, le fave, le zucchine, gli alberi da frutto ricrescere e produrre. Come a Linosa e non li avevo mai visti altrove, i capperi piantati a giardinetto, nelle piazzole circondate da siepi di fico d’India. Semi per Lampedusa, semi da Lampedusa.
Teodoro Margarita, seedsaver, per Civiltà Contadina.

Il racconto del coltivare ovvero “Il pensiero della Terra”

Incredibile la quantità di idee che sopraggiungono mentre sei alle prese con le semine, il diserbo a mano, la potatura dei rami che intralciano, incredibile come è vivo il muoversi, il fare, quanto stimolante sia il coltivare. Coltivare significa coltivarsi. Un terreno non è uguale a nessun altro ed il paesaggio, la presenza di mari, laghi, fiumi, montagne o colline determina ogni azione.
Per non dire della latitudine e longitudine nella quale operi. Coltivare in pianura padana non è come coltivare nel Campidano, pianura anch’essa ma in Sardegna. Il tuo luogo, è lui che ti parla ed è dal luogo che impari cosa fare e come farlo e quando farlo.
Ci vuole tempo, anni, per capire come reagisce il tuo terreno alle diverse stagioni. Essendo sparito il vero sapere contadino, tocca a te reinventare, ritrovare, comprendere i venti, le nuvole, per agire bene in relazione alla tua terra. Solo tu sai, nessuno al posto tuo, di te che operi, respiri, vivi il tuo campo, può suggerire. Io coltivo in quel di Cranno, un poggetto all’inizio della Vallassina, Triangolo Lariano, tra Como e Lecco, e la punta , il vertice, freccia a nord, è punta Spartivento, in mezzo al lago di Como, più conosciuta è Bellagio.
Vivo e coltivo questo podere, avendo la società di massa estinto quel che restava del genius loci, mi sono assunto io il compito. Guardo verso il suolo e vedo i lombrichi attorcigliarsi felici nell’humus.
Levo lo sguardo al cielo, un palmo sotto le nuvole, a sostenere il sorriso del cielo, il rincorrersi dell’aria che gioca a formare battaglie di nuvole col vento, vedo aironi, anatre, corvi, merli, fringuelli, qualche falco, poiane…
Intorno, boschi di bagolari, detti anche spaccasassi, frassini, carpini, robinie e vedo distese di prati.
Ed un fiume, il Lambro, ed un torrente che va ad ingrossare il fiume tuffandosi da Cranno a formare la cascata Vallategna. Le cime dei monti, si sono innevate ancora di primavera inoltrata, siamo in maggio, le colline, l’alveo del Lambro con gli alti pioppi e svettanti salici.
Tutto questo vive e rivive quando vango, quando penso a cosa e dove seminare.
Dove sorge il Sole? Dove e quando sorge in inverno? Ed in estate e dove tramonta?
E quali sono i venti dominanti? Quali portano acqua, quali annunciano il caldo, come si chiamano, che regolarità hanno?
Ed ho imparato a conoscerli, la Breva, il Tivano, il Favonio, e Breva e Tivano sono i nomi locali ed hanno comportamenti singolari, solamente qui, in questa mia terra di laghi ed il lago di Como, in linea d’aria a pochi chilometri, influenza e fortemente il clima così come la presenza di alte cime come le Grigne che ammiro dall’orto nelle balze inferiori. In inverno il freddo rigido portato da un vento sibilante, è di là, da quelle vette, che arriva dentro l’ossa.
Chi sceglie di farsi contadino è dunque obbligato a conoscere la Terra, la terra nella quale vive e coltiva. Sapere il mezzogiorno e il settentrione, il levante ed il ponente.
Coltivare, dunque, restituisce al reale, all’esperienziale concreto. Ciò che riesco ad esprimervi adesso è poco, un granello delle infinite considerazioni che, accumulate e corroborate dal tempo, sgorgano giorno per giorno, stando qui, nel podere, lavorando o anche e non è, spesso, non meno importante, semplicemente, ed è una semplicità solo apparente, osservando, capendo, fiutando l’aria, le nubi, le correnti.
E cresci, cresci tu come persona così ed allo stesso modo, armonioso, delle piante.
Posso dirvi che quando devo inserire a Cranno una pianta nuova, importante, un arbusto che raggiungerà discreta altezza ed ingombro di superficie, ci penso. Ci penso su molto ma lascio che a “pensare” sia la pianta stessa e lascio che sia Cranno a decidere dove questa nuova creatura verrà a vivere. Come faccio? Oh, semplice, anche se, relativamente, faticoso, prendo la pianta in questione, per esempio un giovane pero, lo porto in giro per le balze, ho un terreno a terrazze, lo appoggio per terra, mi guardo intorno, penso, considero a fondo… no, mi dico, qui non starai bene, poca luce, troppo vento… vediamo laggiù. Finché non mi dice dentro la giusta posizione, proseguo per tentativi questo peregrinare. E, finalmente, qualcosa, qualcuno? La pianta, il terreno, il cielo, mi dice che si, quello è il posto adatto. This must be the place o se preferite, hic manebimus optime.
E non mi sono mai sbagliato. Perché, da quando sono qui ne ho visti di proprietari di ville , ultimamente hanno proprio dovuto chiudere l’unica strada, per abbattere alberi, per lo più conifere che, raggiunti e superati i venticinque metri, minacciavano le stesse abitazioni.
Qui a Cranno, nel podere a misura di contadino che ho, niente conifere, nessun albero monumentale.


Un faggio, una quercia mi occuperebbero ogni superficie coltivabile. E non intendo ergermi a signorotto di campagna. Qui voglio dialogare con le stagioni, prevedere, provare a prevedere ed ingannare il tempo. Quello interiore e quello esteriore, meteorologico tempo di fulmini e grandine, di neve, sempre meno e piogge, sempre meno diffuse nel corso dell’anno e sempre più concentrate.
Da quando sono qui ho i miei “Quaderni di campagna”. Ogni volta, finiti i lavori, su questi libriccini annoto quanto fatto, se non ho proprio potuto far nulla, per le ragioni più varie, la pioggia intensa, il gelo o semplicemente per altri impegni, annoto il tempo che fa.
Scrivere, quindi, mi aiuta nel pensare le mosse successive. Scrivere, in questo modo costante, non è attività intellettuale, spesso annoto alla svelta, mani non del tutto pulite e macchie marroni decorano il libretto, il farlo, sempre, è vitale.
Non oso nemmeno porre alla vostra attenzione la varietà, la mole immensa di pensieri che sgorgano direttamente dalla terra, dopo decenni di lavoro, ci vorrebbero , si potrebbero facilmente ricavarne dei saggi o dei romanzi, volendo.
E, lì, su quei libriccini, alle volte mi diverto a schizzarne qualche trama.
“La storia d’amore del salice e di una passiflora” avevo cominciato, proprio nel casottino di campagna dove ripongo amorevolmente i semi, i libri di botanica e gli attrezzi più preziosi, a scriverne… In qualche paginetta era anche emersa tenera, toccante.
Le stagioni influiscono molto. Un inverno come questo, freddo anche se non eccessivamente, ma arido, secco, esprime pensieri concisi, aspri. Estati umide, calde e pregne di vapori per frequenti temporali, allargano ed esauriscono, alimentano ed estenuano. Difficile essere scrittori e coltivatori insieme. Ce ne sono di scrittori-giardinieri ma vorrei chiedere loro quanto tempo dedicano allo scrivere e quanto al coltivare. Io, personalmente, curo il podere dalla semente alla lavorazione pesante. Questa la mia fatica e questa la mia gioia.
Certamente ed è una condizione di comunanza forte, mi sento affratellato a tutti quanti i contadini, liberi, coscienti, autonomi che ci sono sulla terra. Mi sento più affratellato a loro che ai “cugini” scrittori-giardinieri. L’essere un salvatore di semi, l’essermi assunto il compito di salvaguardare essenze rare della tradizione rurale mi pone in condizione di sentirmi responsabile.
Tanto deve essere salvato ma Cranno mi indica cosa il mio podere, questo poggetto tra i due rami del Lario, può realmente accogliere e custodire. Inutile incaponirsi con specie che Cranno non porta nemmeno a maturazione. I peperoni, le melenzane, qui non vengono bene. Punto. Bisogna rassegnarsi. Viceversa girasoli, zucche, zucchine, cetrioli, mais antichi ce la fanno. Pomodori, si, alcune varietà. Non ci arrivo subito, non ci sono arrivato subito. Come queste essenze anch’io sono un ospite, arrivato a Cranno da fuori. Mi sono insediato, ho capito, poco alla volta, qui, che lingua, quali colori, quali intensità e quali profumi nascono, quali gesti, quali delicatezze gradiscono queste rocce, questo torrente, le colline, il fiume. Imparare a vivere sotto questo cielo, apprezzare ed imparare le espressioni locali, belle, colorite, poetiche e farle proprie.
Così, per esempio, ho appreso cosa sia il “ciar d’acqua” ovvero quell’azzurro molto tenue, quel celestino chiaro, evanescente, che quasi un acquarello di manine fragili di bimbo, indica, tra le nuvole che, quasi certamente, pioverà ancora, non ti deve ingannare questo è un temporaneo miglioramento, il “ciar d’acqua” ti segnala che puoi seminare mais, un rovescio arriverà a far germinare le tue preziose sementi.
Ed io, nato in Campania, comincio a pensare nella lingua del luogo. Quello è il “ciar d’acqua” non cerco e non mi vengono espressioni equivalenti nella mia vera lingua natale, il dialetto e trovo bello, vivo, vivificante e vivo sia così.
Invece, mi resta dentro e non ne uscirà mai, per queste lunghe ed intense piogge maggioline, l’espressione nostra, campana, “acqua ‘e maggio”, ovvero sei un’acqua di maggio, una benedizione, essendo questo il mese nel quale i frutticini ingrossano e potrai, in estate raccogliere in abbondanza.
Ho imparato che qui le fragole, frutto delizioso, Cranno ne produce in abbondanza, si chiamano “magiuster” ovvero, che bello, “maggioline”, sono magiuster anche per me.
Quanti, tanti, mille pensieri e riflessioni, quanta vita, non lo immaginerebbe chi immagina la letteratura possa originarsi solo allo scrittoio, scaturiscono dal lavorare la terra.
Ne vergo qui, ed altrettanti, sono certo, nasceranno, per chi vorrà seguirmi, in questi sentieri tra le aiuole dove a giugno saranno i gladioli a fiammeggiare, a torreggiare sulle balze, cornici fiorite in successione, mi riposo. Mi appoggio con la vanga ad un muretto a secco.
Depongo la penna. Questi sono appunti dai miei quaderni di Cranno. Grazie per avermi seguito tra le zolle. Ci sono e ci siete voi. Se vorrete, potrete venirmi a trovare.
Tutto vero, tutto naturale e, mi raccomando, se potrete, non venite in auto, una stazione, comoda da Milano, a dieci minuti da qui. Arrivederci.
Teodoro Margarita

OGM e Vita di Campagna

Il mio commento, “Vita di Campagna con OGM“, all’articolo “Non dobbiamo avere paura della genetica agraria” comparso sulla rivista “Vita in Campagna” di aprile di quest’anno,  ha generato questo scambio di mail che credo sia giusto condividere con voi che mi seguite, in modo che il dibattito sia il più ampio e costruttivo possibile.

Dietro mia sollecitazione la redazione mi ha risposto con queste parole.

Egregio sig. Margarita,

siamo veramente stupiti e sconcertati per la Sua reazione così violenta all’articolo del dr. Grigolo. Come Lei certamente sa, leggendo Vita in Campagna (non ci risulta direttamente abbonato, ma probabilmente l’abbonamento è sotto altro nome), Vita in Campagna da sempre tutela, difende e appoggia la biodiversità in agricoltura tanto che ha costituito un sodalizio con 7 Associazioni italiane che operano in questo campo e con le quali sta creando delle sinergie a favore anche dei propri Abbonati. Siamo pertanto perfettamente consapevoli dell’importanza della biodiversità e della tutela del patrimonio floristico e faunistico del nostro Pianeta e quanto possano operare in questo campo gli abbonati di Vita in Campagna. L’articolo ha però lo scopo di spiegare e ricordare quanto sia importante ed opportuno che la scienza (in questo caso dedicata alla genetica agraria) possa operare per raggiungere ulteriori conquiste per il benessere e il futuro dell’umanità. Penso che non possa non concordare con noi che sarebbe una grande conquista anche per il piccolo agricoltore avere a disposizione varietà resistenti che non richiedono trattamenti (che guarda caso sono prodotti forniti dalle multinazionali che Lei contesta) o varietà meno bisognose d’acqua o varietà più produttive per ridurre il fabbisogno di terra. Nell’articolo di Grigolo, tutto questo è detto senza andar contro né alla biodiversità, né alla necessità di tutelare l’ambiente. Anzi il miglioramento genetico ci deve aiutare proprio in questa sfida. Né vogliono essere pagine di pubblicità a favore degli OGM, però la nostra opinione è che non possiamo opporci alla scienza e al proseguimento sulla strada del miglioramento genetico in agricoltura.
A nostro parere coltivazioni estensive e piccole produzioni dovranno per forza convivere data la variabilità dei terreni coltivabili e delle situazioni sociali e demografiche e sarà giusto che tutti operino cercando di essere il meno invasivi possibile sull’ambiente e sulla salute dell’uomo.
E queste conquiste sig. Margarita si otterranno solo con il miglioramento delle specie da coltivare. I processi potranno essere lunghi (come è stato nella storia dell’umanità) o più brevi, grazie alle nuove tecnologie.
Ma il processo è imprescindibile, starà all’uomo gestirlo nel modo più corretto, non vietandolo.
Questa la sintesi del tutto.
Cordiali saluti

Dr.ssa Elena Rizzotti
Direttrice Responsabile

A queste parole mi sono permesso di rispondere

Spettabile redazione,
ho letto per anni la rivista, ne possiedo annate intere. La risposta non nega l’essenza dei fatti.
La storia dell’agricoltura snocciolata da Grigolo non è esattamente quella che conosco io.
Quella è la vulgata che si spaccia per verità. Altri grandi agronomi di rango mondiale che ho avuto occasione di conoscere e di studiare, personalmente, come Renè Dumont o Claude Aubert, danno tutta un’altra versione dei fatti.
Non è stata la meccanizzazione a sfamare il mondo. Non è stato l’uso intensivo della chimica. Molte altre variabili di tipo sociologico, politico hanno giocato e non sono state prese in esame dal servizio.
Nel servizio non si fa menzione dell’impatto della rivoluzione verde sull’estinzione di migliaia di specie. Non si fa menzione sulla perdita spaventosa di fertilità dei suoli, sullo spreco immane d’acqua.
Sugli Ogm non si dice di cosa sta avvenendo negli stessi Usa con la avvenuta e dimostrata contaminazione genetica dell’amaranto rosso che è diventato resistente al Round Up Monsanto, Carolina del sud, studi della locale università lo dimostrano.
Sugli Ogm non si dice del binomio infernale pesticida-semente, dell’assoggettamento dei piccoli coltivatori ed alla loro sparizione.
I suicidi a decine di migliaia di contadini in India, e non è stato scritto oltre che ascoltato con le mie orecchie in occasione di una edizione di Terra Madre a Torino dalla stessa Vandana Shiva, per colpa del famigerato cotone Ogm Terminator.
Non si dice di come poche multinazionali abbiamo in mano il mercato mondiale delle sementi, che le altre agricolture, la nostra, tra le altre, siano in balia di costoro.
Ovvero che Ogm, biotecnologie e biodiversità viaggiano su binari in opposizione tra loro.
Umberto Veronesi lo sosteneva, egli favorevole agli Ogm, di fronte ad una nostra precisa ed incalzante domandava, finalmente lo ammetteva: coltivare una sola varietà per forza di cose vuol dire l’estinzione delle altre. Sapendo che agli inizi del novecento le varietà di riso conosciute erano dodicimila e che oggi non sono superiori alle trecento, per esempio, con l’avvento degli Ogm sono destinate a scomparire pure queste.
No, spettabile rivista, o l’una o l’altra, o una agricoltura che significhi protezione del paesaggio agrario, pare che i macchinari mostruosi adottati dall’agricoltura (?) moderna abbiano spazzato via le siepi, i fossati, la policultura e quindi il vasto e vario paesaggio agricolo mondiale, oppure continuare e gli Ogm ne costituiscono pilastro, proseguire su questa perniciosa strada.
Non si può essere per gli Ogm e per la biodiversità contemporaneamente.
Restiamo su registri opposti parliamo e decliniamo lingue diverse. Claude Aubert scriveva “Curare la terra per guarire gli uomini”, la quantità di pesticida, cotone Ogm e Round Up Monsanto ne sono l’esemplificazione più evidente, in binomio obbligato, Ogm e glifosato un micidiale combinato, a noi pare che il suolo ne venga ucciso, contaminato.
Non proseguo, decine e decine d’anni di letture, di pratiche agricole differenti vanno nella direzione di un amore per la terra che con Monsanto o Syngenta non c’entra niente.
Attaccare violentemente? Monsanto ha già ucciso, costretto al suicidio migliaia di padri di famiglia in India, le sue sementi autosterili hanno già devastato e saccheggiato abbastanza, dobbiamo parlare un linguaggio diverso? Monsanto ha denunciato Neil Young per l’intero suo album “Monsanto Years” perchè il cantautore denuncia, nero su bianco, i crimini della multinazionale.
Noi cantiamo la stessa sua canzone. Vada ad ascoltarsela. Neil Young è a piede libero. Noi vorremmo i dirigenti Monsanto in galera. No, decisamente non stiamo dalla stessa parte. La rete internazionale dei seedsavers di cui Civiltà Contadina è parte, io sono tra i dirigenti da anni, intona quella canzone. Per noi la primavera della rinascita della campagna italiana e mondiale e non passa per i laboratori e per i fondi speculativi, per i bond, i futures e i derivati di chi specula sulla fame per arricchirsi.
Stiamo sullo stesso pianeta ma sogniamo un futuro diverso, di pace e di democrazia. Democrazia che l’accaparrarsi in poche mani delle sementi attraverso i relativi brevetti su di esse, mettono gravemente in discussione. Vita in campagna non è una rivista “politica” e può essere un bene ma è anche un limite. Noi stiamo dalla parte di Via Campesina, la rete mondiale di contadini di base, ricevuta, tra le altre cose, da Papa Francesco, noi non abbiamo nulla a che spartire con i Big dell’agroindustria.
Il buon seme si salva stando insieme. Insieme, nella pluralità delle culture e delle colture, dei paesaggi. Nella biodiversità cantata negli orti, non sappiamo che farcene dei padroni del genoma. Essi hanno già troppo potere, che si liberino i buoni semi, invece, che si dia potere al piccolo e libero podere… agli Ogm un calcio e vigoroso, nel sedere.
Ossequi.
Teodoro Margarita

Aspetto i vostri commenti.

Vita di campagna con OGM

Spettabile Vita in campagna,
rivista operante nel settore che a noi sta a cuore. Il lavoro negli orti, nei campi, nei poderi dei piccoli coltivatori per lavoro ma soprattutto per passione.
Leggiamo di questo speciale di quattro pagine pro OGM, con argomenti che tendono, volutamente, a confondere le carte in tavola ed ad ingannare, scientemente, il lettore.
Non siamo sconcertati, peggio.
Non capiamo. Siamo attoniti. Di cosa mai ha bisogno la piccola agricoltura italiana che è agli antipodi di quella grande, sterminata, alla  lettera, sterminatrice di popoli, di animali e suolo, che ha individuato negli OGM il suo paradigma nefasto di concentramento di tecnologie invasive, pesticidi e concimi chimici?
Abbiamo pelo sullo stomaco, abbiamo letto e conosciuto, anche combattuto altri fautori degli OGM nel nostro paese.
Ci abbiamo parlato di persona, polemizzato direttamente.
Per esempio, Umberto Veronesi. Era a favore degli OGM, e lo ha dichiarato e scritto. Eppure, il professore, ammetteva, candidamente, che gli OGM annientano la biodiversità, avranno tanti vantaggi, diceva, ma la biodiversità, ahimè, va perduta.
E’ un fatto. Se piantiamo una sola varietà di riso, una sola di mais, una sola di cotone, tutte le altre migliaia esistenti, per forza di cose sono soppiantate e si estinguono.
Ovvero, questo della scomparsa delle specie è l’argomento più forte nella lotta agli OGM.
Quando non si voglia riconoscerne altri. Quando non si voglia tenere conto dei danni che gli OGM hanno già provocato in Argentina, India e negli stessi Stati Uniti.
Non riusciamo a capire perchè Vita in campagna si sia prestata a questa manovra, perchè abbia voluto, contro i suoi stessi interessi, contro, siamo certi, la maggior parte, siamo certi, dei suoi stessi lettori.
Perchè una rivista che accompagna i piccoli coltivatori appassionati abbraccia interessi così forti e pervasivi.
Perchè , una rivista composta da persone esperte che conoscono bene il mercato agricolo italiano e che sanno che quello mondiale è in mano a tre-quattro soggetti che detengono sementi, farmaci, chimica, pesticidi, concimi, tutto il complesso della vita (e della morte) della popolazione mondiale in mano a pochi, pochissimi colossi in continuo consociarsi ed espandersi. Veri stati multinazionali che decidono oltre e sulle spalle degli Stati nazionali, sempre più deboli.
Perchè, dicevamo, una rivista che sa bene tutte queste cose e sarebbe grave non le conosce, anzichè schierarsi nettamente dalla parte dei piccoli, dei contadini veri che conoscono per toccarla con le mani la terra,  sceglie di regalare quattro pagine a chi di questo dono proprio non ha bisogno.
Avremmo bisogno, noi, invece che Vita in campagna ci aiutasse, ci desse  una mano.
Siamo certi che tutto il nostro mondo, vitale, pullulante di buoni semi e di buone pratiche, vi inonderà di proteste, noi salvatori di semi non possiamo mancare.
Ci sarà dibattito, avete scatenato un putiferio. Raggiunto lo scopo. Ma per dovere deontologico dovrete pubblicare la marea di proteste che riceverete.
Lo dovrete fare.
Viceversa di vita, in campagna, non ce ne sarà più.
Sarete conosciuti come “morte in campagna”.
E ve lo sarete meritato. Noi non abbiamo la potenza di fuoco nè i soldi che Monsanto-Bayer, DuPont Chemical, Syngenta e Novartis possono mettere in campo, non ce l’abbiamo ma stiamo sul territorio, abbiamo miriadi di iniziative locali e state certi, sappiamo, per avere le mani sporche-pulite di terra, come si parla a chi coltiva.
Non ci hanno avuto e non ci avranno mai. Non sappiamo che farcene delle sementi morte, della peste chimica, noi abbiamo le rane e attorno ai nostri poderi ci sono alberi e siepi, noi coltiviamo alberi da frutta antichi e se gli uccellini beccano le ciliege più alte, siamo solo felici. Noi siamo altro da quei portatori di morte, assassini di biodiversità, avidi e corruttori.
La nostra è posizione morale, etica, estetica, i nostri semi sono belli, variopinti, i nostri orti oasi di natura.
Gli OGM non ci appartengono. Appartengono alla visione di Vita in Campagna?
Fatecelo sapere. Per fessi  non ci prendete. Boicottarvi non ci costa niente.
E per la nostra passione di innamorati della Terra, nostra Madre, sappiamo crescere e contagiare molti altri.
Aspettiamo cosa pubblicherete nei prossimi numeri e giudicheremo. Questa caduta di stile, per noi un vero tradimento, ve la potevate risparmiare.
Cordiali e per niente biotecnologici saluti, piuttosto una palata di letame, che, voi lo sapete, “laetitia” è da lì che viene.
Teodoro Margarita, salvatore di semi.  

Bioregionalismo e territorialismo, paesologia. Verso un riconoscersi nei luoghi.

Sono passati molti anni, erano i Sessanta e una manciata di intellettuali, poeti vagabondi del Dharma, tra San Francisco e la East Coast, l’India e Parigi, scrivevano e sognavano di una nuova relazione coi luoghi, cercavano l’anima alla Terra, anzi, alle diverse terre.
Essi percepivano i battiti che da questo pianeta emanano. Scrivevano su riviste semiclandestine che si chiamarono Planet Drum, erano gli albori del pensiero ecologista moderno.
Erano poeti, scrittori. I fratelli, cugini nipoti di altri ben più famosi e conosciuti di loro come Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti. Davvero una manciata di cervelli, fioriti nella Summer of Love, nutriti e cresciuti con un fiore tra i capelli.
Per nulla sdolcinati, la polizia e la Guardia Nazionale picchiava duro e uccideva, non diversamente che in Italia, chi, per qualunque ragione, si opponesse, idee e corpo alla mano, all’establishment, alla guerra nel Vietnam.


Alcune tra queste menti sognarono di una visione differente, di una geografia diversa da come la insegnano a scuola. Erano Gary Snider, Peter Berg, attorno a loro, disseminati per gli States, altri come James Koller, ed altri, davvero isolati, in Giappone, in Svizzera, qui in Italia.
Il Bioregionalismo si strutturava, si dava una rete, cresceva, per quanto sia cresciuto, in Italia ha fatto in tempo persino a dividersi, se ne dipartono due rami, uno facente capo a Paolo D’Arpini, l’altro a Giuseppe Moretti. Resta sconosciuto ai più.
Nel paese che ha sentito blaterare forte di federalismo, era la patina ideologica più nobile che rivestiva il pensiero di un partito che è stato di governo, la Lega Nord, tranne poi, andare, oggi, a parare in alleanze con gli ultranazionalisti di Forza Nuova e Casa Pound, il bioregionalismo è rimasto affare di pochi intimi, visibilità attorno allo zero.
Eppure, questo pensiero ha cercato di allargarsi, di espandersi, Peter Berg è venuto in Italia, ha tenuto una conferenza-laboratorio al Leoncavallo, a Milano, di gente ce n’era abbastanza ma non è nata una cellula bioregionalista in Lombardia. Vi sono dei singoli, nient’altro.


Peter Berg parlò a lungo, parlò della sua bioregione, spiegò cos’è, come si costruisce una cartina bioregionale, parlò del bacino fluviale, di spartiacque che delimita le diverse bioregioni.
Portò le sue riviste, lesse le sue poesie.
Tante domande, entusiasmo. Morta lì. Peter Berg è morto anche lui.
Esistono traduzioni anche in italiano del pensiero bioregionalista, valide menti hanno trattato nel nostro paese della questione. Stampa Alternativa, AAM Terra Nuova, hanno a più riprese pubblicato scritti sul tema.
Il bioregionalismo non è diventato “politico” non è riuscito nemmeno a permeare di sé un movimento ecologista che in Italia pure è nato, a tratti forte, a tratti inconsistente e confuso, ma è nato. Gli Italiani, a dispetto di una totale assenza sui media o quasi, si recarono e votarono per uno stop al nucleare e per conservare l’acqua pubblica: oltre e abbondantemente il 50%, se non è coscienza ecologista e di massa, questa… Significa che si può lavorare, che si può seminare.


In Val di Susa, per esempio, un gruppo di bioregionalisti si potrebbe presentare e parlare.
Troverebbe ascolto. La resistenza popolare è viva e attiva. Non si beve il federalismo falso e ignorante della Lega e in una biblioteca, ma io dico attorno ad un fuoco, uno dei tanti che alimentano le sere di veglia in valle, qualcuno potrebbe aprire un libro di Gary Snyder e leggere, qualcuno potrebbe schizzare una cartina della bioregione Val di Susa, anzi, con l’aiuto dei vecchi, nella loro lingua antica, potrebbe venirne fuori una cartina di suoni, registrazioni, colori, profumi, meravigliosa. Il bioregionalismo significa guardare e osservare attentamente ciò che è attorno a noi.
Ciò che precedeva i tracciati delle strade, delle ferrovie, il reticolo folle delle infrastrutture umane.
Prima delle città e delle discariche, prima delle zone industriali e dei centri commerciali, prima dei poli logistici.
C’erano valli e alvei di fiume, c’erano colline e creste di montagna, c’erano pianure e c’erano boschi, c’erano torrenti, c’erano spiagge e c’erano dune e c’erano paludi.
La poesia e l’immaginazione bioregionalista li vede ancora, li sa sentire, sa percepire la terra sotto l’asfalto, sa immaginare altro ed oltre le insegne luminose, vede altre luci.
Oltre le luci della città, City Lights era proprio il nome della libreria di quei poeti, a San Francisco.
Sono luci che si nutrono di buio, di nero petrolio che oscura ed avvolge di fiamme di guerra il mondo, Pasolini aveva ragione. Il progresso accende le luci, l’elettrificazione della Russia sognata ed attuata da Lenin, il mito del moloch industriale miete altre vittime, le lucciole, piccole, insignificanti, tra queste.
Miete vittime nei paesaggi, costellati di Goldrake, piloni dell’alta tensione.
Ne avevo uno nel mio terreno, piantato lì dagli anni Cinquanta, poi, questi cavi portanti da quindicimila volts sono stati deviati e interrati.
La squadra è arrivata, ha portato via tutto, abbattuto il pilone in cemento, ho insistito ed ottenuto che almeno il basamento venisse lasciato, un sedile molto solido…o spaventapasseri robusto…
Il bioregionalismo, se dovessi tenere una conferenza, non è che esistano cattedre universitarie per potere essere abilitati a farlo, ci vuole sensibilità e conoscenza, basta avere cultura reale, immaginazione, quel poco o tanto di scientifica da saper leggere una carta.
Dare nomi ad una vetta, ad un fiume e poi, ci sono le cartine geografiche, nonostante Google Maps, ve ne sono ancora, esiste, nel nostro paese, una storiografia locale, molti dialetti ben vivi, ovunque ci si può calare nei luoghi e cavarne fuori di storie e realtà “bioregionaliste” .


Il bioregionalismo è chiuso, purtroppo, chiuso in sé stesso. Se non lievita, se non diventa linguaggio fuori da pochissime cerchie del focolare, è perché non sa bene cogliere altre suggestioni affini.
Sono nati i territorialisti, attorno ad Alberto Magnaghi, università.
Sono nati, anzi, è nato, è uno solo, Franco Arminio, i paesologi.
I territorialisti tengono convegni, dibattiti, si riuniscono assieme agli urbanisti, hanno cattedre universitarie. Franco Arminio, invece, gira l’Italia in macchina, accompagnato da suo figlio, scrive di paesi e di cose. Ha venduto migliaia di copie di suoi libri, gira, guarda, registra e scrive.
Con un linguaggio tutto suo, e bisogna riconoscergli che, certi svarioni pazzeschi, cadute di stile, giudizi affrettati su cose e persone a parte, potrebbe quanto meno essere avvicinato dai nostri bioregionalisti. Non è un uomo-movimento, ha inventato un festival, quello di Aliano, sulle orme di Carlo Levi, si è presentato alle lezioni, Altra Europa per Tsipras, grazie anche ai voti che ha preso lui, questo movimento di sinistra ha superato e nessuno ci scommetteva , la soglia del 4%: davvero resterà nella storia della propaganda politica, su You Tube, il suo “Comizio alle vacche”.
Insomma, leggendo sul Manifesto, ogni tanto, i suoi articoli, costui non manca di profondità, di una sua personale,sua propria, visone del bioregionalismo.
Certo, Franco Arminio, a differenza dei bioregionalisti, non ha mai nemmeno tentato di costruire una rete, tanto meno internazionale, come invece, di fatto, i bioregionalisti, hanno fatto.
Se parlo di Franco Arminio non è perché il personaggio mi sia simpatico: ma il bioregionalismo è davvero un pensiero di nicchia, ci conosciamo più o meno quasi tutti, ovvero, potremmo organizzare una tavolata e in un bel casolare di quelli antichi, ampi, ci staremmo, ambedue le scissioni italiane, dentro e comodamente.
La paesologia, che egli si è inventato, ha molte affinità con il bioregionalismo.
E , soprattutto, nascendo dall’anima, dalla sensibilità poetica di una persona, dai suoi occhi, dal suo cuore, si, ha proprio centrato, senza saperlo, il bersaglio.
Io non so se Franco Arminio abbia mai letto Gary Snider, non so se abbia mai compilato una cartina bioregione delle sue parti. Non oso. Ho avuto uno scambio di mail con lui, poi, non è scattato il feeling, non so perché il personaggio non mi è andato a genio. Pur tuttavia continuo a leggerlo.
A volte mi convince, altre volte lo trovo centrato su se stesso e non è un difetto, questo, certo, che immaginarmelo a qualche festa del Solstizio con la Rete Bioregionale mi convincerebbe ad andarci.
Incrociare pensieri, idee, impressioni con lui, sarebbe giusto. Ho mancato per un pelo di conoscerlo, un pelo di una ventina di chilometri, nulla, mi piacerebbe che leggesse queste note.
Franco La Cecla, anarchico, curiosa e fertile mente, ha pubblicato con Eleuthera “Mente locale” e tanti, tanti altri lavori aventi come tema lo spaesamento, la rottura, dovuta alla società moderna, ai suoi nuovi paradigmi, alla velocità di spostamento, ai nuovi media, del nostro stare nei luoghi e stare nel mondo. Ovvero, non mancano i riferimenti ideologici, le affinità, un movimento bioregionalista avrebbe tutte le carte in regola per dialogare senza dilaniarsi… essendo in così pochi ed invisibili, me ne chiedo, poi, il senso. In tutti questi anni ho avuto modo di conoscere di persona, di scrivere, collaborare, contribuire a far conoscere ad altri, in occasioni di eventi da me promossi, o in concorso con altri, questo pensiero, sarebbe utile provarci ancora, stabilire ponti, collegamenti.
Non che negli Usa, laddove esso è stato originato, abbia modificato il gioco, il gioco vero, quello che decide se , per esempio, impedire e per sempre il “Top removal” ovvero montagne intere, negli Stati Uniti e non in un paese del Terzo Mondo, vengono, alla lettera, decapitate della cima, rasate a zero per estrazioni minerarie e i movimenti locali, ecologisti, non riescono a fermare questa pratica che in Europa, immagino la Germania o la Svizzera ma anche qui in Italia, troverebbe tutti ma proprio tutti, contro.
Ricordate quel concorrente che in una trasmissione a quiz di Mike Bongiorno propose, al fine di lasciare entrare dal mare maggiori quantità d’aria, le correnti marine, per evitare la nebbia in Val Padana, di eliminare il Passo del Turchino? Abbassare lo spartiacque, livellare le montagne e permettere un foro enorme per risucchiare le nebbie… Fu una cosa attorno alla quale si rise dietro. Negli Usa, in Virginia e altrove, viene praticata, montagne intere vengono rasate per estrarre minerali. I bioregionalisti americani, più numerosi che da noi, non ci hanno potuto fare niente.


Eppure ci credo, questo pensiero merita di essere maggiormente conosciuto.
Stare nel luogo, abitarne l’anima, capire il significato di un fiume, di un torrente, accorgersi del diminuire o aumentare della sua portata, notare la sparizione o l’apparizione di determinate specie di piante o di animali, tutto questo è importante. Per capire dove siamo. Per sottrarci allo spaesamento.
I nostri figli, vittima degli smartphone, ancora più di noi, devono sentire almeno parlare di questo stare nuovo, più vecchio, nel mondo.
Devono sentirne parlare e riabitare il mondo.
E’ questo, non ne abbiamo un altro e se levano lo sguardo, potranno accorgersi che un airone, più debole degli altri o vecchio e malato, viene assalito da uno stormo di corvi.
Me ne ha parlato ed era vivida la sua espressione, un mio alunno, in classe.
Significa che i nostri figli hanno ancora occhi e cuore. Il bioregionalismo, in fondo,non è questo?

Dal proprio orticello al “Fronte degli orti”

Il Fronte degli orti

Coltivare il proprio orticello è sempre stato sinonimo di farsi i fatti propri,  quest’espressione è stata bistrattata, mal vista, interpretata come sinonimo della massima attenzione egoistica agli affari particolari di ciascuno.Contrariamente ad un proverbio cinese, altra civiltà, altra filosofia che recita ” Sposati e sarai felice un anno, ammazza il porcello e sarai felice una settimana, fai l’orto e sarai felice tutta la vita.”
Da noi, badare al proprio orticello resta specchio di individualismo, egoismo del più gretto.Quanto ci metteremo a sfatare il pregiudizio? Quanto ci si metterà a capire che fare l’orto, come i cinesi affermano, è , al contrario, il segno più lampante, più chiaro, attaccamento alla terra e quindi al mondo, all’universo intero?
Fare l’orto, un altro proverbio dice “L’orto vuol l’uomo morto”, implica una prospettiva di dedizione, di costanza, una visione mentale larga.
Badare ad un orto indica lungimiranza, predisposizione alla programmazione, vuo significare avere un animo grande.
Chi si accinge a far l’orto mette in conto la grandine, la siccità, una calamità naturale qualunque.
Chi fa l’orto deve affidarsi, oltre che a buone pratiche, anche ad un minimo di scaramanzia, nel De agricultura di Catone, si trovano, ed i Romani antichi, spiriti pratici quanto scettici, filastrocche e incantamenti, scongiuri propiziatori, se non ci avesse creduto o almeno, non ci avessero creduto gli altri suoi concittadini coltivatori, Catone non avrebbe di certo sprecato il suo tempo.
Fare l’orto vuol dire fare fronte comune con i propri dirimpettai, costruire una rete di buon  vicinato, scambiarsi sementi, consigli, piantine, darsi una mano, fare l’orto e ignorare gli altri può esporre a gravi conseguenze. Coltivare è meglio con la approvazione, tacita, o palese dei vicini, se anch’essi contadini, meglio ancora..
Non si può sperare di costruire un movimento di solidarietà, di fratellanza tra i contadini se, in primis, non si cura il proprio campicello.
Ci si conquista la fiducia degli altri orticoltori se, innanzitutto, si hanno le proprie mani bene nella zolla.
Si possono adottare  le pratiche di coltivazione più disparate, fare l’orto sinergico, biologico, biodinamico, praticare l’agricoltura naturale alla Fukuoka, quella macrobiotica pianesiana, ci sono infinite soluzioni e stili nel far l’orto, se non lo si fa affatto, non si può nemmeno pensare di parlarne.
Fare un orto con consapevolezza, sapere che dall’orto vengono all’uomo solamente vantaggi ed al pianeta tutto, ovvio, non mi riferisco a chi inzuppa il terreno di pesticidi e concimi chimici, sapere che dall’orto nasce autonomia, fiducia, stima di se stessi, che nell’orto si impara più biologia di quanta ci si sia nei libri, non si smetta mai di imparare su qualunque scienza della terra, è vitale. Se quest’orto, collegato tramite associazioni, gruppi o reti, col resto del mondo, è assicurato ad un nodo, è un segmento di un discorso più ampio come la autoproduzione alimentare, la riproduzione di sementi antiche e rare, una arca di biodiversità locale, si può ben dire che abbiamo compiuto il primo passo, necessario, per la costituzione reale di un vero e proprio Fronte degli orti planetario.
Un Fronte degli orti che si contrappone, oggettivamente, pur non sbandierando vessillo ideologico alcuno, alla planetaria devastazione dei suoli, all’impoverimento dei saperi, all’assalto ad ogni paesaggio .
Da ciascuno, da chiunque si faccia l’orto con queste premesse, ci si può attendere solidarietà fraterna.
Nelle mani, nere della zolla, nelle braccia, forti del lavoro, nei cuori aperti e generosi, nelle menti limpide, dalla visione chiara del piccolo e del grande, troviamo il manifesto per questo Fronte degli orti. Altro che curare il proprio orticello, chi si accinge a sarchiare, a a preparare il terreno per un orto, si accinge al contrario, a cambiare, di un poco, ma per sempre, con costanza, la propria e quindi la vita di molti altri connessi col Fronte degli orti.
Siano forti e determinati , gli orticoltori, ricerchino buone sementi e buone informazioni.
Dietro ogni recinzione, dietro ogni muretto a secco, sbucano le guizzanti testoline delle lucertoline e gli uccellini si preparano a costruire il nido.
Il Fronte degli orti ha cominciato a cantare, sta arrivando una nuova primavera per la campagna italiana.

Teodoro Margarita

La rivoluzione rurale per una innovazione sociale

La città ha sempre avuto paura della gente di campagna, ne ha avuto paura temendone le intemperanze, le numerose rivolte che fin dall’epoca romana hanno squassato il “mondo civile”.
Rivolte dei pezzenti, jacqueries, pugacevscine: tanti nomi per definire un fenomeno che ha posto la questione della diversità della ruralità, della radicale opoosizione che, spesso, ha contrapposto questi due mondi.
Un radicato pregiudizio che persiste a tutt’oggi, individua nella gente di campagna la retroguardia e la Vandea più nera, il vero ricettacolo di ogni conservatorismo e dei più beceri. Nel linguaggio delle principali lingue europee il contadino, appunto, abitante del contado, ovvero “fuori” dal centro, dal borgo, è dipinto come il diverso, il non affidabile, l’elemento o folcloristico, clown viene da “colonus”, oppure il selvaggio, lo zotico, il bifolco, il cafone, il villano, il terrone e via elencando.
Le lingue sono state codificate dalla gente di città, il borghese ha eletto se stesso a modello di equilibrio e di saggezza, i suoi costumi sono stati eletti a soli costumi rispettabili. Chi sgarra è, naturalmente, “un cafone”.
Non si tratta di fare dell’antropologia spicciola, chi ha studiato profondamente le campagne, ed in Italia ma in tutta Europa sono stati tanti, io ho in mente “Il capitalismo nelle campagne” di Vittorio Sereni, mette l’accento su un dato di fatto: la città, il capitalismo borghese ha con ogni mezzo, con ogni legge, la legge come via impositiva dsell’economia, il mercato della produzione industriale, un luogo di vendita facile dei propri prodotti.
Per poter esercitare, per un presunto buon diritto, chi ha determinato e codificato leggi, norme, chi ha costruito il pregiudizio antirurale, questo predominio assoluto, la città ha elevato se stessa a modello di buon vivere e la campagna a , quasi, nonluogo.
Basta prendere un aereo: le città si irraggiano in mezzo alla campagna, intorno, le fabbriche, le discariche, la città esporta, oggi, oltre al suo modello di vita di rapina e consumo, i suoi rifiuti e scarti. Il Napoletano, un caso eclatante, ma nelle metropoli del sud del mondo è dappertutto uguale, si assiste alla stessa logica di rapina ed esportazione dei rifiuti di questa rapina: le campagne sono il luogo dello smaltimento, la comoda discarica dei cittadini.
Non credo sia necessario, qualsiasi testo di storia lo dice: anche durante le guerre, il prezzo enorme pagato dalle genti di campagna: per Cesare come per Napoleone come per Hitler, anche se nell’ultimo caso con l’aggravante del razzismo scientista, ma nella stessa Algeria in lotta contro i Francesi per l’indipendenza, l’esercito occupante se nelle città si controllava, è nelle campagne che sono stati sterminati, solo di recente il presidente Hollande lo ha ammesso in un discorso ad Algeri, un milione di persone.
Il Ruzante nel Cinquecento ci illustra bene cosa era la guerra per i poveri bifolchi: come nella poesia celebre di Brecht, ovvio, “tra i vinti pativa la fame la povera gente, tra i vincitori, pativa la fame ugualmente.”
E’ stato così, la dicotomia città-campagna è stata una costante della nostra storia.
Pochi sanno che, all’indomani della Rivoluzione francese, quella che pretendeva di ottenere “libertè, ègalitè, fraternitè”per tutti gli uomini, tra i passi falsi, crimini veri e propri come il massacro degli Haitiani, gli schiavi in rivolta guidati da Toussaint Louverture, un’ altra ignominia meno grave ma sintomatica, vi fu il divieto di produrre il pane in tutta la Francia se non col lievito prodotto a Parigi.
All’ingrosso, su una scala infinitamente maggiore, all’indomani della Prima guerra mondiale, la prima, cossiddetta “rivoluzione verde” trovò il modo di riciclare nelle campagne , come concime, l’esplosivo, i nitrati non più utili alla fabbricazione di ordigni. Dal carrarmato al trattore e viceversa a seconda della convenienza, giammai quella del mondo rurale, ovviamente.
L’introduzione delle logiche della produzione e della sovrapproduzione capitalistica ha originato e continua ancor oggi, la sistematica spoliazione delle campagne. Non solo boschi, foreste, fiumi, laghi, vengono distrutte, eradicate, i fiumi e i laghi prosciugati, deviati, letteralmente risucchiati per le esigenze della città, pochi sanno che fiumi importanti come il Rio Grande non arrivano più al mare, assorbiti dall’agricoltura industriale e dagli usi urbani.
La città, la logica cittadina o “borghese” in tedesco,”burger” è il cittadino, non ha sempre prodotto esempi di
democrazia dal basso come la magnifica e virente sognatrice Commune de Paris, le città non sono sempre state la culla delle rivoluzioni.
Eppure, basta recarsi a Parigi al Muro dei Federati al Pere Lachaise e ci torna nella mente, nel cuore, una città altra, una città fomite di democrazia vera, luogo di dibattito, agorà autentica, espressione della libertà “civile” non già in contrapposizione ad una presunta barbarie rurale ma limpida, verace conquista di libertà popolare.
Ebbene, cosa capita, cosa sta capitando ed in maniera sempre più diffusa, sempre meno invisibile e sempre più scoperta quando a migliaia, in Europa ed altre parti del mondo, dalla città ritornano i giovani verso la campagna alla ricerca non di paradisi nostagici mai esistiti ma di un nuovo paradigma esistenziale?
Cosa accade quando giovani cercano e trovano nella campgna un proprio luogo di comune ricerca, lavoro collettivo, quando decidono di tornare alla campagna non per sottometterla, questo ormai è un disco rotto che l’agricoltura, fallimentare dell’agrobusiness declina sempre più a fatica, ma per trovare nella terra, in quella terra abbandonata, avvilita, vilipesa, straziati, svuotata di ogni metafora, di ogni canzone?
Succede che l’imprevedibile accade, che sorge forte, non più mediabile, non più irregimentabile una rivoluzione rurale. Dalla grande Conf’, la Confèdèration Paysanne del famoso Josè Bovè, cinquantamila contadini organizzati nel più forte sindacato di base rurale europeo alle occupazioni di terre del dopoguerra dalla rinascenza , per il momento su numeri ancora non macroscopici, di ecovillaggi, coordinamenti città.campagna, alla cooperazione tra Gas, gruppi di acquisto solidale e Cooperative biologiche di giovani, una rete che interloquisce positivamente tra città e campagna irrompe nella scena e sconvolge, in un colpo solo ogni pregiudizio, ogni falsità. Il nuovo contadino ma anche l’orticoltore urbano, fenomeno sempre in ascesa, il comune di Milano ha emanato un bando per 25.000 orti urbani, si parlano, associazioni come Civiltà Contadina , i seedsavers italiani, conservatori di sementi della tradizione agricola italiana hanno nelle città la sponda sicura per manifestarsi, per esprimersi e dialogare col cittadino. La rivoluzione rurale è una rivoluzione vera, prima perchè totale, essa rovescia lo stereotipo, abbatte e cancella millenni di menzogne e falsi giudizi, viceversa il nuovo contadino, il contadino consapevole, introduce nella città altre conoscenze, altre abilità.
Sicuramente ad un mercatino dei produttori, piccoli produttori dei dintorni, vi sarà un pullulare di parole nuove intorno alla dialettica città-campagna. Le tematiche della difesa del suolo, del paesaggio, lo spinosa ed esiziale questione della biodiversità rurale, la rinascenza di balli, di canti, la ripresa di modi quotidaini di vivere che spazia tra il farsi il pane in casa con farine biologiche alla ricerca di produttori a km 0, altre mille iniziative consimili, contribuiscono ad avvicinare questi mondi così distanti.
Il fenomeno è stato acuito dalla crisi, sono sempre di più coloro che sono passati alla coltivazione di un orto magari anche sul terrazzo di casa, i numeri indicati dai principali istituti demoscopici parlano di cifre oltre il milione. La città migliore va in campagna, la campagna va in città. Questo è un incontro fecondo, il sentire diverso, il vivere fuori dal frastuono, dalla corsa all’ultimo gadget, all’ennesima futilità indotta dalla pubblicità, il provare commisurare i propri bisogni non più o non soltanto sul metro dell’acquisto ma la possibilità infinita di nuove relazioni umane offerta dal dono e dal baratto, in campagna molto più praticabile, basti pensare ai Woofer, un’altra ospitalità, non più turismo, ovvero un girare a vuoto, ma un viaggiare ed un vedere e conoscere e imparare. Tutta l’attenzione cittadina su un cibo che sia prodotto in modo sano, questo comporta, automaticamente, per la nuova campagna un vantaggio evidente: meno veleni, più fertilità dei suoli, meno spreco di acqua, di suolo, meno sprechi in assoluto in un campo in cui lo spreco, la perdita è prevista dall’inizio. Se il cittadino capisce che la mela non deve esssere per forza lucida e tonda, se arriva e ci arriverà, a capire che le carote non sono solo arancioni, se la lotta per la messa al bando dei perniciosi Ogm, viene condivisa e combattuta in campagna ed in città, se questa ed altre lotte troveranno e già trovano, alleanza, potremo dire che abitudini, costumi di vita della campagna, una nuova ruralità libera, autodeterminata, consapevole e lungimirante, Davide Ciccarese nel suo Manifesto per l’agricoltura contadina, lo dice esplicitamente: “Al giovane, oggi, il ritorno alla campagna, è futuro molto più certo, pregno anche di stabilità economica che non il ridursi a CoCoCo o CoCoPro e precarie svariate condizioni di nuova schiavitù urbana”
Il precariato avvilisce, tanti giovani hanno comiciato a prendere in considerazione un cambio di vitan totale, il libro “La pecora nera” esemplare, ci narra di un giovane friulano che se ne va in valle, pone forte la sua scelta determinata ancorchè solitaria di vivere secondo paradigmi affatto differenti.
Si, una rivoluzione rurale, anche nel nostro Paese, può determinare mutazioni sociali, antropologiche, notevoli.
Non sarà facile ricondurre all’ovile questi movimenti “neo-contadini”, poter coniugare difesa dell’ambiente, ed esere contadino significa, alla lettera, con diverse pratiche di agricoltura non chimica, ridisegnare il paesaggio: significa, nel proprio podere, tornare vedere le lucciole, a sentir gracidar le rane: questa riappropriazione di tempi più sereni, questo disinquinamento del corpo e della mente, benchè pareggiati dalla fatica fisica, dal non aver tempo se non in relazione al ciclo delle stagioni, e non è detto che questa apparente mancanza di “libertà”, scoraggi, al contrario, tanti giovani sentono proprio l’esigenza di avere limiti, una cornice naturale perciò stesso non oppressiva, alla propria esistenza. “Nessuna libertà senza terra, nessuna terra senza libertà” mi sembra proprio il motto adatto a questa tendenza in atto, conoscendo quanto siano pervasive le fonti della propaganda consumista odierna, quanto a fondo abbiano eradicato “naturalità” dalla mente dei giovani, è quanto mai, una felice fonte di speranza, fresca, appagante, finalmente, il poter leggere di un possibile futuro di campagne liberate e di città rese più umane proprio dal contatto fisico tra cittadini e nuovi contadini.
Teodoro Margarita
www.civiltacontadina.it

Andare alla lavagna

Andare alla lavagna e spiegare
il mondo. Andare e tracciare righe bianche
sullo sfondo nero dell’ignoto.
Graffiare e fare male alle orecchie,
gessetti spezzati male.
Lavagna, dal comune omonimo.
Si tratta di ardesia.
Tableau noir, blackboard.
Un piano nero.
Degli occhi, dei cuori più attenti di quanto noi
maestri o presunti tali, osiamo pensare.
Andare alla lavagna e spiegare i perchè del mondo.
Ogni giorno, perchè è il nostro lavoro.
Perchè piove, perchè c’è il sole.
Andare alla lavagna e usare il gesso, andarci adesso.
Andare alla lavagna, si, alzarsi dalla sedia,
lasciare la cattedra e trovare le parole.
Andare alla lavagna e non sapere,
perchè a Lavagna, un giorno di febbraio,
un ragazzo, suppergiù dell’età di mio figlio,
apre una finestra ed è anagramma.
Per sua mamma “valanga” di dolore.
Andare alla lavagna e spesso,
in questi anni, trovare scritte assortite,

sul mondo, sulla vita, facce allegre faccine-facce
e non solo ma anche e tanta, malinconia.
Frasi d’amore e frasi d’incitamento per la squadra
del cuore ed un tale è un pirla e l’altro,
chissà dove cavolo lo prende…
Andare alla lavagna e cancellare.
Col cuore più pesante e non capire,
non volere spiegare e restare
sul sicuro delle regole e dei dati sperimentali.
Vorrei andarci, invece, un giorno alla lavagna
e guardare n faccia i miei ragazzi e dire
“Io non lo so perchè si vive, io non lo so perchè si muore,
io non lo so perchè il dolore.”
Andare alla lavagna, andare a Lavagna,
per poter cambiare aria, chissà, laggiù, aria di mare.
T M
Dedicata a un ragazzo, i giornali non ne hanno scritto il nome,
che è morto suicida, e non sapremo il vero perchè, sappiamo solo il come. Andare a Lavagna, andare alla lavagna, non andarci più,
per non osare di montare in cattedra, non possiamo permetterci,
almeno questo, mai più.

Athena e Rosetta

Athena e Rosetta sono due intraprendenti vitelle. Due allegre giovenche dal settembre scorso sono riuscite, in una Brianza sovraffollata, tra strade trafficate, villette e paesi addossati l’uno all’altro, a sopravvivere , libere. Appaiono bellissime e sono certo che chiunque che non sia una mangiavacche sfegatato, se ne possa perdutamente invaghire. Athena e Rosetta sono scappate dalla fiera del bestiame di Rogoredo, siamo gennaio ed esse, miracolo, prodigio, portento, sono ancora vive e trotterellanti.
Succede che durante la fiera, forse per un furto di vacche, abigeato, tecnicamente, roba da far west, qui, in piena Brianza high-tech, dove ci sono più capannoni che alberi, più pub che stalle, qualche capo di bestiame riesce a sfuggire, approfittando del parapiglia, e se ne invola. Libere come l’aria. Athena e Rosetta, che nomi, classici, portentosi, sfuggono alla caccia, mica nelle praterie del Midwest, quasi scampando a fieri cavalieri Sioux o cacciatori di bisonti ingaggiati dalle ferrovie, qui, in questa placida e velenosa Brianza, come cantava il Battisti nazionale.
Nella terra delle “villette-villette” di gaddiana memoria, terra profondamente industrializzata, avvicendarsi di colline e strade che ti ci perdi, loro non si sono perse d’animo. Grande cuore e forte tempra vaccina. Athena e Rosetta, buon fiuto? Hanno intercettato una piccola comunità umana, nei pressi di Brenna, vicino a Cantù, e sono state amorevolmente accudite. E’ sufficiente avere accarezzato il muso di una vacca per non riuscire più a mangiarsela, almeno a me, vegetariano dal 1982, è accaduto così.
Se poi Athena e Rosetta risultano figlie predilette di un fato burlesco e in vena di ridere, sono i bambini, non a caso, Disney, un suo cerbiatto eroe, lo chiamò “Bambi” che fanno la tenera differenza.


A Brenna hanno coperto la fuga, ristorato le giovenche, familiarizzato. Athena e Rosetta sono figlie della comunità. Che con esse non si siano riempiti le pance, anche il bracconaggio è comune, in Brianza, altro che, ed invece abbiano riempito le pance delle vitelle, è una storia da Hollywood o almeno da Festival di Venezia, questo è certo.
A leggere e raccontare di storie come queste, comunque finiscano, c’è da rallegrarsi e pensare che se degli occhioni grandi riescono ancora a commuovere, c’è speranza, in terra di Brianza.
Athena e Rosetta, nessuna intenzione di finire cone Thelma e Luise, come hanno scritto le locali gazzette, subito precipitatesi sulla storia, adesso , ovviamente, sono state rintracciate dal legittimo proprietario. L’allevatore che le deteneva. Orbene, non credo che si voglia mettere in discussione il diritto di proprietà, sacro in questa terra di Brianza, allora, la speranza? La speranza, l’unica, è che la comunità gioiosa che protegge le latitanti, le acquisti.
E’ l’unica, davvero e non impossibile. In fondo due vitelle costano come o meno di due utilitarie usate e non c’è nemmeno da pagare il bollo o l’assicurazione. Si è fatta viva una certa “Fattoria delle coccole di Appiano Gentile, qui vicino, per adottarle e aggiungerle a tutte le altre bestiole salvate dal macello, ma no, che Athena e Rosetta stiano a Brenna. Si paghi il giusto guiderdone all’allevatore,
e che le allegre vitelle stiano qui. Vado a trovarle, corsare vaccine e fortunate, vacche felici e spensierate che sarebbero state, nel 99% dei casi, macellate e digerite. Il destino non ha voluto così.
Athena e Rosetta, musetti ispiranti, potrei avere, almeno un poco, di vostro beneaugurante letame, per il mio orto di Cranno?
Letizia , viene proprio da letame e sapesse, belle vitelle, di quanta ce sia bisogno in questo avvelenato, affamato, ingiusto mondo.
T M